CultureTutti i the best delle sfilate donna spring-summer 2026
Dalle fashion week di Milano, Parigi, Londra e New York, le migliori collezioni della prossima stagione calda dal nuovo MFF-Magazine For Fashion 125
Chanel

Matthieu Blazy: «Tutti i pezzi hanno un che di vissuto, come fossero stati già amati»
L’ultima modella, con una gonna come un bouquet di fiori fiamminghi, applaude sul catwalk, il sorriso come un accessorio illuminante mentre chiude la sfilata. Perché è subito una standing ovation quella che accoglie Matthieu Blazy alla sua prima sfilata da Chanel, vero hot ticket in una stagione di grandi debutti. Sarà per il set che richiedeva il buio, visto che la sala del Grand Palais si è riempita di pianeti colorati per evocare il nuovo universo della maison. Che rilegge con un twist super moderno gli stilemi che ne formano l’heritage. Dall’inizio in pantaloni, per evocare lo spirito mannish che era un piglio estetico di Mademoiselle Coco, ai tailleur con le giacche cropped dalle spalle importanti. «Il fatto che Gabrielle prendesse a prestito i vestiti del suo uomo, Boy Capel, la rendeva sua pari», ha spiegato Blazy, «ma allo stesso tempo, ed è questo il suo paradosso, di notte era una vera seduttrice». Ed ecco le due anime a confronto, tutto con un tocco un po’ vissuto, come le 2.55 che paiono schiacciate. «Volevo dare ai pezzi un che di vissuto», ha proseguito Blazy, «per esprimere il fatto che fossero stati amati, tramandati. È questo il senso di timeless per Chanel».
Dior

Dior chiama, Johnny Depp risponde. Ma anche Anya Taylor-Joy, Michelle Monaghan, Deva Cassel e tutta una serie di star che fanno infiammare la prima fila al debutto di Jonathan Anderson alla donna della maison di Lvmh. «Non si tratta di creare cloni, ma rendere Dior accessibile a più tipi di persone», ha spiegato il direttore creativo. Che per affrontare l’«elefante nella stanza», come lo chiama lui, ha scelto un set teatrale disegnato da Stefano Baisi e dall’amico regista Luca Guadagnino. Una piramide rovesciata al centro dello spazio, un po’ come al Louvre, su cui scorrono le immagini di un film realizzato da Adam Curtis. «È uno dei miei eroi», racconta Anderson, «il suo HyperNormalisation ha cambiato il mio modo di leggere la società. Volevo che il pubblico entrasse subito nella mia testa». I fotogrammi scorrono veloci, tra video d’antan e ricordi del fondatore Christian Dior, di John Galliano, Raf Simons e Maria Grazia Chiuri. Perché la collezione è un rimando fresco ai codici della griffe, che si apre con un abito leggerissimo di seta plissettata a mano, due pezzi legati da nodi sottili. È il primo passo di un percorso che lo stilista descrive come «un viaggio per definire la couture del futuro». In passerella convivono fiaba e sartoria: la giacca Bar, un lavoro sul «duro e morbido» tra cashmere e twill di seta, denim e jersey. «La moda deve anche essere divertente», ha commentato il designer, che cita accenni al Dna resi funny. Con jeans e fiocchi, minigonne e cappelli a metà strada tra silhouette aerodinamiche e copricapi da suora.
Jil Sander

Guinevere van Seenus apre lo show in un golf blu Klein e gonna statement bianca, ispirata alla scultura Hood di Richard Prince. «Ho voluto un contrasto tra armature e nudo», spiega nel backstage Simone Bellotti, al suo esordio come direttore creativo di Jil Sander. Attraverso un corridoio si accede all’intima sala sfilate nel quartier generale storico della maison in piazza Castello a Milano. Il set è una passerella in linoleum a bolli nera a U, che digrada dalle scale su un pavimento bianco. Quasi un omaggio a Franco Albini. Dopo il primo look, lo show prosegue con coerenza in un impianto co-ed. «La pelle double è stato il materiale più difficile da lavorare. Ma le maestranze sono fantastiche e spero che il pubblico avrà voglia di scoprire i dettagli preziosi di ciascuno di questi pezzi», racconta Bellotti. Le uscite dalla 34 alla 36 sono come pagine di libri che compongono gonne a layer. Oblò compaiono nei top a rivelare reggiseni di paillettes argentate, mentre sono ancora le gonne a svelare tagli che ricordano l’arte di Lucio Fontana. Renzo Rosso e la moglie Arianna Alessi annuiscono convinti seduti in front row, tra Clare Foy, Miriam Leone e Ghali. Per il debutto alla guida creativa della maison nel portafoglio di Otb-Only the brave, Bellotti gioca la carta del contrasto. La sua prima collezione costruisce un lessico fatto di forme pure e tensioni sensuali. Il suo è un omaggio all’heritage di una maison mitica, con un tocco personale accompagnato e un tocco lieve. Dal set alla varietà di proposte, la sua collezione di debutto coglie nel segno.
Gucci

