CultureRachele Regini e il pensiero femminile sulla moda
Consulente culturale tra arte contemporanea e stile, ha costruito un percorso personale in cui ricerca, femminismo e linguaggi diversi si intrecciano. Dalle collaborazioni con Dior e Fendi fino alla rinascita del Teatro della Cometa, ha trasformato un’eredità familiare in un progetto aperto al presente

Il suo livre de chevet è La casa degli spiriti di Isabel Allende, in cui storia e femminismo, amore e realismo magico diventano il motore narrativo di una saga familiare in cui sono le donne a fare la vera differenza. Non è difficile comprendere le ragioni per le quali Rachele Regini ne sia rimasta affascinata tanto da ritrovare in quei legami di sangue che spezzano il tempo il richiamo di qualcosa che ritorna e che può, e che deve, assumere forme e declinazioni differenti per essere nuovamente fruibile nell’immediato. Del resto, le sue linee guida sono sempre state la ricerca, il desiderio di conoscere, la passione e, ogni qual volta si è imbattuta in un progetto, il suo impegno è sempre stato rivolto a vederlo realizzato.
È successo anche recentemente quando, insieme alla madre Maria Grazia Chiuri, Rachele Regini ha riportato allo storico splendore il Teatro della Cometa di Roma, un luogo leggendario appartenuto ad Anna Laetitia Pecci Blunt, meglio nota come Mimì, mecenate e amante della cultura e della bellezza, con l’obiettivo farlo ritornare a essere il punto di riferimento di un sistema culturale più aperto e, soprattutto, inclusivo. E decisamente reale. Perché è proprio dal confronto con il mondo presente che nasce ogni singolo interesse che Rachele Regini ha portato avanti, spesso in un confronto sano e trasversale con la madre, sviscerandolo, studiandolo, rendendolo magmatico, fino a trasformarlo in qualcosa di effettivamente fruibile e dirimente. Come il suo impegno femminista che, dai banchi di scuola, è diventato un vessillo ricco di ramificazioni e capace di incontrarsi con il linguaggio della moda perché, dice lei, il desiderio è sempre stato quello di vedere donne che ci assomigliassero davvero, che esistessero nella realtà. Un eterno femminino che scende in campo nel presente, dunque, e che, grazie alla visione materna, ha trovato modo per esprimersi in passerella e diventare virale, nel senso sano del termine, dando vita a una nuova maniera di intendere la moda. Una moda che parla al mondo, e non a un mondo sognato, ma vivo, reale, in cui le donne sono tante e ricche di altrettante sfaccettature, belle, bellissime perché lontane da qualsiasi idea stereotipata di perfezione.
Esattamente come la madre, che per Rachele è un modello perché «mi ha sempre mostrato che si può essere imperfetti e riuscire comunque a fare tutto quello che si vuole». Un elogio dell’imperfezione, in estrema sintesi, che è diventato presto materia viva e fertile anche per la crescita di Rachele Regini, classe 1996, che si ritrovò suo malgrado a respirare moda fin da piccola quando, insieme al fratello Niccolò, sistemava le borse nello showroom romano di Fendi mentre la mamma lavorava. Il fashion le appariva allora come un lavoro duro e poco frivolo, lontano dal glamour e dalle luci dei riflettori che Rachele intercettò a sette anni quando, alla sua prima sfilata di Valentino e vestita di rosa Bonpoint, finì mano nella mano con la madre in un fotogramma del film L’ultimo imperatore. La moda, non slegata dalla creatività, poi era sempre stata una questione di famiglia dal momento che anche il padre, Paolo Regini, era alla guida di una storica realtà familiare attiva nella camiceria artigianale su misura, un uomo concreto e dotato di una grande ironia, complice nell’aver tenuto la figlia con i piedi per terra insegnandole a non prendersi troppo sul serio. E così Rachele fece, quando nel 2012, dopo il liceo, decise di completare gli studi secondari a Londra, alla South bank international school, immergendosi in un ambiente decisamente stimolante e libero, respirando un’energia diversa che le cambiò il modo di vedere le cose e di studiarle, sfidando i canoni classici, ponendosi in rottura con gli schemi precostituiti, spingendola a iscriversi poi alla Goldsmiths university of London, fucina di talenti come Damien Hirst e Vivienne Westwood, in cui si laureò nel 2018 in Art history. Nel suo corso di studi una forte attenzione era dedicata al ruolo delle donne nell’arte e nella letteratura e le venne naturale, poi, scegliere un master in gender, media e culture presso la stessa università. Fu così che le si aprì un altro mondo, più interlocutorio e rivoluzionario nelle sue propaggini, che quasi esacerbò il rapporto con la madre, all’epoca alla direzione creativa di Dior, e con il concetto stesso di moda. Che, necessariamente, aveva assunto in Rachele sfumature reazionarie e capitalistiche alle quali Maria Grazia rispondeva mostrandole gli aspetti positivi e tutti i possibili intrecci che avrebbe potuto acquistare mettendola in dialogo con i linguaggi più diversi. Ragionamenti e sfumature, questi, con i quali Rachele fece ritorno a Roma dove svolse le prime esperienze in ambito artistico collaborando con la Gnam-Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma e poi si spostò a Parigi presso il dipartimento di arte contemporanea di Christie’s.

