CultureMaria Grazia Chiuri: «Ecco la mia Fendi»
«Torno dove mi sono formata con rispetto, facendo tesoro delle esperienze maturate da Valentino e Dior. La moda è cambiata ma anche io lo sono», spiega in questa intervista a MFF la designer, in vista del debutto di domani allo stile della maison di Lvmh. Tra nuovo logo, trasversalità dei look uomo e donna e una rilettura moderna dell’atelier di pellicceria

Back to Fendi. Maria Grazia Chiuri parla dalla sua Roma in questa intervista a MFF, in vista del debutto alla guida creativa della maison di Lvmh atteso per domani alla Milano fashion week. Nei suoi occhi c’è il sole della Città eterna, che per lei rappresenta casa. Come lo è stato per dodici anni il marchio dove Chiuri, nel 1989, pose le basi per la sua carriera nella moda lavorando a stretto contatto con le sorelle Fendi.
«Da loro ho imparato a fare squadra, a supportare la creatività, a coltivare un rapporto stretto con gli artigiani. Valori che ho portato con me da Valentino prima e da Dior poi», spiega la designer, che ora si appresta a traghettare il marchio verso il next step. A partire dal nuovo logo studiato insieme a Leonardo Sonnoli sulla base dell’alfabeto latino della colonna Traiana, passando per la campagna accessori, frutto della collaborazione con l’artista Jo Ann Callis e per una rilettura moderna dell’atelier della pellicceria. «Oggi la moda è cambiata, non esistono più dimensioni così familiari e anche io sono una donna diversa. Cambio ogni giorno. Le esperienze maturate mi hanno regalato una nuova consapevolezza che porterò con me in questa avventura».

Com’è stato questo ritorno da Fendi dopo tanto tempo?
Ho lavorato qui per dodici anni, è stata sicuramente l’azienda in cui mi sono formata di più. Avere a che fare con le signore è stata una grande esperienza, non a caso dal loro ufficio stile sono uscite tantissime persone che poi sono diventate direttori creativi. Le sorelle Fendi hanno avuto il merito di dare spazio alla creatività dei giovani con un’idea di team work che raramente ho ritrovato altrove e che non era così scontata per i tempi. Hanno chiamato Karl Lagerfeld nel 1965 prima ancora che lavorasse da Chanel, hanno collaborato con il cinema in tempi non sospetti… Sono state veramente delle pioniere.
Che ricordo ha di loro?
Ho lavorato con tutte in particolar modo con Anna Fendi perché era il mio capo diretto sugli accessori. Quando sono entrata, Paola era invece presidente oltre che capo della pellicceria, Carla era ai vertici della comunicazione. C’erano poi Alda e Franca. Erano tutte molto presenti.
Un team work tutto al femminile.
Lo è sempre stato, anche con Silvia (Venturini Fendi, attuale presidente onorario ndr.) e Delfina (Delettrez Fendi, ndr.). Era una realtà molto italiana, un’azienda familiare in un altro mondo, quando la moda era molto più artigianale e i team di lavoro erano decisamente più piccoli.
E poi c’era Karl Lagerfeld. Ha un aneddoto su di lui?
Mi ricordo la grande attesa legata al suo arrivo, c’era un dress code da rispettare. Però anche lì, noi giovani scherzavamo molto. Ho trovato delle vecchie Polaroid di allora e mi è sembrato un po’ di viaggiare indietro nel tempo.
Che azienda ha trovato al suo ritorno?
Oggi il mondo della moda è profondamente cambiato e non esistono più dimensioni così familiari e intime. È complicato fare un paragone.
Secondo lei la moda è stata penalizzata da queste sovrastrutture?
È molto difficile rispondere a questa domanda, credo che la moda abbia avuto un’evoluzione radicale. Questo è stato utile per la sua espansione come industria ma al contempo ha creato un meccanismo molto più complesso da governare. Il grande cambiamento risale all’avvento dei nuovi media. Il fatto che una sfilata venga vista immediatamente da tutti ha cambiato completamente le regole del gioco, coinvolgendo un vasto pubblico al quale non è stata spiegata a sufficienza la complessità di questo settore.
In questa fase di cambiamento, sente una responsabilità maggiore nel portare avanti una maison così storica?
Sicuramente, tutto mi manca fuorché il senso di responsabilità. Da Fendi ancora di più perché spero di poter restituire ciò che mi è stato insegnato. Mi sento molto grata per quello che ho imparato e che mi ha permesso di intraprendere una carriera in questo settore. Ritornare significa anche un po’ condividere l’expertise maturata altrove.
Che ricordo ha di queste esperienze precedenti?
Sono state estremamente formative. Ho sempre detto che ringrazio tutti perché senza avere vissuto altre realtà probabilmente non avrei imparato così tanto e non finisco mai di imparare. Ogni progetto è un nuovo inizio, è un rimettersi in discussione e rivedere quello che hai fatto con occhi diversi.