Demna: «Il film è stato svelato a Milano, qui la gente si diverte con la moda»
«Cosa faresti se fossi in una stanza con una tigre?». Demi Moore sussurra a Edward Norton: «Perché dovrei essere lì?». Lui la fredda: «Già ci sei». È un botta-riposta che fa tenere il fiato sospeso quello tra due dei protagonisti di The tiger, il corto con cui Gucci ha svelato la prima prova di Demna alla guida creativa della doppia G, in vista della sfilata di febbraio. E in effetti l’attesa era spasmodica come un trailer cinematografico. La nomina di Demna per salvare le sorti creative di Gucci. La prima collezione in un rush di due mesi. L’arrivo di Luca de Meo alla guida di tutta Kering. Francesca Bellettini al posto di Stefano Cantino come ceo della maison. I primi look svelati a sorpresa con La famiglia, raccolta degli archetipi del Demna pensiero che pescano tra citazioni a Tom Ford, Alessandro Michele e al suo periodo da Balenciaga. «Abbiamo presentato a Milano perché il marchio è italiano, amo questa città. Qui la gente si diverte con la moda», ha detto Demna. The new House of Gucci, si potrebbe dire, citando il film con Lady Gaga. Tra i protagonisti ci sono i look, la collezione Gucci andata in vendita con la formula see-now, buy-now. Eccentrici e ricercati per soddisfare i Demna needs in termini estetici.
Tom Ford

«Il desiderio è radicato nello spirito di questa maison, ne permea le stanze come un profumo inebriante». Parola di Haider Ackermann che, interpreta quello spirito di seduzione che è sempre stato un punto di forza di Tom Ford. Sia quando aveva acceso Gucci di sensualità, sia quando aveva lanciato la sua maison. L’aria è carica di erotismo sin dalle prime uscite, con quei tailleur avvitatissimi e laccati pronti a brillare alla luce della luna. Perché l’allestimento è come uno stage teatrale e notturno, davanti a Kate Moss o Pamela Anderson dalla nuova chioma rouge, con modelli e modelle che escono a gruppi in modo irregolare come gli show dell’era dell’edonismo. Teatralità e pelle scoperta, pelle bianca e vampira. Bocca sanguigna, capelli raccolti in piccoli caschetti, occhiali da sole perenni, fumo sul finale mente l’inizio è una flash che squarcia il buio. Le silhouette sono fasciate e l’intimo a vista è in un fare provocatorio. Le mani abbassano il lato dei pantaloni per far vedere l’underwear feticcio. Tra sandali con anelli metallici un po’ sadomaso, tacchi a spillo killer e fluidità che soffia colore sulla pelle. Come nell’ultimo abito lungo indossato da Vittoria Ceretti. «Anche solo per un giorno, possiamo essere eroi», conclude lo stesso Ackermann, citando Heroes di David Bowie nella colonna sonora. E in effetti un rimando estetico al Duca bianco c’è, tra eleganza e sguardo provocatorio. Perché il designer riesce a creare un ponte sospeso verso il desiderio, con una collezione sapientemente mixata. Chic estremo ed estremamente chic.
Louis Vuitton

