CultureMarilyn Monroe, l’ultima icona di Hollywood
A cent’anni dalla nascita, una grande mostra all’Academy museum of motion pictures di Los Angeles restituisce il volto più complesso della diva che continua a influenzare moda, celebrity culture e immaginario

Bionda era e bella, anzi bellissima. E talmente fragile che non è stata in grado di sopravvivere al suo mito. Norma Jeane Baker Monroe, meglio nota come Marilyn Monroe, avrebbe compiuto cent’anni il prossimo 1° giugno, ed è proprio Los Angeles, la città che le ha dato la fama per poi fargliela penare rovinosamente, a celebrarla con la mostra «Marilyn Monroe: Hollywood icon», ospitata dall’Academy museum of motion pictures (dal 31 maggio fino al 28 febbraio 2027). Un percorso che, attraverso centinaia di materiali originali e cimeli mai esposti, prova a restituire Marilyn non soltanto come icona assoluta di Hollywood, ma come donna lucidissima nella costruzione del proprio mito, capace di trasformare sé stessa nella più potente immagine del cinema americano. Icona, appunto, il termine che più di tutti è legittimo usare nei confronti di chi è diventata, suo malgrado, patrimonio collettivo e che ancora oggi rimane un termine assoluto di paragone, imprescindibile e unico. Perché, più che una diva, Marilyn è divenuta un archetipo capace di sopravvivere al tempo, alla cronaca e perfino alla propria biografia finendo per incarnare un’idea universale di femminilità, desiderio e fragilità che continua a riaffiorare, decennio dopo decennio, anche in chi non ha mai visto nessuno dei suoi film.

Sebbene la sua parabola artistica sia stata brevissima e interrotta tragicamente a soli 36 anni, l’impatto culturale e mediatico lasciato da Marilyn Monroe è stato infinitamente più grande del tempo da lei trascorso sul grande schermo. E non solo. È stata capace di costruire un’estetica talmente potente da mutarsi in un codice visivo universale che innumerevoli celebrità hanno tentato di replicare perdendosi tra omaggi e reinterpretazioni. Da Madonna a Lady Gaga, passando per Lana Del Rey e Kim Kardashian, che nel 2022 scatenò un autentico caso indossando al Met gala uno degli abiti originali della diva. Ottime citazioni, certo, ma tutte inevitabilmente incapaci di restituire quella miscela irripetibile di sensualità, ironia, vulnerabilità e inconsapevolezza che rese Marilyn Monroe qualcosa di molto più complesso di un semplice sex symbol. Perché dietro l’immagine costruita con precisione quasi chirurgica continuava a sopravvivere una donna fragilissima, che usava spesso la comicità come antidoto ai traumi e alle inquietudini che la accompagnarono per tutta la vita. Billy Wilder, che la diresse in A qualcuno piace caldo, fu tra i pochi a coglierne davvero il paradosso più profondo, quello di una donna osservata incessantemente dal mondo intero, eppure ancora sinceramente stupita che tutti guardassero proprio lei.

Ed è forse da questa contraddizione insolubile, sospesa tra controllo assoluto dell’immagine e perenne senso di inadeguatezza, che nasce ancora oggi il mistero immortale di Marilyn Monroe. Un mistero che le appartiene per nascita, se è vero che Norma Jeane Baker Monroe, nata il 1° giugno 1926 a Los Angeles da Gladys Pearl Monroe, non seppe mai chi fosse il suo vero padre. La madre, una donna mentalmente instabile che non era in grado di badare alla figlia tanto da affidarla, fin dalla tenera età, a famiglie affidatarie e a istituti, le aveva parlato di un uomo simile a Clark Gable e la piccola Norma Jeane si costruì l’immagine di un padre bellissimo e lontano, lo stesso che avrebbe cercato poi nei suoi tanti amori per tutta la vita. Nel frattempo, però, la sua infanzia nomade aveva conosciuto una tregua grazie alla migliore amica della madre, Grace McKee, che divenne la sua tutrice e che, dato il suo impiego come archivista di pellicole alla Columbia pictures, la fece appassionare al mondo del cinema. Quando però Grace si trasferì in Virginia, per la ragazza ricominciò il solito, spiacevole carosello tra famiglie affidatarie e istituti, fino a che Norma conobbe, alla Van Nuys high school, James Dougherty, con il quale appena sedicenne iniziò una relazione e che sposò, al netto della giovane età, per evitare di vedere limitata nuovamente la propria libertà.

