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Culture

Viaggio nel cuore della Fondation Alaïa con Carla Sozzani e Olivier Saillard

«Questa era la casa di Azzedine. Qui sono passate star da Grace Jones a Miles Davis», racconta a MFF-Magazine For Fashion la presidente dell’ente. «Volle dei manichini fatti sul calco del corpo di Naomi Campbell, che abitò qui», aggiunge il direttore. Che ora cura una mostra sul designer tunisino e Dior

di Stefano Roncato e Tommaso Palazzi
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Carla Sozzani e Olivier Saillard alla Fondation Alaïa di Parigi, sullo sfondo della mostra «Azzedine Alaïa and Christian Dior, two masters of haute couture» ???????????????????(foto Valerio Mezzanotti)????????????????????????????????????????????????????????????????????????
Carla Sozzani e Olivier Saillard alla Fondation Alaïa di Parigi, sullo sfondo della mostra «Azzedine Alaïa and Christian Dior, two masters of haute couture» ???????????????????(foto Valerio Mezzanotti)????????????????????????????????????????????????????????????????????????

«Questa era la casa di Azzedine, un luogo aperto a tutti. Qui sono passate star da Grace Jones a Miles Davis», racconta Carla Sozzani, presidente della Fondation Alaïa di Parigi, in questa doppia intervista esclusiva a MFF-Magazine For Fashion. Che lo stilista considerò parte della sua famiglia per oltre 40 anni. «Volle dei manichini fatti sul calco del corpo di Naomi Campbell, che qui abitò quando era minorenne», aggiunge il direttore Olivier Saillard. Che ora cura la mostra «Azzedine Alaïa and Christian Dior, two masters of haute couture», sul designer tunisino e Dior. Il sogno? Portarla a Milano.

Carla Sozzani

Dal 2017 lei è presidente della Fondation Azzedine Alaïa di Parigi. È un luogo speciale per lei. Quando ha conosciuto il couturier?

Ci siamo incontrati quando lavoravo a Vogue Italia, tra il 1979 e il 1980. Venni a Parigi perché mi dissero che c’era un nuovo stilista che faceva cose incredibili con la pelle. All’epoca ero direttrice di Vogue pelle. Andai in Rue de la verrerie (oggi sede della Fondazione dove sono state scattate le foto di questo servizio, ndr) e fu amore a prima vista.

Ricorda come vi siete lasciati quella prima volta?

Mi disse che mi avrebbe fatto un vestito. E io accettai. Prese tutte le misure.

Sono passati tanti anni. Conserva ancora quell’abito?

Quel vestito ce l’ho ancora. Come ho conservato tutti i capi che Azzedine mi ha fatto.

Così nacque un’amicizia…

Lui venne a Portofino, conobbe mia figlia Sara. Siamo diventati subito amici, una famiglia. Raccontava a tutti che Sara era sua figlia (sorride), perché avevano entrambi i capelli ricci. Siamo rimasti uniti per quarant’anni. Sara, allora, aveva sei o sette anni.

Con Azzedine è nato un rapporto professionale. Come avete lavorato insieme?

All’inizio il rapporto si è sviluppato attraverso i giornali. Quando sono arrivata a Vogue l’ho sostenuto. Poi, quando ho aperto 10 Corso Como, naturalmente Alaïa è stato subito presente. Quando lui ha attraversato un periodo più difficile, ho cercato di aiutarlo. Abbiamo iniziato a lavorare insieme in modo più strutturato e così è stato fino alla fine.

Com’è nata l’idea della Fondazione? Quanto tempo ci è voluto?

La Fondazione è nata quando Azzedine era ancora in vita, nel 2007. Insieme avevamo fondato l’Associazione Azzedine Alaïa per conservare e preservare il suo lavoro e ciò che aveva collezionato dei grandi maestri della moda. Alla sua morte, nel 2017, nei suoi desideri c’era la creazione della Fondazione assieme al suo compagno. È quello che ho fatto. Ci sono voluti un paio d’anni perché è una fondazione di utilità pubblica e i passaggi sono molto complessi. Ma oggi siamo tranquilli, la Fondazione è protetta dal Ministero degli interni e dal governo francese.