Nicolas Ghesquière: «Ci si può vestire in modo estremo prima di tutto per se stessi»
Intimacy. Ecco la parola scelta da Nicolas Ghesquière per raccontare la virata soft intrapresa dalla spring-summer 2026 di Louis Vuitton. Che sfila all’interno del Musée du Louvre, negli antichi appartamenti estivi di Anna d’Austria, regina di Francia. Una location preziosa per suggellare la celebrazione dell’art de vivre, un’ode all’intimità e alla libertà della sfera privata. «Pensavo a come ci si sente quando si è nella propria casa», ha raccontato il designer, che non dimentica ricami sbrilluccicanti e borse soft, presentati in un set che è come un’immersione nel gusto francese Ancien régime. «Ho lavorato con la scenografa Marie-Anne Derville per creare questo appartamento e dare l’idea che oggi, quando ci si veste e si resta a casa, non è solo una tuta o un completo comodo. Ci si può vestire in modo estremo prima di tutto per se stessi. Volevo condividere il senso di serenità che si prova quando si è nel comfort della propria casa». E la scena è cocoon, scaldata dall’uso di materiali naturali e tanto knitwear. Lana calda per colli montanti, drappeggi e mix con pavè di tessuti metallizzati. Per poi comporre quelle silhouette tra leggero e architettonico: completi lucidi come pijama da diva e abiti a colonna dalle micro plissettature.
Saint Laurent

Anthony Vaccarello: «Ho pensato a La reine Margot. Gli abiti sono aerei, stanno in tasca»
Anthony Vaccarello torna con Saint Laurent a sfilare davanti alla Tour Eiffel, con un set che guarda alla storia della griffe, al giardino parigino dello stesso monsieur Yves, costruendo la grafica Ysl con una sapiente disposizione di peonie. Arriva Madonna, arrivano Zoë Kravitz e Hailey Bieber, Linda Evangelista, Carla Bruni ed Eva Herzigova, Rosé delle Blackpink e Kate Moss, tanto per non perdere neanche una celeb in town. Creano quella prima fila che accoglie principesse in pelle nera in stile Robert Mapplethorpe, adornate con gioielli della corona, grandi fiocchi, chiodi e bomber dalle maniche stondate. Sono donne enigmatiche che affermano il loro potere in silhouette Rive gauche, con tessuti fluidi e colori audaci che scoprono un materiale-cardine, il nylon, per trench, vestiti lineari e accenni di sahariane che lasciano intravedere un inedito nude look. Ed è sempre il nylon a farsi interprete del finale che si gonfia di vento e regalità. «Avevo in mente il film La reine Margot, ma ho abolito elementi pesanti. Gli abiti sono aerei, stanno in una tasca», ha spiegato Vaccarello. Che immagina discendenti della Duchessa di Guermantes o della Madame X di John Singer Sargent pronte a scambiare le loro sete con moderni tessuti tecnici.
Francesco Murano

Kinesis, dal greco «movimento», è la parola che dà il titolo alla spring-summer 2026 di Francesco Murano, che riflette sul corpo in azione come reazione alla stasi. Ispirata al dinamismo futurista di Giacomo Balla e Umberto Boccioni e alle cronofotografie di Étienne Jules Marey, la collezione trasforma gli abiti in estensioni del gesto, rendendoli idealmente parte del movimento. Drappeggi mobili, tagli strutturali e volumi fluidi disegnano le silhouette e ne ridefiniscono le movenze. Così la passerella è scandita da georgette, jersey e nappa fetish, da spacchi e da trasparenze. La palette che alterna il bianco ottico ai grigi tenui e polverosi tendenti all’azzurro, i neutri caldi, dal giallo burro all’albicocca, ai neri profondi, rievoca i colori dell’opera Velocità di motocicletta di Balla e, assieme alle silhouette, riporta la mente all’idea di un’essenzialità. Al principio primo dei colori, poi a quello del movimento. Per l’occasione della sua seconda sfilata, Murano ha rinnovato la collaborazione con Lineapelle e aderito a eBay endless runway, portando in passerella un dialogo concreto tra capi pre-loved e nuovi, facendo convivere sostenibilità e visione in un’unica narrazione progettuale. Dopo il suo debutto, la scorsa stagione sempre a Milano, questo giovane talento, vincitore dei Camera moda fashion trust grant 2025, resta coerente alla sua poetica radicata nell’arte, ma porta in scena una nuova energia vibrante. Qui l’abito smette di essere immobile per diventare gesto dinamico, un vero e proprio evento. Come il futurismo, comunica con forza che il futuro è già presente.
Bottega Veneta