Era il 1942 e, nonostante i due ragazzi si amassero, James si arruolò in marina e partì per il Pacifico lasciando alla neosposa la possibilità di trasferirsi da sua madre, a Los Angeles, dove cominciò a lavorare come impacchettatrice di paracadute prima e addetta alla verniciatura delle fusoliere degli aeroplani poi. E fu proprio brandendo un’elica e con i capelli non ancora color platino che Norma venne immortalata dal fotografo David Conover, che si era recato nello stabilimento per riprendere le belle ragazze che, come lei, con il loro lavoro e la loro avvenenza, sostenevano le truppe americane al fronte. La sua prima foto, dunque, apparve sulla rivista Yank e Norma, intravista la possibilità di un futuro lontano dalla fabbrica, decise di tentare la carriera da modella e di reinventarsi una vita, lasciando in primis il marito. Grazie alla complicità di Emmeline Snively, allora direttrice della più importante agenzia pubblicitaria di Hollywood, Norma si schiarì i capelli, imparò a sorridere e a modulare il tono di voce, coltivando saggiamente quella sensualità che possedeva come dote naturale. Le sue foto arrivarono ovunque e si fermarono a Hollywood dove la ragazza non solo cambiò il suo nome in Marilyn Monroe ma venne messa sotto contratto dalla Fox (1946), cominciò a frequentare diverse scuole di recitazione ed ebbe anche le prime parti sul grande schermo.

Il cinema, del resto, non poteva che essere l’approdo di una giovane che voleva lasciarsi alle spalle il peso dei tanti, troppi abbandoni che avevano segnato la sua vita e poteva finalmente diventare qualcuno che il mondo avrebbe guardato e riconosciuto. Forse anche questo la spinse a frequentare le feste sulle colline di Beverly hills, facendosi notare tra le tante belle ragazze che affollavano il bordo delle piscine e convincendosi sempre di più che avrebbe meritato ben altro che sporadiche comparsate in film facilmente dimenticabili. E così, nel 1948, dopo avere firmato con la Columbia, Marilyn guadagnò la sua prima parte importante nella pellicola Orchidea bionda a cui seguirono altre minori, come in Giungla d’asfalto (1950) ed Eva contro Eva, accanto ai due mostri sacri Bette Davis e Anne Baxter. Mentre pellicole e uomini si susseguivano, Marilyn conobbe Arthur Miller, con il quale cominciò una lunga relazione epistolare e platonica, destinata a sfociare poi in un grande amore, che ebbe il merito di spingerla a migliorarsi e a farle credere maggiormente in sé stessa, sia coltivando la sua cultura da autodidatta che scegliendo parti che la rappresentassero maggiormente. Il risultato fu, nel 1952, il ruolo da protagonista in La tua bocca brucia seguito, l’anno dopo, da Niagara, che ottenne un successo mondiale con una Marilyn in versione femme fatale pronta a tutto pur di uccidere il marito.