Nella sua carriera, lei ha lavorato con grandi fotografi. Ricorda un rapporto in particolare? Mapplethorpe, Lindbergh, Roversi…

Mapplethorpe aveva fotografato le creazioni in pelle di Azzedine. Era una delle persone più dolci che io abbia mai incontrato. Di una gentilezza straordinaria, davvero squisito.

Aveva un lato feticista quel servizio?

Un pochino, sì. C’era spesso un nudo maschile. Ho tutte le fotografie.

Poi c’è stato molto lavoro con Paolo Roversi e Peter Lindbergh.

Con Paolo Roversi c’è un aneddoto curioso. Una foto di un vestito di Alaïa, che Azzedine aveva ribattezzato come «il vestito Carla».

Ci racconta che cosa successe?

Facemmo una copertina per Elle Italia. La foto era leggermente sfocata. Io fui licenziata, perché erano due peccati mortali: l’abito di uno straniero e una foto fuori fuoco. La copertina non uscì mai. La foto però ce l’ho ancora. Paolo me l’ha dedicata.

Mapplethorpe lo conosciamo soprattutto come artista. Ha fatto molta moda?

Non tantissima. Parliamo degli anni 1983, 1984, 1985, quando lavorai assieme a lui. Era l’inizio. Volevo fare quelle immagini di moda con lui. Me lo presentò Arthur Elgort, erano molto amici. Abbiamo lavorato insieme all’interno di un palazzo.

Questo luogo è stato anche la casa di Azzedine Alaïa. Com’era l’atmosfera?

Era davvero la sua casa. C’era una tradizione mediterranea: la tavola era sempre apparecchiata. Le persone sapevano che potevano venire in qualsiasi momento. Si cominciava a mangiare e arrivavano persone di ogni tipo: designer, fotografi, modelle, artisti.

Naomi Campbell, ad esempio, è venuta spesso qui?

In realtà Naomi viveva qui, c’è ancora il suo letto nel sottotetto. Era molto giovane, ha fatto la sua prima sfilata per Alaïa nel 1986. Naomi voleva sempre andare al nightclub, ai Bains douches. Azzedine, che ne era responsabile perché era minorenne, non voleva. Allora lei scendeva in boutique, prendeva un abito, metteva i tacchi e usciva da sola. Lui, che lo sapeva, prendeva un taxi e la seguiva. Alla fine passavano la notte insieme al club.

Altre personalità che frequentavano la casa?

Jasmine e Simon Le Bon, Iman e David Bowie, Miles Davis… Tutti passavano di qui in quegli anni. Tutti erano sempre invitati a pranzo.

Era una vera Factory, in modo genuino.

Non so bene come funzionasse la Factory di Andy Warhol, ma immagino fosse simile. Da Azzedine la gente entrava, usciva, mangiava. Lui dava grande importanza alla convivialità. A pranzo eravamo spesso in 30 o 40 persone. Amava cucinare, anche se aveva il suo cuoco storico, Omar, che era con lui fin dagli anni 70.

È vero che Alaïa serviva personalmente i commensali?

Serviva i piatti uno per uno. Ci si metteva in coda con il piatto in mano. Lui si serviva per ultimo. E se non restava nulla, allora si divideva.

Com’è cambiato il mondo della moda rispetto ad allora?

A quel tempo era tutto molto più intimo. Ci si conosceva tutti. Azzedine, Kawakubo, Gaultier, Gianfranco Ferré… Avevano qualcosa di importante da dire. La moda era una missione di vita. Oggi il mondo è molto più grande. Essere indipendenti è più difficile. Allora c’era un’integrità straordinaria: ognuno aveva la sua maison, il suo punto di vista.

E per lei, editoria, distribuzione e arte erano la stessa cosa?

Per me sì. Il mio percorso nasce dall’editoria. Ho lavorato 19 anni nei giornali prima di aprire 10 Corso Como. Per me era un giornale vivente.

Romeo Gigli e Azzedine Alaïa. Due mondi opposti?