Louise Trotter: «L’intrecciato è come una metafora dei valori della maison»
L’arrivo alla sfilata di Bottega Veneta, nell’ex fabbrica Orobia, è salutato da star come Uma Thurman, seduta accanto ad Anna Wintour, o Julianne Moore, volto della nuova campagna. Il set, firmato da Bureau betak, mescola sculture dell’artista Kwangho Lee a sedute cubiche in vetro di Murano dei 6AM. L’attesa è forte per la prima sfilata della maison di Kering firmata da Louise Trotter. «Ho pensato ai viaggi di Laura Braggion, che prese le redini di Bottega Veneta nei 70s. Si trasferì a New York e lavorò con Andy Warhol», racconta la designer nel back. La p-e 2026, presentata nell’anno del 60°, torna alle origini per trovare il presente. Venezia, New York e Milano diventano coordinate creative: il fasto lagunare, l’energia della Factory e l’essenzialità meneghina convivono nei capi. Il cuore resta l’intrecciato, reinterpretato e applicato in modo trasversale a borse, capi e accessori. Tecniche sartoriali e materiali estivi, trench in nappa e abiti da sera in cotone ricompongono i codici classici con disciplina e disinvoltura. «L’intrecciato è una metafora», conclude Trotter. «Collaborazione e connettività sono presenti ovunque nella maison, dalle sue origini a oggi».
Loewe

Alla fine è stata una sorpresa, un altro debutto positivo in una stagione di grandi cambi creativi. Senza contare che la scommessa di andare in scena con la collezione Loewe, prendendo le redini dopo i successi di Jonathan Anderson, non era facile. Ma Jack McCollough e Lazaro Hernandez, già fondatori di Proenza Schouler, hanno superato a pieni voti la prima prova per la griffe di Lvmh. Con un’immagine colorata e fresca, qualche dettaglio surrealista e flash sportivi, pensando a una Loewe girl di nuova generazione. «Entrare in Loewe significa far propri i codici plasmati in 180 anni di storia», ha spiegato il duo. «Per noi, la creatività è l’unica via percorribile. Deve mantenersi intima, ma legata a una narrativa culturale più ampia». Ed ecco giacche di pelle sagomate e pantaloni in rete da immersione, shorts con volant e décolleté trasparenti da indossare con calzini pop, parka e cappelli da pescatore. Si alternano a bomber increspati e abiti scultorei, asimmetrie che ricordano ballerine iberiche, trench con coulisse sulla schiena, come le borse da barca, e maglioncini annodati sul petto che diventano top a nudo. «In Loewe godiamo della libertà di esplorare e sperimentare. Quello della collezione è un linguaggio fatto di forme essenziali e colori primari, tratti dagli archetipi dello sportswear e spesso espressi attraverso la lavorazione della pelle». Il tutto sintetizzato da quell’opera appesa all’ingresso della sala, Yellow panel with red curve di Ellsworth Kelly, che lega questi elementi in un unico oggetto, tra vivacità tattile e intensità cromatica.
Mugler

È stato uno degli attesi debutti di stagione, quello di Mugler, che prende forma nel segno di una riscoperta dei codici della maison. Il designer Miguel Castro Freitas, nominato lo scorso marzo direttore creativo del marchio nel portafoglio di L’Oréal, invita gli ospiti nei sotterranei di un garage per portare in scena una collezione che è un omaggio al glamour della vecchia Hollywood, in un mix di seduzione e glamour. Fenicotteri rosa, Lola, Metropolis, Viale del tramonto, L’angelo azzurro con Marlene Dietrich sono solo alcuni dei film che vengono in mente osservando il lavoro del creativo portoghese, che vanta un curriculum di tutto rispetto, avendo militato da Dior con John Galliano e Raf Simons, da Dries Van Noten e nella Lanvin di Alber Elbaz. Il cinema ha un ruolo così rilevante nella costruzione dell’estetica di stagione, che Freitas presenta come il primo capitolo di A trilogy of glorified clichés, battezzandolo Stardust Afrodite. Il power dressing, il glamour, la femme fatale e il futurismo rétro sono appunto i cliché che segnano l’avvio di questa avventura. Una nudità esplicita oppure sottintesa si fa strada tra giacche sagomate sui fianchi e sulle spalle in toni cipriati e gonne a matita di lattice o in raso. Corsetti si stringono sul busto, frange nere danno vita ad abiti o si sciolgono dal fondo di un cappotto, le piume si trasformano in un top per far librare creature alate, mentre gown di velo impalpabile sono sorretti da piercing sui capezzoli o da un paio di orecchini. Creando una squadra di figure femminili seducenti e misteriose.
Balenciaga

