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Culture

Tutti i the best delle sfilate uomo fall-winter 2026/27

Dalle fashion week di Milano, Parigi, Londra e New York, le migliori collezioni maschili della prossima stagione fredda dal nuovo MFF-Magazine For Fashion 126

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Dior

Jonathan Anderson: «Avevo in mente una sorta di incontro tra il punk dei Sex pistols e i 20s di Paul Poiret»

Suoni e melodie indie della colonna sonora accompagnano le music star immaginate da Jonathan Anderson per l’uomo di Dior, tra richiami anni 20, frac riletti in maglia a trecce o intagliati nel montone. Mostrine militari ricoperte di cristalli e fili sbrilluccicanti nelle maglie ultra glam. E i capelli sparati e decolorati come nuovi Sid Vicious dei Sex pistols o lunghi giallo-cartoon come eroi degli anime giapponesi. «Sentivo che fosse più una sorta d’incontro tra il punk e Paul Poiret, unito a una silhouette più asciutta, con una borsa lavorata a maglia», ha spiegato Jonathan Anderson prima dello show al Museo Rodin. Location riutilizzata anche per la sua sfilata di debutto nell’haute couture della maison di Lvmh. La passerella è lucida, rende quasi specchiata la superficie del parquet grigio maison. Riflette la vanità. «Dior è una fashion house, nasce come maison di moda, quindi deve essere spinta, deve evolvere. La sfilata è un’idea che anima poi la realtà del negozio. Senza questo, non c’è nulla da mostrare», ha proseguito il designer, che non smette di immaginare pezzi show stopper. Parka bombati effetto cappe début du siècle. Tessuti tapestry. Bling bling all over. Disegni esotici per tessuti appoggiati sulle spalle a mo’ di stole. E poi lunghi abiti in maglia alternati alle silhouette asciutte che richiamano certi graffi rock di Hedi Slimane quando era da Dior. Tra canotte ricamate nell’inizio, con jeans un po’ effetto Jimi Hendrix, e pull sbrilluccicanti per un rampollo Oxford underground. Il glam-indie-rock-punk mood immaginato da Anderson è una collisione visiva che alza il volume e conquista. Inizio secolo, Woodstock, Tokyo, Liberty of London tutto shakerato. Lui l’ha detto, questa è una casa di moda. E che fashion sia.

Zegna

Alessandro Sartori: «Mi sento il custode di questo armadio di famiglia che attraversa quattro generazioni»

Un testimone che si passa tra generazioni. Come un abito concepito per durare nel tempo. Come l’eredità di un’azienda di famiglia. E la fiaccola olimpica consegnata di mano in mano dai tedofori. L’idea di tramandare valori è al cuore dello show di Zegna, che ha inaugurato la Milano fashion week con un allestimento pensato per riprodurre un armadio ideale, in cui sono custoditi i capi posseduti dalla famiglia fondatrice. Si parte dall’abito n.1, il primo realizzato su misura negli anni 30 per il conte Ermenegildo Zegna, conservato in una teca come un orologio da collezione, per poi passare a quei pezzi, conservati perfettamente nelle ante del grande guardaroba centrale, delle famiglie di Gildo e Paolo Zegna, rappresentanti della terza generazione. Che recentemente ha passato il testimone ad Angelo ed Edoardo, co-ceo del marchio. Tutto nel segno della famiglia appunto. «Mi sento il custode di questo armadio che attraversa quattro generazioni», sottolinea il direttore artistico Alessandro Sartori, tenendo tra le mani il cappotto che Gildo Zegna ha scelto di indossare per incontrare la stampa e che apparteneva a suo padre. Un capo di estrema modernità che potrebbe essere stato disegnato oggi. «È la nostra filosofia, vogliamo creare pezzi che restino nel tempo», prosegue Sartori. «La collezione ruota attorno a classici reinterpretati con proporzioni studiate e attenzione ai dettagli. Il nostro cliente è come un collezionista di beni preziosi». Così, sotto gli occhi di ospiti come Mads Mikkelsen e Roman Coppola, sfilano silhouette dai volumi allungati, liberi ma dalle spalle costruite. I pantaloni sono morbidi, il cappotto è protagonista, alternato alla giacca Conte rivisitata, ai bomber di pelle e alle overshirt.