Non così tanto. Entrambi erano molto riservati, solitari. Diverso, invece, era il metodo di lavoro: Azzedine faceva tutti i cartamodelli da solo, di notte. Romeo lavorava con le modelliste. Ma dal punto di vista umano, non erano poi così diversi.

C’è un abito di Alaïa a cui è particolarmente legata?

Oltre all’«abito Carla», che occupa un posto speciale nel mio cuore, ce ne sono molti altri. Uno in jersey nero, ad esempio. Semplicissimo, meraviglioso.

Quali sono i prossimi progetti della Fondazione?

Oltre alla mostra in corso «Azzedine Alaïa and Christian Dior, two masters of haute couture», ce n’è un’altra dedicata sempre ad Alaïa e Dior alla Galerie Dior qui a Parigi. È un momento molto importante ed emozionante. Poi, in estate, arriverà un’esposizione sull’influenza della luce e dei colori dell’Africa, dal Nord al Sud. E le mostre viaggeranno. Il prossimo autunno saremo al Legion of honor museum di San Francisco.

E questa mostra su Alaïa e Dior arriverà in Italia?

Sì, il mio sogno è di portare tutte queste mostre anche a Milano. 

Olivier Saillard

Si dice che Azzedine Alaïa e Monsieur Dior si siano incrociati per alcuni giorni negli anni 50. Qual è la storia dietro questo incontro?

Quando Azzedine Alaïa arrivò a Parigi nel 1956, entrò alla maison Dior, in avenue Montaigne, per quello che potremmo definire un primo impiego, durato alcuni giorni. Forse si trattava di uno stage, non lo sappiamo con certezza. Era giugno e si stava preparando la collezione di haute couture che sarebbe stata presentata a luglio. Christian Dior era ancora in vita. Anche se non possiamo dirlo con certezza, probabilmente si sono incrociati.

Che cosa è nato da quel momento tra Dior e Alaïa?

Il fatto è che, se anche Alaïa rimase lì per pochissimo tempo, iniziò a nutrire una profonda ammirazione per Christian Dior, che lo accompagnò sempre da lì in avanti. Collezionò numerosi abiti del brand, sia dello stesso Monsieur Dior che dei suoi successori. In un certo senso, il suo stile iniziò a cristallizzarsi attorno all’idea del girovita come punto centrale, proprio come Dior ne aveva fatto un elemento cardine delle sue silhouette.

Alaïa è noto per il rapporto con il corpo. È vero che i manichini di questa mostra sono stati realizzati a partire da un calco del corpo di Naomi Campbell?

Tutti i manichini che presentano gli abiti qui sono sculture che Alaïa stesso ha fatto realizzare, ispirate proprio al corpo di Naomi. Questo cambia tutto. C’è una presenza molto forte e al contempo quasi un’assenza. Non si tratta più di meri supporti, ma di corpi che conservano memoria, tensione, postura. È un caso assolutamente eccezionale.

Quando ha incontrato Azzedine Alaïa per la prima volta?

È stato in occasione della mostra al Palais Galliera, che allora dirigevo. Era immensamente fiero che un museo consacrasse il suo lavoro. Non era un’operazione di comunicazione, come spesso accade, ma qualcosa di profondamente fondativo.

Lavorare con uno stilista vivente cambia radicalmente il lavoro curatoriale?

Tra le esposizioni che ho realizzato con creatori viventi, Alaïa è stato quello più aperto alle proposte. Lui aveva creato gli abiti, veri capolavori sublimi. La scenografia era molto minimale ed era stata affidata a Martin Szekely. Mi ha lasciato una grande libertà.

Com’è stato lavorare al fianco di Azzedine Alaïa?

Non ho mai visto uno stilista visitare così tanto spesso la propria esposizione. Portare tanti ospiti a vederla. Era davvero molto toccante per me. Alaïa aveva un senso molto profondo dell’onore, una cosa quasi d’altri tempi. Essere accolto da un museo per una retrospettiva rappresentava per lui una forma di riconoscimento eterno.

Nella retrospettiva a cui fa riferimento, Azzedine Alaïa aveva una sala oppure un abito a cui era particolarmente legato?