Pierpaolo Piccioli: «Non è un omaggio a Cristóbal. Volevo essere rilevante oggi»
«Sono emozionato e orgoglioso di lui». A parlare è Giancarlo Giammetti, socio storico di Valentino, tra gli ospiti al debutto da Balenciaga di Pierpaolo Piccioli. Che ha riportato nella maison di Kering una vena di eleganza, guardando al lavoro di Cristóbal Balenciaga ma anche di altre guide creative, come Nicolas Ghesquière o Demna. «Non è che quando sono arrivato non sono andato a vedere gli archivi, ma li conoscevo già bene», spiega Piccioli. «Con questo défilé volevo essere rilevante nell’oggi, non è solo un omaggio a Cristóbal». Mega occhiali a mascherina, le iconiche borse City che sfilano per la prima volta, e poi tagli a cerchio a lasciare scoperta la schiena e citazioni agli abiti a sacco che irrompono in passerella. Con la sensualità del nero leather e di top croppati portati con gonne a strascico. «Quando si parla di bellezza, è sempre un’idea un po’ astratta. Qui ho voluto applicarla a cose reali, riconciliando strada e couture». Le modelle camminano su infradito platform, ma il passo è sicuro nei pants grafici sostenuti dalla cintura sottile con una B, ultimo baluardo del mondo logo precedente. Qui, invece, il logo è l’uso del colore e di inganni couture, come le strisce effetto piume ricavate da lastre per paillettes.
Valentino

Alessandro Michele: «Il caos che c’è fuori mi ha spinto a fare un esercizio di pulizia»
In uno spazio immerso nell’oscurità, emergono tracce di luce. Le parole di una lettera di Pierpaolo Pasolini, pronunciate da Pamela Anderson, aprono lo show di Valentino. Si racconta della ricerca di emozioni nel pieno della Seconda guerra mondiale, incarnate dalle lucciole. «Pasolini? Era uno studente che aveva bisogno di erotismo, di vita. Mi sono rivisto io, come designer, che mi confronto con l’esterno. Valentino ha messo al centro la bellezza. E io ho questa missione: cercare di dare un senso a questa bellezza», racconta Alessandro Michele. Il confronto con il grande couturier prende forma in una riduzione numerica delle silhouette, in una maggiore pulizia che dimentica layering e giochi di styling a favore di un’estetica ladylike. «Il caos che c’è là fuori mi ha spinto a fare una sorta di pulizia, a ridefinire tutto attraverso i colori e pezzi nostalgici», prosegue Michele. La seduzione, forse quella ricerca di erotismo di cui parlava Pasolini, emerge nelle trasparenze dei gown, che si fanno quasi un velo sul quale gettare sinuosi ricami. E nel finale i modelli escono in gruppo, si sparpagliano per la sala e guardano in alto alla ricerca delle lucciole. E le trovano.
Celine

L’accoppiata Celine plus Michael Rider si sta confermando una sicurezza. Dopo la prima prova a sorpresa durante la couture a luglio, la sfilata del marchio di Lvmh alla Paris fashion week diventa un’antologia di pezzi ben miscelati, tra archive e sportswear, bon ton e stylish. I cappotti-miniabiti aprono lo show, sono corti a svelare culotte, si portano con una di quello stuolo di borse che lasceranno il segno, capitanate dalla veterana Phantom. Ecco stampe e giacche over, pantaloni skinny e paillettes per un micro dress, tra pelle e citazioni equestri con i caschi logati un po’ biker cittadino e un po’ polo club. «Stavamo pensando a cosa fosse Celine e cosa non fosse», ha spiegato lo stesso Michael Rider in un messaggio agli invitati, «pensavamo ai good times, alla leggerezza e al calore dell’estate. La tensione tra la discrezione e il mostrare la pelle». E la sfilata gioca sull’alternanza di pesi. Lunghi trench con sandali aperti, bluse bicolore come giocatori in un’arena e stampe foulard, coat leather portati sul braccio e tute aeree che sembrano appena annodate sul collo. In un melange di pezzi everyday e super speciali. «Cose che durano e cose che sono solo un momento. Pensavamo a come abiti, scarpe e tutto insieme siano capaci di diventare parte dei ricordi che creiamo indossandoli». Una dimensione che piace, un susseguirsi di pezzi e look azzeccati. Che funzionano insieme e separatamente, pensati per quel mondo più diurno con cui è nato il marchio e che non vogliono strafare ma conquistano. Bella prova ancora per Michael Rider.
Dries Van Noten