Louis Vuitton

Pharrell Williams: «Voglio coniare una definizione di loud luxury senza tempo»

Il kolossal Louis Vuitton alza l’asticella. All’ombra della Fondation Louis Vuitton prende forma una mega struttura che accoglie la Drophaus, una casa immaginaria che detta il tono del nuovo, monumentale show maschile firmato Pharrell Williams. Che parte con un maxi coro da un lato e un’orchestra dall’altro. «Mi piace il quiet luxury, ma anche il loud luxury. L’old money è solitamente quiet luxury, ma noi vogliamo introdurre un’idea di lusso senza tempo», afferma il designer. Che ama dichiaratamente il Monogram, presente su cappellini, zaini e windbreaker, così come su una serie di borse realizzate in seta e nylon riciclato. Il racconto affonda le radici in una nostalgia anni 80, con un tailoring classico in dialogo con sportswear colorato e accessori novelty, come una borsa a forma di boombox argentato. Il twist? Quasi ogni look è carico d’innovazione, in un mix tra durabilità e performance. I classici tessuti sartoriali, dal pied-de-poule allo spigato e al check, diventano riflettenti alla luce, perfetti per pedalare dopo il tramonto (con i pantaloni infilati nei calzini a suggerire l’idea). I parka setosi sono accoppiati a membrane idrorepellenti e una Harrington jacket stropicciata è tessuta con fili d’alluminio. Per il saluto finale, Pharrell indossa la versione Millionaire della belt bag Monogram, con metalleria in oro e lucchetto pavé di diamanti: un pezzo che sarà disponibile su ordinazione. Louis Vuitton è la power house del gruppo Lvmh e si vede. Grazie anche a Pharrell che cerca di portare il suo Mida’s touch in linea con la parola chiave del 2026, «timeless». Si esce dalla sfilata con un’idea chiara: il lusso deve stupire, sì, ma in accordo con heritage e longevity. Così che lusso torni a essere sinonimo d’investimento.

Dolce&Gabbana

Domenico Dolce e Stefano Gabbana: «Si respira desiderio di identità. Ogni look rappresenta un mondo estetico autonomo»

Express yourself canterebbe Madonna. Dopo la dirompente campagna beauty legata al rilancio della fragranza The one con la mega star, che ha segnato l’inizio del 2026, Dolce&Gabbana torna a parlare di identità e individualismo. E lo fa attraverso una collezione maschile pensata per disegnare il portrait dell’uomo moderno in tutte le sue sfaccettature. «In un momento in cui la globalizzazione tende a uniformare, c’è desiderio di identità. Le persone per strada hanno un modo personale di vestire. Per questo abbiamo voluto far sì che ognuno dei modelli sulla scena rappresentasse un universo estetico autonomo», raccontano Domenico Dolce e Stefano Gabbana. «Da tempo diciamo che la moda non va più di moda». Una frase che può suonare provocatoria, ma che racconta come nel mondo delle nuove generazioni di oggi non esistono più diktat o tendenze che definiscano in maniera univoca lo stile di un’epoca. Quasi 100 look accessoriatissimi scorrono velocemente sulla passerella, rimescolando le carte in un gioco di proporzioni e layering. Ci sono le lane corpose ma anche i tessuti leggerissimi, come la seta. I pantaloni sono morbidi e allungati oppure croppati e avvitati. Le grandi maglie di lana hanno colletti che si posano sulle spalle dei velli ecologici oversize, che animano le prime uscite. Corti bomber di pelle fanno invece tornare alla mente proporzioni più vicine all’inizio degli anni 2000. E a contribuire alla creazione di questa carrellata di identità umane è sicuramente il ricco archivio del marchio. Si passa dal sartoriale, arricchito con spille e velluti, ai look sporty che evocano la D&G. Il tutto senza una sequenza rigorosa, proprio a incarnare il remix identitario immaginato dagli stilisti. 

