CultureJonathan Anderson: «Dior non è un one look brand»
«Non mi limiterò mai a una formula. Questa maison si riconoscerà dal peso, dalla mano, dall’artigianalità concreta… non da una mera silhouette». Così il creativo brit spiega in backstage la sua visione. Dai pleasure gardens a Monet, dai cappotti destrutturati alla seta martellata. E aggiunge: «Il brand, a un certo punto, ti dice cosa fare»
«Per me è una riflessione sull’idea di promenade, sull’andare al parco». Jonathan Anderson torna a ragionare per immagini e stratificazioni nel ristrettissimo talk backstage a poche ore dallo show fall-winter 2026/27. Intrecciando XVIII secolo e street style, Luigi XIV e Tommy Ton, le ninfee di Monet e le panchine verdi delle Tuileries. Il punto di partenza sono i pleasure gardens, luoghi in cui si passeggiava per vedere ed essere visti, spazi pubblici attraversati da gerarchie precise. «Deve sempre iniziare dalla formalità per arrivare alla non-formalità», spiega.
Il suo è un guardaroba che si espande e si contrae, che alterna gonne arricciate e ricamate a jacquard maschili, montone e organza, pizzo e denim ricamato a mano. Ma soprattutto è una dichiarazione di metodo: «Non farò mai un brand da un solo look. Voglio che Dior sia riconoscibile dalla mano. Cioè dalla costruzione, dal peso, dal materiale. Da Loewe ci siamo arrivati. Qui ci vorrà del tempo». Il cappotto diventa manifesto, la plissettatura torna manuale, l’abbottonatura da sposa scivola lungo una tuta in seta martellata. «Meglio fare poche cose e farle bene», dice. E aggiunge: «Il brand, a un certo punto, ti dice cosa fare».
Partiamo dall’inizio. I pleasure gardens. Perché?
Stavo riflettendo su quest’idea dei pleasure gardens, su cosa fossero un tempo i giardini: luoghi dove si andava a camminare e a guardare. Pensavo all’abbigliamento da giorno che incontra l’idea dell’essere visti, alla gerarchia nell’abbigliamento e al perché oggi certe parti vengano usate in modo diverso. Per me è un ponte. In definitiva è la mia interpretazione di un guardaroba Dior di oggi.
Come si traduce questo guardaroba in passerella?
Si apre con gonne arricciate, tutte ricamate: strass, paillettes sul bordo, oppure semplicemente pois ricamati. Poi una giacca in maglia. Poi un capo completamente ricamato. Poi un jacquard. Si espande e si contrae. Entrano texture maschili stampate, soprabiti-abito plissettati a mano, non meccanicamente, riprendendo ciò per cui Dior è conosciuto. Paillettes, montone, questo cappotto in cashmere che amo molto, l’idea del cappotto-abito. Si passa al pizzo, ancora paillettes, montone, molto denim con ricamo a mano, un ricamo quasi zuccheroso, lavorazione a nastro, piccoli bottoni rivestiti a mano. Maglieria. Un motivo nato nell’uomo diventa più grande nella donna: gonne con una lamina argentata sul bordo, ricamate a mano con ninfee.
Perché la ninfea?
Quando penso a Monet, penso all’iconografia della cultura francese. Lo stagno è reale, la ninfea è finta. Nell’edificio di fronte ci sono ninfee. È l’idea di ciò che è reale e ciò che non lo è. Montone e pelle, seta, organza. È una riflessione sulla promenade, sull’andare al parco.
Cita Luigi XIV e il XVIII secolo. Cosa la affascina di quell’epoca?