Il suono delle onde del mare che si infrangono sulla battigia accompagna all’interno della sala del Palais de Tokyo. È una scatola bianca pronta a illuminarsi per raccontare l’estate abbagliante di Dries Van Noten. L’invito è già un indizio, con l’acqua che cola dalle lettere come se fosse stato afferrato con le mani bagnate dopo un tuffo. Già solido erede del fondatore, il direttore creativo Julian Klausner costruisce come un racconto poetico fatto di luce e sensazioni. L’incipit è affidato alla materia. I cristalli si impossessano di sandali e gioielli, punteggiano gli abiti e i completi composti da pantaloni alla caviglia e casacche. Ruches candide montano come la schiuma del mare sul fronte delle camicie, mentre ricami simili a volute si posano sopra un cappotto leggero. Le cappe impalpabili si gonfiano con il vento della costa, tuniche fendono lo spazio con le loro silhouette geometriche. E poi è la volta del colore che si impossessa dei print di ispirazione 60s tra grandi pois, onde, vortici, maxi righe, accostamenti sfidanti di toni brillanti che solo nell’estetica di questa maison possono trovare un’armonia. L’arancio e il fucsia, il verde acido e il rosa pallido, il turchese e il marrone, e poi stampe in abbinamenti inaspettati. Ai piedi, sneakers basse di ispirazione vintage, color ciliegia come le calze con cui sono indossate. Nel front row, il fondatore Dries Van Noten applaude il suo migliore allievo. Perché sotto la guida di Julian Klausner, il marchio di Puig può continuare a raccontare quella visione sontuosa che ha reso unico il marchio.
Dolce&Gabbana

Domenico Dolce e Stefano Gabbana: «Il pigiama è un modo per dire che la moda è questione di libertà»
It’s pijama time da Dolce&Gabbana. Sulla scia di quanto fatto con l’uomo, il womenswear di Domenico Dolce e Stefano Gabbana per la p-e 2026 ruota attorno a una trasposizione del pigiama e dell’intimo nel daywear. Le modelle scendono da un podio bianco indossando completi da notte maschili, resi seducenti dall’intimo nero a vista. A osservare ogni uscita sono, a sorpresa, Meryl Streep aka Miranda Priestly e Stanley Tucci aka Nigel, in una ripresa live de Il diavolo veste Prada 2. «La collezione racconta il dialogo tra maschile e femminile», spiegano gli stilisti. «I pigiami classici sono riletti in chiave sensuale con lingerie iperfemminile, come se ci fosse un’interazione tra boudoir e città, con un tocco di ironia». La scena viene conquistata da ensemble semplici, rigati o tinta unita, e ricamati, mescolati a giubbotti di pelle e giacche mannish, over o segnate in vita. E il confine tra giorno e notte diventa sempre più labile, quando i look sono completati da autoreggenti, piccoli reggiseni, bustier di pizzo e slip che spuntano dai pantaloni a vita bassa. «È il nostro modo per dire che la moda è una questione di stile e di libertà», affermano gli stilisti.
Fendi

Silvia Venturini Fendi: «C’è il romanticismo, la gentilezza e un tocco ironico nei capi»
Maxi pixel colorati si susseguono in una geometria di pieni e vuoti. Il set, firmato da Marc Newson, racconta quella commistione di moda, arte e artigianato su cui Fendi ha voluto accendere i riflettori anche con l’opening del suo palazzo in via Montenapoleone, a Milano. «Volevo una collezione romantica, ma non stucchevole, e usare il colore nelle sue varie sfumature. Volevo parlare a donne gentili, morbide ma forti», ha spiegato Silvia Venturini Fendi, che solo pochi giorni dopo lo show avrebbe lasciato la direzione creativa della maison di Lvmh. E in effetti i look trasmettono un senso di leggerezza, attraverso i tessuti impalpabili, i color block decisi, le forature che rendono la pelle una trama in movimento. Mentre fiori stilizzati, a volte ironici, conducono il pensiero alla gioia della primavera in arrivo, e coulisse tecniche permettono ai capi di essere modulati. Maschile e femminile si fondono in un gioco materico che abbraccia organza, polo in crochet e tute tecniche. Un dialogo ribadito dal casting, con donne e uomini molto diversi. «Siamo ossessionati dalla gioventù, ma volevo mostrare persone che invecchiano in maniera serena», ha concluso la stilista.
Alaïa