Un backstage Dries Van Noten fall-winter 2026/27 (courtesy Dries Van Noten)
Un backstage Dries Van Noten fall-winter 2026/27 (courtesy Dries Van Noten)

Dries Van Noten

Julian Klausner: «La collezione è un inno alla gioia sottile delle prime volte, ma senza romanticismo»

Il soundtrack è ipnotico, Yo ga aketara (When dawn breaks) di Maki Asakawa, pubblicato nel 1969. Una canzone che pare sospesa tra notte e mattino e che diventa la chiave emotiva della seconda collezione uomo di Julian Klausner per Dries Van Noten. Qui il coming of age non è mai enfatico o nostalgico, ma attraversato da una leggerezza consapevole, da quella gioia sottile che accompagna i nuovi inizi. «Non in modo drammatico o romantico, ma celebrando la felicità delle prime volte», racconta Klausner, che immagina giovani laureati lasciare casa, salire su un treno, portando con sé non solo vestiti ma pezzi di vita. I capi diventano comforters, souvenir, radici. Un cappotto del padre, le stampe floreali della madre, una sciarpa di un fratello, un maglione amato, una giacca scolastica ormai troppo stretta. Il guardaroba è un collage affettivo, indossato in modo spontaneo, quasi istintivo. Le silhouette sono alte, irregolari, volutamente sbilanciate: troppo strette o troppo larghe, troppo lunghe o appena accorciate. La severità sartoriale delle divise scolastiche viene ammorbidita da parka, cappe, pencil coat e inserti knit onnipresenti, tra Fair isle, argyle, righe e ricami. Le fantasie floreali appaiono come sfocate, stampate da polaroid sbiadite. I nodi, di sciarpe strette e cravatte allentate, si fanno gesto intenzionale. La palette, fedele alla maison, gioca su blu, grigi e neutri, accesi da pastelli «Fruittella». Ai piedi, scarpe basse pronte al movimento, mentre le borse sono morbide e capienti, da palestra o da scuola, pensate per portare il mondo con sé. Accessori come amuleti, spille da pesca, occhiali da esploratore chiudono il racconto di personaggi che stanno imparando chi sono, «quando l’alba arriva».

Emporio Armani

Leo Dell’Orco: «Cangiante descrive quello che, pur restando com’è, muta a seconda dell’angolo di osservazione»

«Cangiante è sinonimo di iridescente, un aggettivo che descrive ciò che, pur rimanendo com’è, muta a seconda dell’angolo di osservazione», spiega Leo Dell’Orco del titolo scelto per la sua prima collezione per la Giorgio Armani. Che si tratti di un’idea, di un segno o di un impasto di colori, poco importa: la metafora calza perfettamente allo stile del brand oggi, dove la coerenza creativa si illumina di nuovi riflessi, consentendo allo sguardo di posarsi su ciò che cambia, senza perdere la sottigliezza né la disinvoltura fresca che da sempre contraddistinguono il marchio. Il punto di vista di Leo Dell’Orco nasce con naturalezza da quarant’anni di esperienza al fianco di Giorgio Armani e dal desiderio di imprimere un segno personale alla collezione maschile, dove è il colore a emergere come filo conduttore. Discreto ma deciso, brillante eppure mai invadente, un accento che definisce senza mai sopraffare. Note di verde oliva, viola ametista e blu lapislazzuli punteggiano una palette di grigi, beige, neutri, neri e blu intensi. Toni resi ancora più vividi da materie seriche e iridescenti come velluto, crêpe e ciniglia, amalgamate a cashmere garzati, lane battute e pelli dalla mano ricca, tattile e opaca. La silhouette è fluida e i volumi si aprono con naturalezza: blouson leggeri, giacche dalle abbottonature basse, cappotti avvolgenti, camicie con o senza collo e pantaloni ampi che ricadono su scarpe di suede e boot. Anche l’abbigliamento da neve riflette la stessa idea di eleganza facile, impreziosito da bagliori vellutati che non rinunciano alla praticità. La maglieria, morbida e materica, occupa un ruolo centrale, con cardigan a jacquard geometrici, sia maschili che femminili, nati dalla collaborazione con Alanui.

