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Culture

Pieter Mulier, chi è il nuovo direttore creativo di Versace

Allievo prediletto di Raf Simons, che ritroverà adesso nel gruppo Prada, artefice della renaissance di Alaïa e oggi chiamato a scrivere il prossimo capitolo della Medusa. Il designer belga approda a Milano forte di un linguaggio che fonde rigore scultoreo, sensibilità artistica e una rara capacità di trasformare l’heritage in contemporaneità desiderabile

di Ursula Beretta
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Un ritratto di Pieter Mulier (foto Instagram @pieter_mulier)
Un ritratto di Pieter Mulier (foto Instagram @pieter_mulier)

Per circa un ventennio è stato braccio destro di un certo Raf Simons, il suo primo mentore, fino a quando è stato nominato, nel 2021, direttore creativo della maison Alaïa in cui è stato artefice di una vera e propria renaissance. Dopo un quinquennio fortunato, il quarantaseienne designer belga Pieter Mulier ha salutato il brand che l’ha visto debuttare da solista per accettare una nuova sfida, ancora in solitaria, alla direzione creativa di Versace.

Non è un caso che Mulier, premiato come designer dell’anno ai Fashion awards 2025 e a lungo considerato l’erede di monsieur Azzedine Alaïa, si trovi ora sullo scranno di uno dei brand più amati di sempre che, dopo essere entrato nell’orbita del gruppo Prada e a distanza di due mesi dall’uscita di Dario Vitale, è alla ricerca di nuovi fasti. Il compito che si troverà ad affrontare non è certo dei più facili ma Mulier non solo è accompagnato dalla profonda stima del presidente del marchio della Medusa, Lorenzo Bertelli - che si è detto convinto che il creativo «saprà esprimere pienamente il potenziale di Versace e instaurare un dialogo profondo con la sua storia e l’estetica distintiva» - , ma dalla memoria di quanto già realizzato in passato. Sia nel suo percorso accanto a Raf Simons, complice di un dialogo fecondo capace di regalare nuove sfumature all’essenza dei marchi in cui si è trovato a lavorare, sia per come ha saputo risollevare le sorti di una maison leggendaria che pareva avesse avere esaurito le cose da dire. E quello che ha creato Mulier è ancora sotto gli occhi di tutti, in un sottofondo che non si è esaurito nella sua bravura nel portare all’ennesima potenza l’arte dei volumi scultorei di cui era maestro lo stilista tunisino ma calandola in una contemporaneità ricca di propaggini decisamente più mainstream, come dire, di cui le ballerine in tessuto mesh o la borsa Teckel sono diventati simboli, ancorché imperituri oggetti del desiderio.

Pieter Mulier, chi è il nuovo direttore creativo di Versace

Pieter Mulier, che curiosamente è omonimo del celebre pittore olandese del XVIImo secolo, è nato nel 1978 a Ostenda, nelle Fiandre occidentali, da una famiglia borghese e cattolica che vantava una lunga tradizione di medici. Facile immaginare come la moda non fosse proprio tra gli interessi del piccolo Pieter che però, a differenza degli avi e dei coetanei, ai camici bianchi e agli sport preferiva attività più culturali come il disegno, lo studio del pianoforte e i corsi di teatro. Dopo aver frequentato un istituto gestito da monaci benedettini in cui imparò latino, greco e la passione per la storia dell’arte, il giovane Mulier si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza prima per poi spostarsi a quella di Architettura all’Institut Saint-Luc di Bruxelles. Fu proprio al termine di uno dei corsi di design che si espresse platealmente la sua geniale capacità di pensare fuori dagli schemi quando, per sviluppare un progetto relativo al concetto di sopravvivenza, si presentò indossando una tuta one piece, ideata per sopravvivere a qualsiasi colloquio di lavoro, priva quindi di bottoni o di patte da poter sbottonare che evitavano qualsiasi rischio di autosabotaggio ( o di brutta figura) al candidato. Caso vuole che tra i membri della commissione ci fosse anche Raf Simons che rimase colpito dal giovane e lo invitò a fare uno stage da lui, sfidando le sue resistenze e, soprattutto, la sua inesistente conoscenza del sistema moda. Pieter Mulier collaborò così non solo alla collezione autunno-inverno 2002/03 dello stilista ma quando nel 2005 Raf Simons venne chiamato da Jil Sander, lui lo seguì per occuparsi degli accessori per poi, a seguito di un periodo sabbatico preso per accudire il padre malato, raggiungere nuovamente il suo mentore che era entrato ufficialmente da Dior nel 2012.

Il mondo troppo angusto degli accessori fu per il momento accantonato per permettere a Pieter Mulier di indossare il ruolo di design director dell’atelier occupandosi finalmente anche degli abiti, un desiderio che aveva accarezzato già da un po’ e che continuò a praticare anche quando si trasferì con Simons da Calvin Klein. Tempo un intenso biennio che la coppia decise di prendersi una pausa dal rutilante mondo della moda che, nel caso di Pieter, gli aveva prodotto una sorta di disamore a causa di un sistema nel quale faticava a riconoscersi. Ma fortunatamente questo periodo di stallo ebbe breve durata perché, nel 2020, i vertici di Richemont, la holding proprietaria di Alaïa, gli offrirono la direzione creativa della maison proprio quando lui stava firmando per occuparsi di un’azienda di mobili. Così, se il mondo del design perse un talentuoso architetto, la storica casa di moda dalle radici tunisine ma dalla residenza parigina, guadagnò una nuova primavera. Che, per Mulier, cominciò dallo studio approfondito degli archivi e dal setacciare mercati vintage per catturare lo spirito autentico di creazioni che parevano vivere di vita propria e che nell’immaginario di tutti, e a ragione, erano oramai immortali.

Quando Mulier prese casa nell’atelier parigino nel febbraio 2021 era già sicuro di quello che avrebbe voluto fare, recuperando l’anima e insieme il corpo di un marchio iconico che sapeva sfidare il tempo e, soprattutto, infischiarsene delle modellerie tradizionali, dato che il creativo cominciò a costruire letteralmente i vestiti sulle forme reali delle donne in omaggio a quell’arte scultorea per la quale il fondatore era celebre. Inutile ricordare come questo suo profondo lavoro si trasformò in uno degli immaginari più forti dell’ultima decade capace di muoversi tra linee definite, volumi scolpiti e un dinamismo a tratti brutalista per dare vita a un’estetica priva di qualsivoglia paragone ma ferocemente femminile e sensuale. E non solo. Perché grazie alla sua precisa formazione nel segmento degli accessori il designer creò best seller come quelli già ricordati che permisero alla maison di uscire dai ranghi troppi esclusivi per posizionarsi tra i marchi più desiderati in assoluto.

Il tutto senza cambiare una virgola del suo modo di essere, a cominciare dalla residenza rimasta ad Anversa, nel segno di quella normalità trasformata in benzina creativa, tra amici di sempre e una passione ostinata per l’arte, rimasta la cifra più intima del suo sguardo. È da lì che prenderà forma il dialogo con l’heritage di Versace, di cui assumerà ufficialmente le redini dal 1° luglio, inaugurando un nuovo racconto ancora tutto da scolpire.(riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 05/02/2026 15:29
Ultimo aggiornamento: 05/02/2026 15:39
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