Le proiezioni di corpi di donne avvolgono la sala in una dimensione intima. Quello che succede sulla passerella si riflette sul soffitto come in un doppio film. «Alaïa è una maison di semplicità e purezza, di bellezza radicale», scrive Pieter Mulier nella lettera con cui accoglie i suoi ospiti. «Questa collezione è un’evoluzione della scorsa stagione, che a sua volta si basa su quella precedente. In un’eco della metodologia di Azzedine Alaïa, dell’atemporale, ogni stagione aggiunge a un corpo di lavoro, alla nostra visione della maison», prosegue il direttore creativo. Forme scultoree definiscono le silhouette estremizzate. Cuissardes di frange si indossano con giacche geometriche dalle schiene allungate. Abiti come uniformi esprimono un’idea di pragmatismo. Eccesso e moderazione, lusso e semplicità nel passare dal cotone al prezioso pitone. C’è una tensione, una torsione, nei vestiti. Sono disegnati intorno al corpo, sospesi in punti inaspettati, come le dita della mano, per ridefinire una silhouette aerodinamica ed ergonomica. Sembrano come corazze sul corpo. Mentre altri pezzi sono aperti grazie alle coreografie di frange che creano sagome frantumate. Sapienti mani hanno plasmato perle di maglia e immaginarie piume di macramè. In una celebrazione dell’artigianato e del savoir-faire d’eccellenza. L’impressione complessiva è di assistere a un’altra prova passata a pieni voti per il belga Pieter Mulier, un’altra collezione poetica, fatta di lavorazioni che ridefiniscono il corpo femminile rendendolo un’architettura atemporale.
Niccolò Pasqualetti

Niccolò Pasqualetti. «I dettagli metallici citano Memphis con un accento funzionale»
Niccolò Pasqualetti conferma la sua ossessione per le forme e per la versatilità dei capi. La sfilata gioca con zip laterali e modi alternativi di indossare gli abiti, mentre le spalline diventano sia accessori sia elementi strutturali che definiscono silhouette nette e precise. «L’uso di oggetti metallici oversize, dai pins agli inserti sulle borse, richiama l’estetica Memphis, aggiungendo un tocco ludico e funzionale allo stesso tempo», ha raccontato il designer toscano di stanza con la donna a Parigi. Il bianco domina l’inizio dello show, evocando statue e purezza, per poi lasciare spazio a nude shades e sporadici accenti di rosa e viola, che sottolineano equilibrio e forza, sino al finale che sfuma nel nero profondo ed elegante. Alcuni capi rimandano all’esperienza fiorentina di Pasqualetti, come giacche e shorts, ma reinterpretati in chiave più astratta e quotidiana a confermare un approccio che fonde ricerca formale e portabilità. Un esercizio di equilibrio tra rigore geometrico e libertà d’interpretazione. Una sfilata coerente dove ogni elemento può essere reinventato a piacimento, con una palette cromatica misurata che valorizza la costruzione raffinata dei capi.
Prada