Prada

Miuccia Prada e Raf Simons: «È un tempo di grandi contraddizioni. Noi sentiamo il bisogno di continuare a cercare»

Pareti con boiserie delle magioni haussmaniane. Caminetti dalle striature marmorizzate. Tracce di pavimenti che hanno ceduto negli anni. La casa di Prada, ricreata nel set dello show, mostra segni di tante vite vissute in precedenza, di tanti inquilini che hanno respirato nelle stesse stanze. Sono spiriti ricordati con amore in un passaggio temporale che accompagna la collezione uomo della maison, immaginata da Miuccia Prada e Raf Simons. Con una nuova silhouette allungata e precisa in cui i capi nascono da elementi familiari, ma trasformati rimettendo in gioco le convenzioni. Sono ragazzi dalle linee che sembrano disegnate, alti, asciutti, un po’ vampiri, sicuramente molto today. Sono artisti maledetti della Parigi del Moulin rouge, consumati dall’assenzio e dalle notti della Belle époque, con abiti stretti addosso in quei doppiopetto allungati che si asciugano sul corpo. Con piccoli monili, orecchini metallici e gemelli per quei polsini che si portano vistosamente fuori dalle maniche. Tra frammenti di mantelline e doppiature dei tessuti dei capospalla che, consumandosi, fanno vedere una seconda anima. Con l’idea di due parole messe quasi a confronto, before and next. «In realtà vediamo due mondi che competono», spiegano i due direttori creativi. «O parli del mondo oppure parli di moda. Mettere insieme queste due dimensioni, oggi, è una situazione scomoda. Perché? È un tempo di grandi contraddizioni, di fronte al quale sentiamo il bisogno di lavorare e continuare a cercare». E la ricerca porta ad acuti nei dettagli. «In passato le persone hanno reagito ai momenti storici attraverso il modo di vestirsi. Oggi non c’è una reazione diretta, non ci sono movimenti evidenti, ma sentiamo che dobbiamo andare avanti».

Un momento dello show Willy Chavarria fall-winter 2026/27 (courtesy Willy Chavarria)
Un momento dello show Willy Chavarria fall-winter 2026/27 (courtesy Willy Chavarria)

Willy Chavarria

Willy Chavarria: «Dedico il mio show a tutti quelli che, come me, credono nel potere dell’amore»

Più che una sfilata, un vero set da musical latino. Così Willy Chavarria ha stregato la Paris fashion week con la sua visione di show, che non è solo fashion. A partire dall’allestimento, che ricorda un teatro di posa di Hollywood dove si sta girando Eterno, a casa de Chavarria, titolo che compare sul maxischermo proprio come al cinema. Un film dove i protagonisti cantano e ballano, con tanto di coup de théâtre finale in cui lo sparo di una pistola segna un drama end. Una scena dove brillano Mahmood, che fa parte del cast sotto i riflettori, assieme a Lunay o ai Santos bravos, una versione caliente del concetto di boyband K-pop, tanto per citare alcuni guest ripresi dalle telecamere. Mentre sfilano modelli e modelle multietnici, come racconta quella grande metropoli ricreata dalla scenografia, tra strade disegnate sul pavimento, una decapottabile abbandonata con le luci accese, una cabina telefonica d’antan. Le linee dei completi si asciugano, le silhouette si semplificano rispetto al passato. Compaiono gonne di serpente leggermente svasate, doppiopetto portati con calze bianche rock, tocchi di rosso sangue per le camicie. Arrivano quei flash sportivi che da sempre sono un sigillo dello stilista che abita a New York city, come recita la lettera lasciata sui posti. E i suoni del traffico nel soundtrack ricordano infatti la città che non dorme mai. Dove la sera si esce per locali a sfoggiare tubini e abiti lunghi con spalline imbottite e arrotondate. Casa Chavarria piace. Come piace quel messaggio sul grande schermo a fine show: «Dedicato a tutti noi che crediamo nel potere dell’amore». La sfilata è come un cortometraggio live di una storia intensa e passionale dal ritmo ipnotico. Un West, anzi Willy side story.