Fu poi la volta di pellicole celebri come Gli uomini preferiscono le bionde, un musical in cui l’attrice recitava al fianco di Jane Russell cantando hit leggendarie come Bye bye baby e Diamonds are a girl’s best friend avvolta nell’iconico vestito rosa di William Travilla, e di Come sposare un milionario (1953) in cui la sua vis comica e brillante la fece risaltare anche a scapito di Lauren Bacall. Dopo La magnifica preda e Quando la moglie è in vacanza (1954), Marylin sposò Joe DiMaggio, il famoso giocatore di baseball dal quale divorzierà dopo appena un anno a causa della gelosia di lui e che le lasciò una ferita profonda, che avrebbe alimentato quel continuo senso di solitudine e di sconforto che non l’aveva mai davvero abbandonata. Per trovare pace decise dunque di trasferirsi a New York e studiare all’Actor’s studio sperando di mettere a tacere la sua tristezza con l’impegno e la dedizione alla recitazione ma proprio nella Grande mela ritrovò Arthur Miller, che da sempre considerava il vero uomo della sua vita. I due si sposarono nel 1956 sfidando le malelingue e la cattiva sorte tanto che anche i suoi film successivi, Il principe e la ballerina e soprattutto A qualcuno piace caldo, si rivelarono estremamente fortunati. Ma forse la fama non era sufficiente per placare le fragilità di una donna intimamente infelice che, nonostante fosse l’oggetto del desiderio della maggior parte della popolazione maschile, continuava a sentirsi quella bambina non vista e non amata costretta a elemosinare amore a ogni porta.

E l’aggravante era che l’instabilità emotiva di Marilyn era fomentata dagli uomini con i quali si accompagnava. La relazione con Miller non sopravvisse ai flirt che lei ebbe con Yves Montand, conosciuto sul set di Facciamo l’amore (1960), con Frank Sinatra e a quelli con l’allora presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, e con il di lui fratello, Robert. Stanca di essere trattata come un oggetto, incapace di godere del Golden globe ricevuto come migliore attrice nel 1962, Marilyn si rifugiò nell’alcool e negli antidepressivi, cercando di curare il tormento interiore nel clima asettico delle cliniche di riabilitazione. Nel 1962 uscì il suo ultimo film dalla lavorazione tormentata, Gli spostati, scritto per lei da Miller che, subito dopo chiese il divorzio, e nella notte tra il 4 e il 5 agosto 1962 venne trovata morta nel letto di casa sua, apparentemente per un’overdose di barbiturici. L’ultimo dei suoi segreti se n’è andato con lei, una donna che forse nessuno è mai riuscito a comprendere, incantato da quei ruoli che calzava alla perfezione tanto da rendere sottile il confine tra realtà e recitazione. Costruì il personaggio della bionda svampita con una tale intelligenza da trasformarla in alter ego ma si sentiva maggiormente a suo agio nella malinconia sfumata dalla comicità della sua Sugar Kane.

Bellissima e capace di bloccare New York per la famosa scena della gonna bianca sulla grata della metropolitana che le costò il matrimonio con Joe DiMaggio, Marilyn coronò il sogno di lavorare con l’uomo che, per tutta la vita, aveva dato il volto a suo padre, Clark Gable, ne Gli spostati, ma non riuscì comunque a salvarsi dalla propria vulnerabilità. Dietro la perfezione della sua immagine e la spontaneità dei suoi gesti davanti alla macchina da presa c’era infatti una donna insicura ed esigente, in primis da sé stessa (tanto è vero che non smise mai di studiare per migliorarsi), che aveva una visione dell’amore irrealistica e troppo romantica, una novella Emma Bovary (alla quale genialmente l’ha paragonata la scrittrice americana Joyce Carol Oates che le ha dedicato la monumentale biografia romanzata Blonde) che nella complessità del suo essere rendeva difficile il fatto stesso di amarla. «Chi era davvero Marilyn Monroe? Per scorgere la vera Marilyn, occorre incrinare l’immagine della dea e quella della diva, lasciandosi sorprendere dalla donna che era. Intelligente, volitiva, piena di talento e dotata di uno straordinario senso dell’umorismo», ha scritto Chiara Pasqualetti Johnson, autrice del volume Marylin. Dea. Diva. Donna (White star, 2025). Ed è forse proprio questa frattura mai sanata tra Norma Jeane e Marilyn, tra la donna e il mito, ad avere reso immortale la sua immagine. Marilyn Monroe continua a ossessionare l’immaginario collettivo perché nessuno è mai riuscito davvero a capire dove finisse il personaggio e dove cominciasse la donna. Hollywood ha creato molte stelle, ma nessuna, come lei, ha saputo trasformare la propria fragilità in un simbolo universale e, soprattutto, immortale. (riproduzione riservata)
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