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Culture

Nicolas Ghesquière: «La mia storia d’amore con New York»

Dalla downtown ruvida di fine Anni 80 ai saloni della Frick Collection, Nicolas Ghesquière racconta il suo legame sentimentale con New York City. Un viaggio personale tra arte, memoria e moda che attraversa Keith Haring, il Twa Terminal e un sorprendente baule Vuitton ritrovato negli archivi dell’artista

di Stefano Roncato (New York)
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Nicolas Ghesquière (courtesy Louis Vuitton)
Nicolas Ghesquière (courtesy Louis Vuitton)

Nicolas Ghesquière porta Louis Vuitton alla Frick Collection trasformando la sfilata in un racconto intimo su New York City, più che in un semplice défilé. «Era da tempo nella mia lista dei desideri», dice lo stilista, che ha scelto la storica dimora-museo come scenario per un ritorno carico di memoria e suggestioni personali.

Il legame con la città, infatti, precede tutto: «La prima volta che sono venuto era il 1989. Ero molto giovane, avevo 18 anni», ricorda, riportando alla luce una New York ancora grezza ma già magnetica, tra loft condivisi, incontri casuali e feste improvvisate. È da quella stratificazione di immagini che nasce la sua estetica americana, fatta di contrasti continui e di una doppia anima mai risolta. Non a caso insiste sulla tensione tra uptown e downtown, due mondi che «sono due linguaggi, due estetiche, ma anche due stati mentali» e che oggi tornano a dialogare sulla passerella.

Perché sfilare alla Frick collection?

Era da tempo nella mia lista dei desideri. Siamo venuti a novembre per una visita di lavoro, una sorta di tour del museo mentre era in ristrutturazione. E quando siamo usciti abbiamo pensato subito che fosse una destinazione perfetta. È una casa prima ancora che un museo, e questo cambia completamente la percezione.

Che rapporto ha con New York?

La prima volta che sono venuto era il 1989. Ero molto giovane, avevo 18 anni. Ricordo Lafayette street, un loft condiviso, muffin e cream cheese, una città ancora grezza ma già magnetica. E poi una festa a cui siamo finiti quasi per caso, da Francesco Clemente. Per me è stato un momento fondativo, senza che lo sapessi allora.

Avevate sfilato in città già nel 2019...

Lo show era al Twa terminal. In aeroporto. In quel momento New York era già diventata un’altra cosa, ma il senso di arrivo in città era fortissimo.

Perché insiste così tanto sulla dualità uptown e downtown?

Perché è qualcosa che non si risolve mai. È un mistero tipicamente newyorkese. Uptown e downtown sono due linguaggi, due estetiche, ma anche due stati mentali. E io amo questa collisione.

Keith Haring entra come figura centrale. Perché proprio lui?

Keith Haring rappresenta esattamente questo passaggio. Nasce downtown, nella strada, e arriva uptown, nelle gallerie, nei musei.

Com’è nato invece il lavoro con la sua fondazione?

Abbiamo potuto lavorare su pezzi meno conosciuti. E poi c’è stato un incontro inatteso con Louis Vuitton. Mentre sviluppavamo il progetto è emerso un oggetto incredibile dall’archivio: un bagaglio originale degli anni 30 acquistato all’asta, che era stato disegnato da Keith Haring nel 1984. Non lo sapevamo. È stato un momento quasi di rivelazione.

Questo ha cambiato anche l’apertura dello show?

Sì. Lo show si apre proprio con quell’oggetto. Abbiamo fatto anche una replica, ma l’originale apre la sfilata. È un modo per dire che la storia non è lineare, ma fatta più spesso di connessioni invisibili.

Come si traduce tutto ciò nei vestiti?

C’è una rilettura dell’America attraverso i miei occhi. Jeans, pelle, sport, pesca, boxe. Ma tutto filtrato. Non è mai letterale. È una costruzione che ruota attorno a dei personaggi.

E poi arriva il colore.

Sì, a un certo punto la collezione diventa quasi una «color therapy». I colori di Haring sono presenti ma mai urlati. Sono più profondi, più controllati. È un modo per portare energia senza rumore.

C’è anche una riflessione più ampia sulla moda di oggi?

Sì. Viviamo in tempi molto rumorosi. Per questo ho pensato che la serenità fosse qualcosa di prezioso. Non silenzio, ma calma. E la moda può permettersi questo lusso.

Anche la Frick collection come spazio influenza questa idea.

Assolutamente. È una casa. E questo cambia tutto. Si sente la presenza di chi ci ha vissuto. È un tipo di lusso molto intimo.

Cosa le resta di questo viaggio?

Un insieme di ricordi. New York non è una sola città per me. È molte città sovrapposte: quella dell’89, quella del 2019, quella di oggi. Tutte convivono nella stessa idea di movimento tra uptown e downtown. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 21/05/2026 19:00
Ultimo aggiornamento: 21/05/2026 19:03
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