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Parla Nicola Brognano: «La mia sfida come primo italiano alla guida di 7 for all mankind»

«Ho pensato a donne rock’n’roll che non si prendono troppo sul serio», da Mary Kate Olsen a Kate Moss», spiega a MFF lo stilista, che è stato primo successore di Anna Molinari da Blumarine. E oggi è il primo a far sfilare lo storico marchio denim. «Stiamo costruendo intorno al denim un guardaroba reale che una donna reale può mettere». Per ora non tornerà in Italia

di Stefano Roncato (New York)
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Nicola Brognano alla fine dello show 7 for all mankind fall-winter 2026 (ph Isidore Montag, courtesy 7 for all mankind)
Nicola Brognano alla fine dello show 7 for all mankind fall-winter 2026 (ph Isidore Montag, courtesy 7 for all mankind)

Arrivare a New York con una visione precisa e un guardaroba pensato per la vita reale. Nicola Brognano debutta alla guida di 7 for all mankind durante la Fashion week americana con una collezione che mette al centro il denim premium, ma soprattutto una donna urbana, cresciuta, consapevole. «Per me è una prima volta importante. Un italiano che sfila a New York è una cosa molto bella», racconta. Il suo è un cambio di passo netto rispetto al passato: meno nostalgia Y2k, più metropoli, più daywear, più concretezza. «Stiamo costruendo intorno al denim un guardaroba reale che una donna reale può mettere», spiega, rivendicando una moda portabile, con uno styling forte e un price point calibrato.

Il progetto nasce in un momento chiave per il marchio, in crescita e pronto a rinnovare retail e distribuzione. «Vogliamo aggiungere una cliente più giovane senza perdere quella storica», dice Brognano, che parla apertamente di una collezione «democratica», fatta di jeans, cappotti, pelle made in Italy e una sensualità più matura. Le sue muse? «Donne rock’n’roll che non si prendono troppo sul serio», da Mary Kate Olsen a Kate Moss. E mentre New York diventa la nuova casa creativa, Milano resta nel cuore. Con un obiettivo chiaro: allargare il perimetro del denim, senza tradirne l’anima.

Cosa significa sfilare a New York?
Tanto, perché è una cosa nuova per me. Per un italiano arrivare qui è speciale. Sono sempre stato abituato a Milano, quindi la vivo come una prima volta. Ma soprattutto sono contento del progetto: è diverso dal mio passato e, vista la crisi del lusso, credo sia intelligente. Stiamo lavorando su un guardaroba reale, portabile, con uno styling importante ma prezzi super calibrati. Diciamo che è una collezione «democratica».

Guardando la collezione, però, si rivede il suo Dna.
Non ho fatto quel tipo di moda così girly e femminile di prima. Qui è più metropolitana, urbana, con tanto daywear e streetwear. Ma la parte sexy c’è: quella sono sempre io.

È una donna diversa rispetto al passato?
Sì, meno trash. Quella fase serviva per conquistare una fetta di mercato nuova. Questa è la stessa donna, ma più cresciuta. Non è più Y2K: siamo intorno al 2008–2009.

Che differenza c’è tra lavorare in Italia e con un gruppo americano?
Qui c’è una struttura enorme e un’organizzazione molto fluida. È tutto snello, anche sul commerciale. Mi ha convinto il progetto solido: nuovi store, nuova distribuzione. Partiamo da Soho, poi Milano, Parigi o Londra. E il brand è nel suo momento migliore dal punto di vista economico.

Perché era importante sfilare?
Per prendere una fetta più giovane. La cliente storica è super fidelizzata al denim, non la perdiamo. Ma le nuove generazioni spesso non conoscono il brand. La collezione è grande: non sostituiamo, aggiungiamo.

Da dove nasce l’ispirazione?
Da immagini di donne come Mary Kate Olsen e Kate Moss in quegli anni lì: 2005–2008. Un’attitudine rock’n’roll, una rebel girl che non si prende troppo sul serio.

Si è reinventato reinventato in fretta.
Un anno e mezzo, due. Mi sono preso una pausa, ma non ho mai smesso: consulting, anche ghost. Non riesco a stare fermo.

Quanto è difficile oggi emergere?
È un momento duro per tutti. Ma se hai davvero passione non ti abbatti. Io non potrei fare altro. Se lavori bene, prima o poi vieni ripagato.

Rivedremo un suo brand personale?
Non per adesso. Per ora lo lasciamo lì.

Il suo ruolo esatto?
Creative director a 360 gradi. Il mio focus è lo show, ma supervisiono tutta l’immagine.

Ci sarà anche l’uomo?
Forse. Non subito, ma può essere.

E Milano?
Per ora restiamo qui. Io adoro Milano, ci vivo e non la cambierei per nulla. Ma you never know. Magari torniamo. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 16/02/2026 16:41
Ultimo aggiornamento: 16/02/2026 16:41
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