CultureParla Demna: «Per Gucci ChatGpt si aspettava da me bomber monogram… Ma io sono qui per una sfida»
Al debutto dalla doppia G, lo stislista sorprende. Niente citazioni facili né oversize prevedibili. Dalla folgorazione agli Uffizi al desiderio di una moda emotiva e sexy, il designer racconta un nuovo inizio tra cultura italiana, vulnerabilità e voglia di riportare il brand al centro della rilevanza contemporanea
Il suo debutto era tra i più attesi della stagione. E Demna non ha scelto la strada più semplice. Niente comfort zone, niente ironiche auto-citazioni, niente bomber monogram oversize. «Persino ChatGpt», scherza lui «se lo aspettava». Al contrario, una dichiarazione di intenti che parla di emozione, sensualità e cultura. Di una Gucci che guarda al Rinascimento dopo una folgorazione davanti alla Primavera agli Uffizi e che rivendica un posto centrale nell’immaginario italiano. «Mi sento come se mi stessi innamorando», confessa. Ansioso, spaventato, ma elettrizzato. Perché questa, dice, è una sfida vera. E forse la più personale della sua carriera.
Il suo debutto tanto atteso è arrivato. E ora come si sente?
Mi sento come se mi stessi innamorando. È una sensazione che non riesco davvero a capire. Sono un po’ in ansia, un po’, un po’ spaventato, ma allo stesso tempo mi piace moltissimo, mi entusiasma e voglio viverla. È come… un mix di farfalle nello stomaco.
La silhouette radicalmente diversa da quella a cui siamo abituati con Gucci. Come la vede?
Penso che tutti si aspettassero che avrei fatto bomber in monogram oversize. Persino ChatGpt, lo pensava. Ma non è affatto per questo che sono venuto da Gucci. (ride) Ho accettato l’incarico per scoprire nuove dimensioni di me stesso come creativo. Ed è il posto perfetto per farlo, perché fa parte del Dna di Gucci celebrare se stessi, essere innamorati, flirtare. Tutte queste cose insieme. Essere audaci, coraggiosi, in qualche modo senza paura.
E la scenografia con le sculture?
È ispirata da un momento che ho vissuto a Firenze, quando sono andato alla Galleria degli Uffizi per vedere La Primavera. Poi ho visto anche gli altri dipinti e sono rimasto sopraffatto da ciò che avevo davanti agli occhi. Ho realizzato che il Rinascimento italiano occupa un posto enorme nella mia cultura, in quello che so sull’arte, sulle proporzioni del corpo. E allo stesso tempo ho capito che Gucci è una parte fondamentale della cultura italiana, proprio come Botticelli, Michelangelo e tante altre cose che tutti conoscono. Gucci fa parte della cultura. Ho visto Palazzo Gucci proprio davanti a Palazzo Vecchio e ho capito che dovevo tornare a Milano e cambiare la scenografia. Vorrei riportare Gucci al centro della rilevanza culturale.
Dopo gli anni da Balenciaga, che effetto fa essere sexy?
È molto liberatorio. Penso che finalmente mi permetta di essere amato. Dipende anche dal rapporto che ho con me stesso, con il mio corpo, con il modo in cui mi vedo. Voglio sentirmi così. Voglio sentirmi sexy. Voglio sentirmi attraente. Voglio piacermi. Forse è anche perché sono innamorato di me stesso.
Un cambio di passo, quindi?
L’altro giorno dicevo, che per dieci anni ho cercato di impressionare, di dimostrare a me stesso di essere un designer intelligente. E da Gucci all’improvviso ho ricevuto una reazione emotiva. Ho capito che posso creare da un punto di vista emotivo, non solo intellettuale. O lo ami o lo odi. Una moda che suscita emozioni, che provoca una reazione. Questo apre un campo enorme di possibilità in termini di visione creativa e design.
Qual è la sua percezione del concetto di «sexy» nella società?
Non è sempre facile, ma sentirsi attratti, sentirsi seducenti, fa parte dell’essere umani. Non è qualcosa che voglio proporre come un bisogno, soprattutto nel mondo in cui viviamo oggi. Ma c’è molto di più. Si tratta soprattutto di stare bene con se stessi in generale, non solo con il proprio corpo. Anche, ad esempio, nel parlare di sposare un uomo.
Nello show c’era molta attitude. Cosa ha detto a modelle e modelli?
Ho detto a ognuno di loro di essere se stessi. E di esagerarlo. Di non nascondere la propria personalità e di buttarsi completamente. Di mostrare davvero chi sono. Di amplificare ciò che li rende unici. Alcuni lo hanno fatto più di altri, ma questa era l’idea generale
Allo show sono venuti tanti talents. Si è sentito festeggiato?
In passerella e anche tra il pubblico c’erano molte persone di cui ascolto la musica, di cui seguo e apprezzo l’arte, persone che stimo davvero per quello che fanno. Sento che una delle mie responsabilità da Gucci è anche quella di cercare di portare rilevanza culturale al marchio. E la rilevanza culturale nasce sempre dalla cultura underground, non dal mainstream, anche quando si tratta di un grande brand. Per me aveva senso costruire la mia visione e iniziare a creare questa comunità Gucci, includendo queste persone, anche per ciò che rappresentano e fanno. (riproduzione riservata)
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