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Culture

Luca Magliano: «Guardo al futuro ripartendo da Parigi»

«Vogliamo che il nostro discorso diventi sempre più universale. E questo è il posto giusto per farlo», racconta a MFF-Magazine For Fashion il designer di Magliano, che sfila per la prima volta nella Ville lumière. «Celebriamo l’eleganza della provincia come un luogo dell’anima»

di Tommaso Palazzi
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Luca Magliano (courtesy Magliano/ph Jacopo Benassi)
Luca Magliano (courtesy Magliano/ph Jacopo Benassi)

Il fischio solitario di un’artista apre la prima sfilata di Magliano a Parigi, come una chiamata partigiana e insieme una serenata genderless. Inattesa, scavalca il linguaggio e costringe la bocca in una piccola «o» impertinente. Il set sembra una sala da ballo, ma è la mensa circolare di un liceo anni 20-30. Spazio sospeso, comunitario, attraversato da un’aria densa che diventa parte integrante del racconto. Perché, come suggerisce Luca Magliano, gli abiti senza l’atmosfera che li circonda perdono gran parte del loro potere. La fall-winter 2026/27 segna un nuovo inizio per il brand fondato dal designer bolognese, già vincitore del premio Karl Lagerfeld all’Lvmh prize 2023, e suona come un’antologia consapevole del suo lessico. Al centro, l’eleganza della provincia. Non come luogo ma codice emotivo, fatto di necessità, urgenza e di una grammatica che rifiuta l’etichetta per farsi sorprendentemente universale. Sciarpe e organze attraversano i cappotti come nebbia o respiro, mentre una gestualità cinematografica riassegna funzioni poetiche a capi come la taxi jacket, pensata per chi indugia nelle notti fredde. I pantaloni si torcono e disobbediscono, cinture e frammenti sartoriali diventano reliquie che resistono a un disordine quasi karmico. Il tartan veste corpi eroici, il poliestere tropicale assume complessità organiche grazie a finiture che imitano lo shearling. Su seta appaiono immagini di cristallerie e mazzi di chiavi: estremi che parlano di preziosità e rifugio, di un desiderio semplice e radicale di casa. Shetland, Harris tweed e mohair costruiscono tailleur e twin set dai colori pulp. Per un lusso ruvido che rinuncia alla quiete. Parigi, città di barricate e baci, è destinataria di questa dichiarazione d’amore.

Questa è la sua prima sfilata ufficiale a Parigi. Perché ripartire da qui?

In realtà siamo stati a Parigi per tutto questo tempo. Abbiamo fatto crescere il nostro business qui, quindi aveva senso guardare al futuro partendo da questa città. A un certo punto abbiamo sentito il bisogno di uscire dalla nostra comfort zone.

È anche una scelta di linguaggio?

Sì, volevamo essere sempre meno geografici. Il nostro discorso deve essere universale. E Parigi è il posto giusto per farlo.

Il luogo della sfilata ha una presenza molto forte. Che tipo di spazio è?

È una scuola, in particolare la mensa di una scuola. Abbiamo pensato che fosse bello resettare tutto partendo da un un luogo di formazione. Perché siamo di nuovo in una fase di apprendimento, stiamo imparando cose nuove.

Quello che avete portato a Parigi sembra una sintesi consapevole del mondo di Magliano. Da dove nasce la collezione?

Quello che abbiamo svelato qui è il vero cuore del lavoro fatto fino a oggi. È una celebrazione dell’eleganza del «provinciale». Una provincia che ormai non è più un luogo geografico, ma un luogo dell’anima. È il posto in cui rabbia e nostalgia diventano amiche. Quello che facciamo con Magliano è fondamentalmente classico, ma cerchiamo sempre di spogliarlo dei suoi valori conservatori.

Lei ha vinto il premio Karl Lagerfeld all’Lvmh prize nel 2023. Come incide un riconoscimento così strutturato sull’indipendenza di un progetto come Magliano?

Non credo che l’indipendenza sia una condizione assoluta, ma piuttosto una negoziazione continua. Il rapporto con Lvmh è stato molto stimolante, perché ha introdotto energie esterne che costringono a essere più lucidi, più responsabili. È una relazione che inevitabilmente ti condiziona, ma nel mio caso lo ha fatto in modo virtuoso. La vera indipendenza, per me, sta nel non rinunciare alla visione del progetto, anche quando entrano nuove competenze e nuovi sguardi.

