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Culture

Jonathan Anderson: «Non sono Christian Dior. Sono qui per aggiungere un capitolo»

Lo stilista racconta la sua ispirazione per il menswear della maison di Lvmh in un mix di riferimenti a Paul Poiret e al movimento punk

di Stefano Roncato (Parigi)
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Jonathan Anderson a fine sfilata (Francesc Ten/MFF)
Jonathan Anderson a fine sfilata (Francesc Ten/MFF)

Un mix tra gli anni 20, Paul Poiret, la Belle époque e uno spirito indie. È così che Jonathan Anderson descrive il suo menswear per Dior, presentato al Musée Rodin, che ospiterà anche la collezione couture la prossima settimana.

Come descriverebbe le silhouette?

Queste forme a bozzolo e il retro dei capi guardano a quel momento degli anni Venti in cui c’era una vestibilità molto morbida o una schiena arcuata, che si ritrova sul retro dei parka. Abbiamo due stili di completo. Uno è più o meno pre-bellico, l’altro riporta grossomodo all’inizio degli anni Sessanta. Sono entrambe epoche in cui il mondo si stava trasformando. E mi piace questa idea di utilitarismo, questa idea di prendere la Bar jacket, accorciarla, renderla più cropped, con bottoni in ottone. Hai questi volumi, una specie di puff che incontra la parte superiore di una giacca Bar. E abbiamo un Bar coat, tipo cable tail coats. Questo è un altro riferimento a Poiret. Mi piace perché Dior mette struttura, Poiret in qualche modo la toglie.

Che altre referenze si trovano nella collezione?

C’è un film incredibile, Withnail and I e mi piace questa vibe un po’ da Oxford agli inizi, un po’ sbandata, in fondo. Tutti questi look compattati sono stati fatti in Giappone, sono stati ristretti e poi riaperti. Mi piace questa idea di qualcosa di un po’ più anime. Per me è una continuazione, un altro stato del personaggio. Per esempio, nella sartoria hai una spalla più arrotondata che si inarca in avanti. Mi piace qualcosa che sembri essere sempre esistito. Ho messo un rever britannico perché lo sentivo più generoso sul petto. Poi hai cappotti lavorati a maglia, tipo un Paddington coat con i toggle sul davanti. Tutte le maglie hanno lurex, paillettes. C’è anche una ricerca di quell’eccentricità aristocratica. Tutti gli scolli della maglieria si appoggiano sul collo come una D.
E i capelli?

Lavoro con Guido Palau, è un genio nello scolpire personaggi. Non voglio normalità. Voglio qualcosa di spinto, di caratterizzato. Volevo trovare qualcosa dove una specie di punk incontra Poiret. C’è qualcosa nella caratterizzazione che richiedeva una sottocultura. Tutti i capelli sono una versione di quelli dei modelli, ma sono tutte parrucche.
C’è stata l’influenza di Mk.Gee in questo?

L’avevo incontrato a Los Angeles. Era diverso da come me lo aspettavo: più cocooned, indossa piumini sovrapposti, ha una silhouette più snella sotto, molto purista. È un tipo di americano introverso e timido, che ho trovato affascinante. Il mio modo di lavorare è collezionare esperienze e poi infiltrarle nel processo, o creare una fantasia di come lo vestirei io. È un musicista incredibile.
Ha parlato della fine di un’epoca e Withnail and I parla proprio di quello. Perché le interessa?
Non lo so. Forse è tutto un po’ subconscio. Mi sono interessato alla sartoria all’inizio degli anni ’40 e a quella all’inizio degli anni ’60 perché sono due momenti di grande contraddizione. Negli anni ’70 tutto diventa più largo, ma all’inizio dei ’60 è più asciutto. E negli anni ’40 la sartoria ha una forma più arrotondata, un po’ più allungata. Mi piace guardare la sartoria in termini di proporzioni: più la spingi in alto, più la allunghi, più trovi equilibri diversi. Qui, per esempio, mi piace la contraddizione tra ciò che questi due look possono fare. Puoi ottenere qualcosa di più femminile, oppure qualcosa di più inquieto. Per me, il menswear Dior è sartoria: è come giochi con essa per trovare nuove forme. Alzi il tailcoat? Alzi i pantaloni? È una questione di equilibrio, invece di avere un personaggio già finito e risolto. Abbiamo visto che la Bar jacket, che da uomo viene comprata da molte donne. Le sfilate servono a mostrare idee. Si tratta di esplorare cosa può essere nuovo per il brand. Perché ciò che è nuovo per Jonathan Anderson non è sempre nuovo per Dior. È una questione di equilibrio.
Questi decori sono di Poiret?
Quello sul retro è una sua grafica famosissima: quattro farfalle intrecciate. Abbiamo lavorato con la fabbrica e guardato tutti gli archivi. Sono motivi degli anni ’20. Mi sembravano pazzeschi per quell’epoca. Abbiamo lavorato con la stessa fabbrica, partendo da lì e poi evolvendoli, aggiungendo elementi sopra, come se esplodessero. Per me si tratta di mettere insieme idee istintive che voglio esplorare. Ogni volta è un personaggio diverso, non una formula. Non voglio che lo diventi. Voglio anche divertirmi. Questi motivi sono integrati in un piumino con una costruzione a sacco triangolare in nylon leggero. È lo stesso momento in cui, per esempio, Liberty of London guardava all’Africa, all’America Latina, all’Asia, fondendo tutto in questa strana griglia visiva.

