CultureSabato De Sarno cura la mostra su Ambrosia Fortuna al Pac di Milano
Si intitola «Eravamo notte, ora siamo giorno» la più ampia exhibition dedicata all’artista, in un progetto sostenuto dal comune di Milano e Levi’s. Un percorso tra fotografie, video e materiali d’archivio che racconta oltre dieci anni di vita, relazioni e comunità nella scena queer italiana.

«Io ho conquistato visibilità lavorando nella moda. Adesso sento il bisogno di mettere quella visibilità al servizio di qualcun altro», spiega Sabato De Sarno (già direttore creativo di Gucci e con incarichi di peso in Valentino) a MFF all’affollata preview della mostra al Pac-Padiglione , mentre si prepara anche a una performance in abito da sposa. Lo stilista, già con un illustre percorso curatoriale alle spalle, sceglie così di rivolgere il proprio sguardo all’archivio di Ambrosia Fortuna come gesto di restituzione e di apertura, costruendo un progetto che mette in relazione linguaggi, generazioni e comunità.
«La mostra non interpreta. Espone», è la chiave curatoriale che attraversa l’intero progetto, svoltosi tra il 13 e il 15 giugno, che non costruisce una narrazione lineare ma una condizione di visibilità. Oltre dieci anni di immagini raccolte tra Milano e Napoli vengono così restituite nel museo, trasformato in un luogo di relazione, presenza e riconoscimento.
Chi ha il diritto di raccontare una comunità e chi conserva le immagini che ne custodiscono la memoria sono le domande che attraversano «Eravamo notte, ora siamo giorno». Per la prima volta, l’artista riunisce un archivio composto da fotografie, video e materiali realizzati tra Milano, Napoli e Roma, in cui la dimensione documentaria si intreccia con quella affettiva. Le immagini diventano frammenti di una memoria condivisa, costruita attraverso relazioni, amicizie e appartenenze che attraversano la scena Lgbtqia+ italiana contemporanea.

Performer, amiche, amanti e sorelle abitano fotografie e video che non osservano la comunità dall’esterno ma ne restituiscono l’esperienza vissuta, tra quotidianità e intensità emotiva. Il progetto, inserito nel programma di Orgoglio Porta Venezia Milano con il sostegno di Levi’s, si sviluppa come un racconto interno, in cui le immagini mantengono la loro autonomia e diventano linguaggio diretto.
«Io e Ambrosia non ci conosciamo da tantissimo, ma fin dall’inizio si è creato un dialogo molto diretto, attraverso le immagini. Mi mandava fotografie e video del suo archivio personale, momenti di vita quotidiana con le sue amiche, scene intime e non costruite. Da lì è nata una relazione naturale», racconta De Sarno, spiegando come il progetto sia nato da uno scambio continuo e informale.
«A un certo punto mi sono chiesto perché non trasformare quel materiale in qualcosa di pubblico. È il secondo anno che lavoro con Orgoglio Porta Venezia Milano per il Pride: dopo il film di Camilla Salvatore, quest’anno volevo continuare quel percorso con un altro linguaggio. Quando ho visto l’archivio di Ambrosia ho capito che poteva diventare una mostra. Il Pac è stato il luogo giusto, un’istituzione aperta, e quando ho presentato l’idea a Diego Sileo la risposta è stata immediata», aggiunge.

Il percorso espositivo si articola in due nuclei: una prima stanza più legata alla notte, fatta di backstage, locali, case e momenti di costruzione identitaria collettiva; e una seconda più quotidiana e presente, in cui la dimensione relazionale si stabilizza in una nuova forma di visibilità. «Non ho mai vissuto questo progetto come una selezione di immagini, ma come un dialogo continuo», sottolinea il curatore.
«Ambrosia è la fotografa, ma le persone ritratte fanno parte dello stesso universo. Per questo abbiamo lavorato anche con loro, per capire se e come volessero essere parte del racconto. Sono immagini intime, ma vere, non costruite. Non una comunità osservata dall’esterno, ma vissuta dall’interno», spiega.
Il titolo «Eravamo notte, ora siamo giorno» viene spesso letto come una trasformazione lineare, ma De Sarno ne rifiuta una lettura semplificata: «La notte non è solo oscurità, è anche spazio di libertà e incontro. Non è un prima e un dopo. Sono passaggi che convivono, non una progressione».

Nel rapporto con Milano, il progetto assume anche una dimensione istituzionale. «Milano è una città che ha costruito uno spazio di apertura importante. Il fatto che la mostra sia al Pac è significativo perché è un’istituzione pubblica. Per me è fondamentale che questi temi non restino confinati, ma entrino nei luoghi accessibili. Creare visibilità, presenza e confronto è già una forma di azione».
Per una impostazione curatoriale, che fa della visibilità il centro stesso del progetto. (riproduzione riservata)
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