Una vibe che cattura dalla prima uscita. Partono le note di Moments in love degli Art of noise, ritmo sintetizzato e brivido nipponico-alieno. Il passo sicuro graffia quella superficie laccata come un oceano arancione. Mostrine sulle spalle, tasche piatte sul petto delle camicie, pantaloni dalla riga severa. Blu notte per un completo dalle tracce army. «Perché l’uniforme? Pensavamo alla libertà», spiegano Miuccia Prada e Raf Simons, menti creative di Prada. Uniformi che tornano in colori squillanti, trasformate in abiti con gonna anni 50 o con culotte. «Inevitabilmente, quando creiamo pensiamo al mondo che ci circonda», ha commentato Miuccia Prada. «Il futuro è sconosciuto. Questa collezione nasce come reazione all’incertezza, con abiti che possono trasformarsi, cambiare, adattarsi. È una moda connessa al mondo, con significato e utilità». Ecco gonne leggere sospese dalle spalle, lunghi guanti glamour, tessuti croccanti e voluminosi, pezzi costruiti con frammenti diversi a contrasto. Si portano con reggiseni appena accennati, sono forme geometriche che sono solo forme, non sostengono, non esaltano. Sono pura estetica. «Siamo partiti dal senso di libertà che volevamo esprimere attraverso gli abiti», ha aggiunto Raf Simons, «anche una liberazione fisica, allontanandoci dall’idea di moda come imposizione scultorea sul corpo di una donna. L’uniforme fa parte della storia di Prada: per noi, una donna in uniforme può essere bella, elegante e forte. È una sfida alla gerarchia della percezione».
Versace

Una nuova vena di sensualità e sessualità pervade Versace con l’arrivo di Dario Vitale. Il suo debutto alla direzione creativa, che segna l’inizio di una nuova era per la Medusa passata nelle mani di Prada, avviene con una presentazione intima alla Pinacoteca ambrosiana, trasformata in un appartamento milanese tra letti sfatti e sala beauty per la toilette. I primi giudici sono quei 200 ospiti, 200 happy few davanti ai quali si alternano una settantina di look, genderless come concetto cardine, che da programma verranno realizzati in tutte le taglie per saltare le barriere dell’incasellamento sessuale. Indossati da un cast che cambia radicalmente: niente modelle star come in passato, ma più community, parola chiave per creare o ricreare un mondo intorno alla fashion house. E il linguaggio vestimentario come si presenta? «Un’eleganza profondamente italiana con un impulso irriverente», si legge in una nota. «Il classicismo nobile viene venerato e al contempo stravolto. Questa è la base del mito della maison». E il classicismo si scontra con una sensibilità da strada, sovrapponendo denim, pelle, metallo e seta. Maglioni sopra camicie sopra T-shirt bianche. Jeans a righe, esplosi nei toni di Miami beach e del Mediterraneo, tailleur e négligé, camicie stampate che guardano all’archivio. Come scordare gli abiti in metallo misto. E un tocco di decadenza Art déco per chi osa indulgere nella curiosità. Love it or hate it. Bisogna vedere se la direzione scelta si sposerà con il cambio di proprietà. Il vero giudizio è atteso con la prossima prova a febbraio.
Khaite

Catherine Holstein: «Mi affascina il lato oscuro, lynchiano del sogno americano»
«È a suo agio nell’essere a disagio». È la stessa Catherine Holstein a raccontare la donna Khaite, il brand newyorkese che ha creato e portato al successo. Con un fascino dark e rock, un’anima notturna che scuote il guardaroba femminile. Un graffio provocatorio, non provocante. Il twist negli abiti che sembrano un po’ strappati. La pelle nera di un blazer che ruota intorno al corpo. Quelle spalle geometriche nelle giacche, quei corpetti scolpiti come bambole pericolose. Camminano in un allestimento cinematografico tra acqua, nebbia e frammenti notturni. Noir sulle musiche dei Blur. «Il set è come fatto da ghiacciai rotti», prosegue la designer nel backstage dopo lo show, «sembra di camminare su un terreno un po’ instabile. Nella mia vita mi è sempre sembrato che potessi cadere tra le crepe. Ma se rimani sulla strada, puoi superarla». Il confine tra la designer e la sua proiezione in passerella è sottilissimo. E questo conquista. «Non è un segreto che sia grande fan di David Lynch», dice Holstein, «il lato oscuro dell’America mi ha sempre affascinato. Continueremo con l’approccio western, ma mescolato con la città. Anche i 70s hanno avuto un grande impatto su di me. Avrei voluto esserci». (riproduzione riservata)
- Quali sono state le ispirazioni chiave per le collezioni di Matthieu Blazy da Chanel e Jonathan Anderson da Dior?
- In che modo i nuovi direttori creativi, come Pierpaolo Piccioli da Balenciaga e Alessandro Michele da Valentino, hanno reinterpretato il DNA dei rispettivi marchi?
- Quali sono le tendenze emergenti più significative dalle sfilate SS26 in termini di materiali, silhouette e styling?