Quando le è stata affidata la direzione creativa di Fendi, come ha reagito?
È stata una lunga riflessione perché non era così semplice, non era così scontato rimettersi in discussione su un progetto che ha degli aspetti anche personali. Sono molto affezionata non solo all’azienda ma anche alla famiglia per cui non volevo assolutamente mancare di rispetto verso nessuno.
Ha avuto paura o ne ha adesso alla vigilia del debutto?
No, paura rispetto al lavoro no. Ho più timore rispetto ai rapporti.
Come sarà la sua Fendi?
Per me è stato importante innanzitutto mettere molto in luce il Dna di questa azienda. Il primo passo è stato lavorare con Leonardo Sonnoli per ridefinire il logo e riportarlo più vicino possibile possibile a quello originale. Anche memore di Carla Fendi e del suo libro giallo dove c’erano regole ben precise che gli uffici stile dovevano rispettare per i loghi, ho voluto come prima cosa definire questa scritta nelle proporzioni.
Lo vedremo alla sfilata?
Sì anche nel save the date con la Colonna traiana. Sonnoli è partito dall’alfabeto della Colonna traiana, con il suo approccio personale. Fendi già nel suo logo originale si rifaceva alle influenze del modernismo.
Su quali altri elementi ha lavorato?
Un aspetto cruciale è stato creare un progetto articolato, di cui lo show sarà solo un punto d’inizio. Fendi è un marchio noto anche per la pellicceria. Oggi il nostro percepito rispetto a questo prodotto è diverso, per cui ci siamo interrogati su come portare avanti l’atelier eccezionale di Roma. Siamo partiti con un’iniziativa per rimettere a modello le pellicce di qualsiasi marchio, trattandole come un capo di alta moda in nome della durabilità. Abbiamo un grande know-how che potremo così mettere a disposizione delle persone. È un primo step di un progetto in cui crediamo molto.
E su prêt-à-porter e accessori?
Ogni categoria ha specificità diverse. In questo credo che mi abbia aiutato la mia esperienza. Per il ready to wear mi sono approcciata ai singoli pezzi senza domandarmi se fossero uomo o donna, con utilizzo di materiali trasversali e un forte approccio sul capospalla, che rappresenta il Dna Fendi.
In questi giorni si parla molto anche di prezzi troppo alti della moda. Cosa ne pensa?
Credo che ci sia un grande misunderstanding ed è difficile spiegare perché si arrivi a certi prezzi. Di base questa industria è molto costosa e comunque la moda non è mai stata democratica.
Quanto sarà importante l’artigianalità nel suo percorso?
È parte del Dna del brand e del mio percorso personale. La moda è artigianato. Se penso ai ricami, alla Baguette, alla Selleria, alla pellicceria stessa, è tutta una questione di artigianato.
Lei è sempre stata famosa per aver coltivato un bel rapporto con i produttori.
Conosco gli artigiani da una vita e anche in questo Anna e le signore Fendi sono state di grande insegnamento. Con loro andavo dai produttori, che sono sempre stati parte dell’azienda. Si cresceva insieme, in un dialogo stretto. La forza di Fendi risiede in questo lavoro di squadra.
Però, in particolare, nel settore lei è conosciuta per un approccio speciale all’artigianato.
Perché, ho imparato proprio in Fendi e ho sempre portato avanti questo approccio, anche da Valentino e da Dior. In India ho iniziato a lavorare nel 1992 proprio da Fendi, per i ricami della Baguette. Karl mi mandava lì a controllare tutte le produzioni. Le sorelle davano libertà e supporto a ogni idea creativa.
Erano molto rivoluzionarie.
Assolutamente sì. Non ho mai visto delle donne che incoraggiavano la creatività in questo modo. Mi ricordo delle scene meravigliose. Quando c’erano problemi di budget, la signora Anna mi diceva: «Maria Grazia non si preoccupi, le faccio un assegno e se le dicono qualcosa risponda che pago io». Ho trovato sempre le sorelle molto unite nel voler costruire il meglio per Fendi.
Come sarà sviluppato il rapporto con l’arte che ha coltivato tanto da Dior e che è cara a Fendi?
In questa collezione ho collaborato con due artiste ma in un modo completamente diverso dal passato. Non mi pongo un modo di collaborare con l’arte, dipende molto da come evolverà il mio percorso. In questi mesi è stato prioritario pensare al progetto di Fendi. Il primo show è lo step iniziale di questo percorso. Per me è stato molto importante riguardare tutta la storia del marchio con un occhio diverso rispetto al mio passato. Ero molto giovane e mi colpiscono altre cose rispetto a prima.
È cambiata tanto da allora?
Io cambio tutti i giorni e le esperienze che ho maturato mi hanno regalato una maggiore consapevolezza e uno sguardo diverso verso il mondo. (riproduzione riservata)
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