A essere sincero, non saprei dirlo, perché si trattava di una retrospettiva e credo amasse tutti gli abiti. So però che era molto, molto attento al fatto che venisse presentato un vestito che era il più semplice del mondo, uno che lui chiamava Giacometti. Era come un colpo di matita. Non è, per me, l’abito più spettacolare mai fatto da Alaïa, ma lui vi era profondamente legato. Senza dubbio aveva a che fare il suo gusto per la scultura. Ed è curioso perché, pur essendo un virtuoso di tutte le tecniche, era proprio questo abito, il più semplice, quello di cui difendeva con maggiore forza la presenza.

La Fondation Alaïa è spesso considerata un unicum nel suo genere. Perché?

La singolarità della Fondazione è che Azzedine Alaïa ha collezionato tutte le opere che lui stesso ha creato. Anche quando non esisteva un approccio così organico all’archivio da parte delle maison. Ma soprattutto, ed è questo l’aspetto davvero unico, Alaïa ha iniziato ad acquistare archivi di moda già a partire dal 1968, in un’epoca in cui le maison non conservavano spontaneamente i propri archivi.

Crede che questa sia una collezione che rivaleggia con i grandi musei?

Alaïa ha accumulato una collezione paragonabile a quelle del Palais Galliera, del Victoria and Albert museum e di altri grandi musei della moda nel mondo. Sono sempre molto toccato nel ricordare che, fra tutti i couturier della sua generazione, e persino nell'intera storia della moda, Alaïa sia stato l’unico ad avere un impegno patrimoniale così profondo nella conservazione della moda. Ha davvero preservato un patrimonio straordinario con lo sguardo rivolto alle generazioni future.

Nel suo lavoro lei si occupa anche di performance. Ad esempio, ha collaborato con l’attrice inglese Tilda Swinton. Perché unire alla moda questo mondo?

È sempre molto difficile far vedere la moda senza il movimento. Racconto spesso un aneddoto: una volta visitai a Bologna un museo di strumenti musicali. Gli strumenti erano magnifici, ma muti. Era un museo della musica senza musica. Uscendo, da un conservatorio vicino, la musica usciva dalle finestre. Ecco, la moda è un po’ la stessa cosa.

Come si restituisce il movimento nella moda?

A volte capita che visitiamo una mostra di moda che ci appare potente, bellissima. Vediamo gli abiti come opere d’arte. Poi usciamo in strada e percepiamo il «suono», le persone che indossano gli abiti. Io ho voluto reintrodurre quel movimento, quel suono che non è per nulla marginale, attraverso le performance, sia con Tilda Swinton sia con i modelli, anche nei lavori dedicati a Pier Paolo Pasolini a Roma e a Firenze.

Quando è avvenuta la prima performance?

La prima volta è stata dodici anni fa, quando ero direttore del Musée Galliera. Da allora ne abbiamo realizzate ben cinque. Ne abbiamo appena presentata una ad Amsterdam, dedicata al tema del guardaroba e alla storia della famiglia attraverso gli abiti. Ora la riproporremo ad Atene e stiamo già lavorando alla prossima.

Lei ha una lunga esperienza nel sistema moda. Come ne vede l’evoluzione oggi?

Penso che serva tempo affinché un direttore artistico trovi il proprio percorso, la propria voce, e talvolta si emancipi dalle logiche della maison che è chiamato a dirigere. Oggi più che mai credo che, per un giovane, che sia un ragazzo o una ragazza, che intraprende questo mestiere, la cosa più bella sia farlo sotto il proprio nome.

Quindi creare un proprio brand e non partire da un marchio affermato?

Firmare con il proprio nome offre uno spazio di emancipazione, di autonomia, e una determinazione ancora più profonda. Forse bisogna riorganizzare il sistema, inventare nuovi modi di fare le cose. È bello vedere un creatore che ama davvero il proprio lavoro, che ha qualcosa di importante da dire. E che porta avanti il suo progetto senza guardare gli altri, come facevano i grandi maestri. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 03/03/2026 11:00
Ultimo aggiornamento: 09/03/2026 10:42
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