Setchu

Satoshi Kuwata: «In Groenlandia non succede nulla: solo bellezza pura, silenzio e una natura estrema»

Pescatore provetto, il giapponese Setchu ha scelto di portare la Groenlandia a Milano attraverso il tema della pesca nell’Artico. Arrivato al suo terzo show, il direttore creativo Satoshi Kuwata sfila nei nuovi uffici del brand in via Rezia con una maturità che promette bene. L’inizio è atipico: lo stesso designer introduce la collezione, quasi deus ex machina attorno a un tavolo coperto da tatami, mostrando oggetti che l’hanno ispirato nonché il funzionamento di alcuni look dall’animo trasformativo. Resta un senso di straniamento piacevole, mentre le note live di una rock band accompagnano le uscite. Che sono ispirate alla vita in una terra dove «non succede nulla», spiega Kuwata, solo bellezza pura, silenzio e condizioni naturali estreme. Proprio questa sensazione di «nulla», di vita ridotta ai gesti più essenziali, informa la collezione. Punto di partenza sono gli abiti degli Inuit, riletti alla luce delle analogie con gli sciamani Ainu del Giappone. Cappotti, giacche e duvet reinterpretano queste forme con costruzioni innovative, dove la funzionalità si fa decoro e l’approccio modulare e trasformativo dei capi diventa centrale. Il giro manica è posizionato all’interno, massimizzando l’uso del materiale e incoraggiando chi li indossa a piegarsi in avanti in un gesto protettivo. L’origami, riferimento ricorrente e memoria d’infanzia, si ritrova negli stivali in paglia che evocano i kamik tradizionali, e ispira un dettaglio a doppia piega che forma una piccola borchia quadrata su capi e accessori. Nel complesso, una reinvenzione del sartoriale con cui Kuwata conferma la sua abilità nell’intrecciare culture e mondi lontani. Sempre più vicino a trovare un equilibrio tra le costruzioni elaborate di alcuni capi e un senso di praticità che non guasta mai.

Ralph Lauren

Ralph Lauren: «Lo stile americano è una questione di self-confidence ed espressione personale»

«Ho iniziato con una cravatta, che per me non è mai stata solo un accessorio ma uno stile di vita». Ecco le prime parole scelte da Ralph Lauren per accompagnare il suo show a Milano, scritte su un biglietto lasciato sui seat. L’headquarter di via San Barnaba si trasforma in un giardino dove vanno in scena le collezioni per l’autunno 2026, con un inizio firmato Polo Ralph Lauren e a seguire la Purple label, etichetta che ritorna, visto che in passato aveva già calcato le passerelle sotto la Madonnina. «Quando ho iniziato a disegnare l’uomo, mi sono ispirato alla tradizione timeless senza mai esserne vincolato», continua il designer, «l’eleganza disinvolta di Purple label e lo spirito preppy rivisitato di Polo riflettono esattamente i miei mondi, ciò in cui credo». E in pedana la divisione delle due etichette si fa sfumata, ci sono codici che ritornano con preziosità diverse, momenti in cui lo streetwear si eleva per la sera e il mondo più sofisticato cede a un daywear morbido. L’incipit sportivo mescola icone tradizionali e del workwear, con dettagli camou e quella vena western che contraddistingue il marchio. Passando per un mondo più urban che mixa tocchi heritage. «Lo stile americano è una questione di self-confidence e personalità. Rappresenta la libertà di vivere a modo proprio e di esprimere pienamente se stessi», sottolinea Lauren. E quindi ecco ricordi college e baseball, cappelli da rodeo portati con giacche precise quando si passa verso la linea ammiraglia. Con tute strette da cinture con i celebri turchesi western. Fino a una sera elegante che vede la chiusura affidata a un modello d’eccezione, Tyson Beckford, tra i volti storici della casa di moda. Perché il fascino non ha tempo. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 08/03/2026 15:00
Ultimo aggiornamento: 08/03/2026 17:55
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