Il brand porta il suo nome. Una fusione totale tra uomo e marchio?

Luca è una persona, Magliano è un sistema. È chiaro che dentro il brand c’è la mia storia, ma non ho mai pensato a Magliano come a un’estensione autobiografica pura. Al contrario, mi interessa che il progetto resti poroso, aperto a contaminazioni che a volte mi mettono anche a disagio.

Quando parla di classico a cosa si riferisce esattamente?

Abbiamo cercato di spogliare il classico di quei valori che lo ancorano a un certo tipo di tradizione e rigidità, per piegarlo verso qualcosa di più poetico. Per questo motivo i completi restano delle uniformi. È come se stesse succedendo qualcosa, come se ci fosse una sorta di tensione in atto.

Una tensione tra l’abito e chi lo indossa?

Sì, direi che c’è una sorta di lotta tra il capo in sé e la persona. I cappotti simbolo della stagione sono attraversati da sciarpe o da pezzi grezzi di organza che agiscono come un’umidità umana. È come se l’abito respirasse o trattenesse qualcosa.

Ed è in questo senso che nasce la taxi jacket?

Esatto. L’abbiamo chiamata così perché ha un meccanismo in seta che la distingue, che la blocca. È come se la giacca stesse aspettando fuori, al freddo. C’è questa idea dell’attesa nella collezione, del movimento potenziale.

Gli abiti sembrano quasi degli attori.

È proprio così. Completi, capospalla, camicie sono come attori che si trovano a partecipare a un racconto cinematografico. Si muovono, vogliono muoversi. Hanno una loro «agency», una loro volontà, soprattutto rispetto al materiale.

Il lavoro sui tessuti è centrale. Qui che rapporto avete con la tradizione?

Amiamo i tessuti heritage perché sono spessi, danno un senso di verità. La lana Shetland, il Donegal... non neghiamo la tradizione, ma la usiamo in modo improprio.

Che cosa intende per uso improprio della tradizione?

La spingiamo verso un twin set branché o un tailoring super minimale, quasi anni 10 del Novecento. È un modo per farla scivolare fuori dal suo contesto naturale.

Anche la musica e il gesto iniziale sembrano essere carichi di significato.

Volevamo che tutto fosse sussurrato. Eppure quella canzone è sussurrata in modo molto forte. Dice cose molto specifiche e ha un finale super libero, quasi selvaggio.

E il fischio?

Il fischio è un tentativo di fare qualcosa di intimo, di superare il linguaggio. Volevamo ricreare una certa intimità e fare una serenata a Parigi. Vogliamo essere amati da Parigi.

Lei ha parlato di tre significati precisi.

Sì. È un canto intersex, perché tutti possono farlo alla stessa frequenza. È considerato maleducato, ma questa energia un po’ cattiva mi piace. E soprattutto è un richiamo partigiano. Mi ricorda la mia famiglia e credo la famiglia di chiunque.

Il casting è da sempre una parte fondamentale del linguaggio di Magliano. Com’è stato lavorare a Parigi?

Quello per questa sfilata è stato il primo casting che abbiamo fatto fuori dall’Italia. Era la cosa che mi preoccupava di più, ma abbiamo lavorato con un professionista bravissimo. Si è trattato soprattutto di street casting.

Che tipo di relazione si crea con queste persone?

Di solito ci innamoriamo delle loro storie. Diventano parte di Magliano. Ed è una conversazione continua, per quanto possibile.

Dal punto di vista del business, dove vi collocate oggi?

Il mercato principale di Magliano è l’Asia, fin dall’inizio. Ma siamo distribuiti in tutto il mondo, dall’Italia alla Francia, fino all’America. Ecco, oggi stiamo iniziando a lavorare più seriamente con l’America.

In un momento storico così complesso, qual è il vostro spirito?

Il business è quello che è, ma non va male. Sicuramente stiamo cercando di resistere a questo momento difficile, che forse può anche offrire opportunità. Sono abbastanza positivo riguardo al futuro. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 26/02/2026 11:00
Ultimo aggiornamento: 02/03/2026 11:13
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