skin track
Culture

Mike Amiri: «La crescita non ha limiti se si sogna in grande»

«Sono aperto a tutto. Stiamo esplorando menswear, womenswear, eyewear, profumi», racconta a MFF-Magazine For Fashion il designer della new wave Usa e fondatore di Amiri, protagonista di una cover story esclusiva. «È stato Tom Ford a suggerirmi di puntare in alto, senza perdere l’ossessione per i dettagli»

di Tommaso Palazzi
Leggi dopo
tempo di lettura
Mike Amiri assieme a modelli vestiti Amiri fall-winter 2026/27 (courtesy Amiri/ph Ulysse Carbajal)
Mike Amiri assieme a modelli vestiti Amiri fall-winter 2026/27 (courtesy Amiri/ph Ulysse Carbajal)

«È stato Tom Ford a suggerirmi di pensare in grande senza perdere l’ossessione per i dettagli», racconta Mike Amiri. «Due anni fa ho avuto l’onore di incontrarlo e passare con lui qualche ora nel suo ufficio di Los Angeles. Quel consiglio lo porto con me», ricorda, con la discrezione che, nel corso dell’intervista, emerge come un tratto fondamentale del suo carattere. Quando MFF-Magazine For Fashion lo incontra a Parigi, quattro ore prima dello show fall-winter 2026/27, sotto le vetrate sorrette da colonnine di ghisa del Carreau du temple, il set è organizzato come un orologio. Lo scatto della cover story, realizzata in esclusiva, si svolge dopo oltre un mese di preparazione con appena dieci minuti di ritardo. Mike Amiri esce dal backstage con una giacca di pelle nera sopra un dolcevita in tinta. «Una leather jacket è un capo che a Los Angeles può accompagnarti da mattina fino a sera. Un pilastro del mio guardaroba», sorride. Oggi Amiri veste Brad Pitt, Jacob Elordi, il cestista Odell Beckham Jr e i divi coreani Bts. Con la naturalezza di chi non ha mai avuto bisogno di travestirsi, veste anche il Fc Barcelona, scelto fino al 2030 come official formalwear partner per l’off-field wardrobe delle squadre maschili e femminili. Ma molti di quei calciatori, da Pedri a Lamine Yamal, erano già clienti Amiri prima della partnership. Nulla di costruito, tutto organico. Ma tornando a L.A., la città degli angeli non è solo un luogo per lui. È un battesimo. Un’educazione sentimentale che passa per club leggendari, luci basse, musica che vibra nelle pareti e quella sensazione elettrica di trovarsi, anche solo per un attimo, nel posto giusto. «Da ragazzo mi fecero entrare al Viper room (il locale amato dai divi, dove fu visto l’ultima volta River Phoenix, ndr). Ricordo tutto: l’odore del legno, il suono amplificato, l’energia della stanza. Non sapevo ancora cosa sarei diventato, ma sapevo che volevo far parte di quel mondo». Crescere a Los Angeles significa imparare presto che il confine tra mito e realtà è sottile. Qui le icone non sono figure lontane, ma presenze reali. «È una città in cui puoi incontrare le star del grande schermo per strada o al parcheggio. Vederle nella loro quotidianità. È un’esperienza che ti resta», nota. Oggi, mentre la sfilata prende forma, quel ragazzo che entrava emozionato al Viper room può sembrare lontano. Eppure è ancora lì, come una bussola silenziosa. In prima fila arriva, altissimo, l’attore Jeff Goldblum: magnetico, ironico, elegantemente fuori asse. Non un semplice ospite, ma una dichiarazione d’intenti. «Jeff non interpreta un personaggio. Jeff è un personaggio. E quando lo stile nasce dall’identità, non ha bisogno di essere spiegato». Oggi l’Europa è diventata la sua seconda casa. Parigi è il palcoscenico naturale delle collezioni, Milano il cuore operativo. Qui Amiri ha aperto il primo store europeo in via della Spiga e il primo ufficio fuori dagli States, nel quartiere di Brera, con oltre 35 persone. Con il consiglio di Otb-Only the brave e di Renzo Rosso, entrato nel capitale nel 2019 con una partecipazione di minoranza, il brand cresce mantenendo una struttura da family business, con una visione indipendente e una forte identità culturale. Il suo fatturato è stimato sopra i 300 mila dollari. L’ultima sfilata al Carreau du temple trasforma l’ex mercato parigino in uno studio cinematografico d’epoca, fra tappeti, divani, luci soffuse e una grande biblioteca scenografica. Un salotto più che una vera e propria passerella, dove il tailoring incontra la Henley, gli stivali sostituiscono le scarpe stringate e l’idea di eleganza resta profondamente personale. Un dialogo costante tra Hollywood e Parigi, tra West coast e savoir-faire europeo. In questa lunga conversazione con MFF-Magazine For Fashion, Mike Amiri racconta il suo percorso, le sue radici, la passione adolescenziale per il Lord of darkness Rick Owens e Richard Stark di Chrome hearts, l’importanza della famiglia, la cultura skate, la musica, il cinema, l’ossessione per i dettagli e il futuro di un brand che, partendo da Los Angeles, parla ormai tutte le lingue del lusso contemporaneo.