C’è un’influenza della tua prima collezione di haute couture che debutterà la prossima settimana?
No, non le somiglia affatto. Ma mi chiedevo se ci fosse un’influenza nel modo di esplorare i volumi e le decorazioni. Forse la couture è diversa. Per il primo show, ci voleva tempo per sviluppare i tessuti. Qui lo sviluppo dei tessuti è molto più avanzato, anche la maglieria. Si lavora reparto per reparto, decidendo cosa piace in termini di costruzione, tessuto o ricamo. La couture, invece, è un processo che va avanti fin dal primo giorno. È più lento, ma anche più selvaggio, fatto di totem individuali.
Da JW Anderson parlava spesso di come il menswear influenzasse il womenswear. È qualcosa che vuole fare anche qui?
Certo. È così che si compra oggi. Appena dai una regola a qualcuno, non la segue. In un negozio Dior puoi comprare quello che vuoi, ovunque. Quel modo di pensare non esiste più. Lo vedi anche con le borse: è finita quell’epoca. Lasci al consumatore la libertà di scegliere. Io mostro le collezioni separate, ma puoi mescolarle tutte e creare il tuo stile personale.

Come è stato progettato lo spazio?
Volevo qualcosa di duro, così che la luce potesse passare da sotto. Questo spazio ospiterà la couture e, una volta finita la couture, verrà “rigenerato” e diventerà un’esposizione. Ci sarà una mostra con artisti, archivi della collezione Christian Dior e diverse parti dello show, esplorando l’idea del volume: i tipi di volumi in cui Christian Dior, un artista e io troviamo un punto d’incontro. Mostrerà i bozzetti dell’artista e quelli di Christian Dior, e come dialogano tra di loro. È l’idea che la couture possa essere più di una sfilata: può essere educativa, può essere esplorata come una mostra. Il womenswear non sarà qui, perché in quel periodo dell’anno non possiamo usare questo spazio. Ma è bello lavorare in un unico luogo e reinventarlo, lasciarlo quasi decadere nel tempo.

C’è anche quella cosa che ha detto, molto interessante: è l’opposto di Dior, perché è tutto colore e…
…e una certa scioltezza, in fondo. In questa collezione mi piace la contraddizione tra la forma e qualcosa di più libero. Sono opposti, ma proprio questo crea il volume. In un certo senso, Dior va contro l’idea di comodità. Oggi siamo tutti ossessionati dalla facilità, e lui invece va controcorrente. Per me Dior nasce come maison di moda, quindi deve essere spinto, deve evolvere. La sfilata è un’idea che anima poi la realtà del negozio. Senza questo, non c’è nulla da mostrare. È un equilibrio delicato. Continuiamo con il Donegal, con le sue sottigliezze: viola, borse lavorate a maglia, con un filo di lana inserito che, bollito, restringe il tessuto creando texture. E poi il volant: simbolo di formalità, perfetto, ma quando lo indossi diventa decostruito. È interessante contestualizzare queste cose dentro Dior.
Quando parla di Poiret si vede, ma c’è anche questa lingerie molto Dior, con la linea a Y.
Bisogna contraddirlo. Oggi possiamo riconoscere subito le immagini, tutto è velocissimo. Io non sono Christian Dior: sono qui per aggiungere un capitolo. Quello che amo di Poiret è l’idea di travestirsi, di giocare con i vestiti tra amici.
Tipo costume party?
Esatto. Avvolgersi in coperte, piumoni, pellicce, prendere un cappotto di cashmere, una sciarpa, e costruire qualcosa. C’è qualcosa di primitivo, ingenuo in questo. Quando lo passi attraverso la macchina Dior, diventa ingegneria: i dietro dei cappotti non stanno piatti, si piegano, diventano raffinati. I vestiti a volte raccontano qualcosa prima che accada l’esplosione, prima del cambiamento. Mi piace fare cose che non sono naturali per il mio processo creativo. Lavorare con l’atelier per capire la spalla, la struttura, il canvas. Per me è l’idea di vestirsi come un personaggio. Tutti lo facciamo, in modi diversi. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 21/01/2026 19:27
Ultimo aggiornamento: 21/01/2026 19:27
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