E fu proprio nella capitale francese che ritrovò, dopo sette anni trascorsi separatamente, l’amatissima madre con la quale riprese quel dialogo potente e frastagliato che era stato temporaneamente messo in pausa e che si tradusse in un confronto continuo e spesso conflittuale sulle tematiche più disparate. Le parole si mutarono in una collaborazione ufficiale, quella che vide Rachele assumere il ruolo di consulente culturale per Dior con l’obiettivo, già dichiarato, di contribuire allo sviluppo di progetti che rafforzassero il link tra moda, arte e cultura. Quello che, fino a quel momento, era rimasto chiuso tra le pagine dei libri o messo al centro di conversazioni private tra madre e figlia, sfociò in una serie di collaborazioni tra la maison e artiste del calibro di Judy Chicago, Claire Fontaine, Mariella Bettineschi, Isabella Ducrot ed Elina Chauvet, coinvolte nella realizzazione dei set delle sfilate. La strada di Rachele in Dior, del resto, era illuminata da una prospettiva intimamente femminista e post-femminista, mossa dalla volontà di portare le parole delle intellettuali al di fuori degli spazi ristretti dei saggi per renderle fruibili a tutti e farle diventare un messaggio capace di arrivare alla gente reale. Così successe quando coinvolse l’autrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, la cui frase cult, «We should all be feminists» divenne una sorta di manifesto dell’engagement Dior e un approccio diverso a tematiche apparentemente agli antipodi ma che potevano arrivare realmente a tutti. «Una ragazza ha visto la sfilata con le T-shirt We should all be feminists e, di conseguenza, ha acquistato l’omonimo libro di Chimamanda Ngozi Adichie. Ho pensato che, anche se si trattasse di una sola persona, sarebbe già significativo. Ed è questo che dimostra il motivo per cui mia madre, e io con lei, faccia tutto questo».
E il tutto questo in questione era frutto di un’alchimia in essere che Maria Grazia e Rachele avevano conquistato nel tempo e coltivato, accogliendo una visione comune e condivisa che, dalla sinergia con le artiste, arrivava al mood e allo spirito che la collezione avrebbe dovuto rappresentare. Inoltre, Rachele, che nel 2023 fu anche protagonista della campagna Dior per la borsa Lady 95.22, prese parte a progetti con numerose fotografe, tra cui Brigitte Niedermair, e cominciò a collaborare con la Chanakya school of craft di Mumbai, collettivo di ricamatrici che utilizzava il lavoro tessile e la craftsmanship come strumenti di promozione dell’indipendenza economica e personale delle sue studentesse, da cui nacquero numerose opere tessili realizzate nei set delle sfilate. Quando la madre concluse la sua collaborazione con Dior per fare ritorno da Fendi, Rachele la seguì nella maison romana con il ruolo di image director, proseguendo in quella relazione simbiotica che non era destinata a fermarsi nella moda ma che si estese naturalmente a un terreno ancora più ampio, quello del teatro.

Maria Grazia Chiuri aveva infatti acquistato nel 2020 il Teatro della Cometa a Roma, che era rimasto abbandonato per anni, e ne aveva promosso un restauro sapiente che ne rispettasse la visione originaria del 1958, guidato dall’architetto Fabio Tudisco e dal designer Andrea Panzini. Rachele è stata insignita del ruolo di coordinatrice del comitato scientifico con l’obiettivo di renderlo un hub culturale dinamico per la prosa, la musica e la danza, in rapporto stretto con la comunità romana e aprendolo alle nuove generazioni. Così quello che era un luogo polveroso lontano dai fasti del passato recuperò la sua essenza primaria, fortemente voluta da Mimì, l’eccentrica e visionaria mecenate che, più di 70 anni prima, l’aveva reso un avamposto culturale eclettico e sperimentale, un contenitore sui generis delle discipline più disparate e con un coté internazionale assolutamente inedito per l’epoca che lo rese un fecondo terreno di sperimentazione.
Un approccio, questo, che Rachele e Maria Grazia hanno voluto porre come filo conduttore al fine di riportarlo a essere un’agorà culturale, aperto all’avanguardia e all’intersezione tra linguaggi diversi, una sorta di compendio di quella che era sempre stata la filosofia di famiglia. Ed è proprio da questo luogo magico, in cui Rachele segue la curatela della programmazione e dei progetti culturali tra cui mostre e opere site specific, emblematico simbolo di resistenza e di passione, che è pronta a reinventare ancora una volta il futuro, senza allontanarsi troppo dall’orbita materna. E forse è proprio nella tensione tra slancio e disciplina che si condensa il senso più profondo della sua traiettoria. Rachele Regini racconta di una frase che attraversa le generazioni della sua famiglia, dalla nonna alla madre, fino a lei, e che oggi risuona come una bussola, «Dove arrivi, metti il segno». Fare ciò che è possibile, senza pretendere di compiere tutto subito, sapendo che si potrà ripartire da lì. Una lezione che riconosce di non aver ancora pienamente fatto propria, divisa tra l’urgenza di concludere e una certa impazienza, condivisa con la madre. Ma forse è proprio in questa sua consapevolezza, lucida e ancora in divenire, che si intravede il segno più autentico del suo percorso. (riproduzione riservata)
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- Genera un report programmato per monitorare le iniziative e i progetti del Teatro della Cometa nel prossimo semestre.
- In quali altri contesti il femminismo e l'arte sono stati integrati nel settore della moda per promuovere inclusione e diversità?