Quando ha capito per la prima volta che la moda poteva diventare il suo linguaggio di espressione?

È successo per gradi. All’inizio personalizzavo abiti per me stesso, riciclavo capi. Poi ho iniziato a lavorare con artisti e musicisti. Per la prima volta mi sono sentito come un pesce nell’acqua. Tutto ciò che avevo assorbito trovava un senso.

Chi sono stati i suoi primi designer di riferimento?

All’inizio quelli più vicini a casa: Rick Owens e Richard Stark di Chrome hearts. Persone partite da Los Angeles che erano state capaci di costruire qualcosa di enorme. Poi, con il tempo, ho iniziato a guardare più lontano: Ralph Lauren, Tom Ford...

Prima della moda, quali erano le sue passioni a Los Angeles?

La musica, lo skate e il cinema. Lo skate è stato fondamentale.

Cosa rappresentava la cultura dello skateboard per lei?

La cultura dello skateboard era importante per L.A. e per me. Passare il tempo con gli amici, essere un po’ sconsiderati, tutto definiva il nostro modo di vestire. Erano gli anni del grunge. Pantaloni larghi, stile skate, proporzioni precise: dava un certo edge. Gli skater erano outsider, ma affascinanti e pericolosi, e io mi ci identificavo.

Che film e che musica ascoltava da adolescente?

Ascoltavo il classic rock che mio fratello maggiore mi faceva conoscere, dai Led Zeppelin in poi. Poi negli anni 90 sono entrato nel mio periodo grunge. Mio padre registrava vecchi film americani su videocassetta: western, film di guerra. L’idea dell’eroe, con il suo modo di vestire, e l’estetica maschile vengono molto da lì.

Aveva delle icone di stile precise?

Steve McQueen, Johnny Cash. Quelle figure sono senza tempo.

Il set della sfilata al Carreau du temple sembra più una casa che una passerella. O uno studio della vecchia Hollywood…

Era proprio questa l’intenzione. Essere un americano a Parigi, in un certo senso un outsider, ti permette di fare le cose in modo diverso, inedito. Non volevo un ambiente rigido, ma un’atmosfera da house party, con mobili vintage, tappeti morbidi, luci soffuse. Volevo che le persone si rilassassero, che cambiassero prospettiva.

Questa collezione segna un nuovo capitolo per Amiri a Parigi. Come è nata e che cosa voleva esprimere?

Ogni mia collezione nasce sempre da un punto di autenticità. Dal luogo da cui provengo, da come sono cresciuto e ho vissuto. È l’unico modo che conosco per raccontare una storia dal mio punto di vista. In questo caso Hollywood, la California, e soprattutto Laurel Canyon negli anni 70 sono stati fondamentali.

Che cosa rende Laurel Canyon così speciale per lei?

Non è solo un luogo geografico, è un’attitudine. Nei 70s, gli artisti avevano una sicurezza e un’individualità tali da non sentire il bisogno di indossare un personaggio sul palco. Quello che vedevi era un’estensione di chi erano davvero. Un completo indossato con una Henley in maglia, qualcosa di rilassato ma comunque raffinato. Mi affascina l’idea di potersi vestirsi in modo elegante senza smettere di essere se stessi, senza trovare un pretesto.

Che cosa rappresenta Parigi per Amiri oggi?

È uno dei palcoscenici principali della moda globale. Qui sfilano le più grandi maison. Per me è il luogo ideale per portare il linguaggio che ho sviluppato a Los Angeles su una scena internazionale.

Ha mai incontrato Tom Ford?

Sì, due anni fa a Los Angeles nel suo ufficio. Abbiamo parlato per due ore di moda, vita e di futuro. Mi ha detto di mantenere l’ossessione per i dettagli: «Il lavoro non sarà mai facile finché tieni a ciò che fai. Diventerà facile solo quando smetterai di tenerci».

Il primo capo importante che ha comprato?

Una giacca di pelle vintage, piena dei segni del tempo. Zip leggermente ossidate, la fodera ingiallita. Ho trovato che quei dettagli fossero di una bellezza enorme. Ancora oggi cerco quello stesso senso di tempo e di valore nei capi che indosso e che creo.

