CulturePieter Mulier: «Nel prossimo progetto porterò un po’ dello spirito di Alaïa»
Il designer si prepara ora a guidare Versace sotto il controllo di Prada. Dove, a quanto appreso poco fa dalla press conference sul Full year di Prada group, esordirà non a settembre ma tra un anno. «Sarà qualcosa di diverso, anche se porterà con sé un po’ di questo viaggio di cinque anni»
È pronto per la prossima sfida? «Non ancora», si schermisce Pieter Mulier. Che ora tutti aspettano da Versace, dove, a quanto appreso poco fa dalla press conference sul full year di Prada group, esordirà non a settembre ma tra un anno. «Penso che questo sia lo spirito di Alaïa: ridurre all’essenziale». È qualcosa che porterà anche nel suo prossimo progetto, cioè Versace? «No, quello sarà qualcosa di diverso, anche se porterà con sé un po’ di questo».
Alla fine dello show alla Fondation Cartier, lo stilista si dice svuotato e felice insieme. La sua ultima collezione per Alaïa è un ritorno radicale ai fondamentali. Giacche, abiti, tagli. Un vocabolario costruito in cinque anni che ora lascia in eredità alla maison del gruppo Richemont. Prima di voltare pagina, Mulier sceglie la sottrazione. Silhouette allungate, tubini leggeri, balze asimmetriche che parlano il linguaggio caro ad Azzedine Alaïa.
Come si sente?
Vuoto. Piuttosto vuoto. Svuotato dentro. Ma allo stesso tempo felice. (sorride)
La sua ultima collezione sembra più un’immagine che un racconto di vestiti. È così?
Sì, e proprio per questo con il team siamo ripartiti dalle basi, dai vestiti reali. Cos’è una giacca? Cos’è un abito? Cos’è un abito Alaïa? Tutto questo. In fondo è come un vocabolario dei cinque anni che ho passato qui, qualcosa che sto lasciando alla persona che verrà dopo di me. Questa è l’idea.
Dà quasi l’impressione di essere un promemoria.
Sì, un promemoria di questi cinque anni, ma anche una proiezione verso il futuro. È entrambe le cose. È come lasciare le chiavi sul tavolo per la prossima persona. Il mondo sta attraversando un momento difficile e non volevo fare qualcosa di ostentato, enorme o spettacolare. Non è il momento per questo. Quando lasci una casa non fai grandi gesti: resti calmo e torni alle radici. Volevo semplicemente mostrare ciò che ho imparato dalla maison, in modo molto umile.
Riesce a dire in parole cosa ha imparato?
Ho imparato la precisione. Ho imparato a togliere il superfluo, a fare editing. Ho capito che il vero lusso non è quello che tutti pensano. Il vero lusso è una giacca con il taglio perfetto. Non è nemmeno più il tessuto: è la vestibilità, come un capo cade sul corpo. Per molto tempo ho avuto dubbi sull’andare così lontano nella riduzione, così vicino all’essenza, perché pensavo che forse non fosse abbastanza per il mondo della moda. Ma credo che invece dovrebbe esserlo. Perché ha fatto battere il mio cuore. E penso che questo sia lo spirito di Alaïa: ridurre all’essenziale.
È qualcosa che porterà anche nel suo prossimo progetto?
No, quello sarà qualcosa di diverso, anche se porterà con sé un po’ di questo.
È quasi una performance finale?
Un po’, sì. È stato un momento molto emotivo, perché la notizia della mia partenza è uscita abbastanza presto. Lavoro con il mio team da cinque anni, e con alcuni anche da prima. Tornare insieme all’essenza ci ha dato molta energia e ci ha fatto riflettere su quale sia davvero l’essenza di Alaïa. Ed è qualcosa di molto semplice. Per questo ho chiesto a un artista giapponese di realizzare un’opera: è venuto a Parigi a gennaio e gli ho chiesto di fotografare tutte le persone del mio team e di metterle in primo piano. Perché per un po’ saranno loro a portare avanti il lavoro. Non dobbiamo mai dimenticare che anche loro sono parte fondamentale di tutto questo.
Anche la musica è stata composta apposta per Lei.
Sì. Ho parlato con Gustav Huckmann, compositore e anche mio migliore amico. Gli ho detto che volevo una riduzione di tutto quello che abbiamo fatto insieme negli ultimi cinque anni, di tutta la musica. Ridurla all’essenziale, ma con un tocco techno. Lui mi ha risposto che non fa techno, così abbiamo deciso di usare gli archi. La ripetizione è importante, perché è qualcosa di molto vivo. Azzedine faceva la stessa gonna cinquanta volte, e l’ultima era sempre la migliore. Ripeteva, ripeteva, ripeteva. Anche le collezioni funzionano così: è un tentativo continuo di avvicinarsi alla perfezione, anche se la perfezione non esiste.
Pensa di esserci arrivato vicino?
Ha fatto battere il mio cuore. Quindi il mio cuore dice: vicino, ma non perfetto.
Si è spinto più di quanto avesse mai fatto prima?
Sì, e ho spinto anche il mio team più di quanto avessi mai fatto.
È pronto per la prossima sfida?
Non ancora.
Cosa farà adesso?
Andrò in Africa. Voglio fare qualcosa di semplice: vedere gli amici e la famiglia che non vedo regolarmente da cinque anni, godermi un po’ di tempo. E poi penserò a quale sarà il prossimo passo. (riproduzione riservata)
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