La pelle è un materiale chiave per lei.

Assolutamente. Se vieni da Los Angeles, una giacca di pelle è tutto: pranzo, cena, after-party. È senza stagione.

Quanto hanno contato per lei luoghi come il Viper room?

Moltissimo. Vista da fuori, Los Angeles può sembrare tutta stelle e glamour, ma viverla significa vedere il dietro le quinte. Al Viper room potevi incontrare River Phoenix, più tardi un giovane Leonardo DiCaprio. Quello che rende le cose speciali non è tanto quanto le star brillano davanti alla camera, ma come sono realmente dietro.

Quando ha fondato il brand Amiri nel 2014, qual era il significato che attribuiva al successo?

Vedere qualcosa che avevo creato vivere addosso a qualcuno. Che fosse un artista sul palco oppure una persona per strada, poco importava. La sensazione è la stessa ancora oggi.

E che cosa è il successo oggi per lei?

Ancora oggi provo la stessa soddisfazione vedendo qualcuno indossare una mia giacca per la strada.

Oggi il mondo Amiri è molto ampio, dalle celebrity allo sport.

Questo accade perché la moda è cultura. È un linguaggio. Può parlare al rock e al cinema così come all’Nba o all’Nfl.

La partnership con il Fc Barcelona è un esempio.

È successo in modo naturale. Molti giocatori della squadra erano già clienti Amiri. Pedri, Lamine Yamal e altri indossavano il brand da tempo. Quando una partnership nasce così, è davvero reale.

Che cosa ha disegnato per il Barça?

Cappotti sartoriali, giacche doppiopetto e completi che uniscono l’eleganza all’identità del club. È un onore per me vestire una delle squadre più importanti d’Europa e del mondo.

L’Europa è sempre più centrale nel business di Amiri. Che cosa rappresenta Milano per lei?

Milano è diventata una seconda casa. Qui abbiamo il nostro headquarter, qui c’è un dialogo continuo con il savoir-faire italiano. Assieme a Parigi, è una città fondamentale per il futuro di Amiri.

Ci racconta meglio che cosa intende?

Negli Stati Uniti il marchio è vicino a casa, è più facile da controllare. Milano è importante per il Made in Italy, talents e know-how. Abbiamo sede a Brera con 35-40 persone. Io vado avanti e indietro da sette a otto volte l’anno tra Los Angeles e Milano.

La sua famiglia è americana?

I miei genitori sono nati in Iran, ma poi sono emigrati negli Stati Uniti. Mio padre ha fatto anche il Gi (il soldato, ndr) nell’esercito, ossessionato dall’idea dell’America. Ha cambiato molti lavori. Era un bartender di riferimento, per un periodo. Un uomo davvero cool.

Quanto l’ha influenzata la figura di suo padre?

Non si realizza mai quanto i propri genitori siano cool finché non si cresce. Mio padre era un uomo elegante. Indossava camicie stampate, cintura in pelle, scarpe perfette. Ho preso molti spunti da lui.

Lei unisce nella sua figura quella di vertice creativo e di guida dello stile di Amiri. Come gestisce creatività e business?

È un ruolo sfidante, ma con un vantaggio: posso usare la creatività anche per strategie aziendali. Oggi conosco merchandising, finanza, operations. Ho il controllo totale dell’azienda.

Ci dice qualcosa del suo rapporto con Renzo Rosso?

Renzo Rosso è un grande mentore. Mi ha insegnato a pensare in grande, a essere coraggioso. Condivide una vera passione per quello che facciamo. Amiri mantiene indipendenti distribuzione, produzione e sviluppo. È stato prezioso per mindset e supporto, senza forzature.

La quotazione in borsa potrebbe entrare nei piani futuri?

Sono aperto a tutto. Stiamo esplorando menswear, womenswear, eyewear, profumi. La crescita non ha limiti se si sogna in grande.

E disegnare per un’altra casa di moda?

Al momento sono concentrato su Amiri. Amo le sfide e ascolto le opportunità, ma la priorità è costruire delle fondamenta solida per il marchio. Bisogna saper distinguere tra opportunità e distrazioni.

Pensa mai che ci sia un limite per Amiri?

No. Puoi diventare tanto grande quanto riesci a sognare. E io non voglio mettere un tetto ai miei sogni. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 24/02/2026 11:00
Ultimo aggiornamento: 06/03/2026 12:40
Condividi Condividi su Whatsapp Invia ad un amico Stampa news





Homepage MF Fashion

La newsletter per rimanere sempre aggiornato sul mondo della moda e del lusso