L’unica cosa che posso associare anche a Dior è la sua ossessione per il XVIII secolo. Era un’epoca passata, un’estetica aristocratica, britannica. Ha fatto molte sfilate in Gran Bretagna: subito dopo la guerra erano i britannici ad avere denaro, poi gli americani. Abbiamo guardato alla storia delle sedie verdi delle Tuileries: come furono costruite, modificate, modernizzate. In modo strano, per me la sedia è la cosa più straordinaria che sia successa nella storia del giardino. È dove le persone si incontrano, si baciano, portano i figli. C’è un senso di comunità, di non-finito. È una continuazione della pre-collezione che si scioglie in un guardaroba. E intanto gli apprendimenti si accumulano. Stiamo cambiando la mano interna, lavorando sulla sartoria, sulla fluidità, sulla materialità. Ci vuole tempo.
Cosa porta della couture in questa collezione?
Molto sviluppo tessile. Nella couture avevamo strutture tessute impossibili da produrre. Mi sono chiesto: come industrializzarle? Come usarle come rifinitura senza smontarle? Alcuni tessuti che costavano duemilacinquecento euro al metro ora siamo riusciti a industrializzarli. Altri restano couture, ricamati a mano, ma esiste anche una versione a macchina. È un gioco, impari qualcosa e la porti altrove. Anche le scarpe, alcune ora sono industrializzate. E poi guardiamo cosa funziona in negozio e lo sviluppiamo. Mi interessava anche un’abbottonatura da sposa: l’abbiamo messa lungo il lato dei pantaloni della tuta in seta martellata. Tutti bottoni funzionali, come una schiena da sposa lungo la gamba.
E i cappotti?
Volevo chiudere con i cappotti. Dior nei primi anni ne faceva cinquanta su centocinquanta look. Ho studiato come li costruiva e modificava. C’è un cappotto molto famoso a cui facciamo riferimento, ma abbiamo rimosso la struttura. Restano i polsini risvoltati, come nel terzo o quarto anno del brand. C’è organza ricamata sul bordo, centinaia di metri, che si gonfia da un lato. Cardigan con reggiseno integrato. Ogni capo ha la sua struttura interna, la sua biancheria. È un modo di pensare anche a come funziona appeso su una gruccia.
Tra i suoi riferimenti cita anche una forma di gerarchia.
Negli anni Cinquanta c’era ancora una gerarchia. Poi è stata smantellata. Per me è come il parco, è cambiato quanto la moda. Si parte dalla formalità per arrivare alla non-formalità. Si osserva la struttura e poi la si decostruisce. Ma serve un punto di partenza.
Ha detto che le serviranno quattro o cinque stagioni per mettere a punto la sua Dior. A che punto è?
Sto cercando di sistemare la mano. Non farò mai una formula. Non sarà mai un brand da un solo look. Voglio che Dior sia riconoscibile dalla costruzione, dal peso, dal materiale. Non da una silhouette ripetuta. Oggi il prodotto continuativo non vende più come prima. Bisogna reinventare costantemente. Prima una giacca poteva restare dieci anni in collezione. Ora il modello di business sta crollando. Il prodotto ripetuto era dove stava il margine. Oggi serve flessibilità. Con Delphine (Arnault, ceo della maison di Lvmh, ndr) abbiamo passato molto tempo a ricostruire la qualità. È questo che rende un brand di lusso tale. Soprattutto sulle borse abbiamo un lungo percorso. Meglio farne poche e farle bene. L’ho imparato da Loewe. Non era costruito attorno a un solo vocabolario. È cresciuto senza essere formulaico. Aveva un ethos.
Qual è il suo ritmo nel lavorare alle collezioni oggi?
Stranamente mi sento rilassato. Una volta entrato nel ritmo, il brand le dice cosa fare. Abbiamo iniziato sei mesi fa, anticipando il calendario. Ora siamo già a metà della couture. Siamo tornati a cicli di sei mesi invece che quattro settimane. L’uomo è quasi finito. Questa è solo una parte di ciò che verrà venduto, forse un quarto. È la parte fantasia. In negozio ci saranno duemila, tremila capi declinati. A maggio faremo la cruise a Los Angeles. Faremo cose giuste e sbagliate, ma ciò che funziona lo costruiremo. Anche il calendario non ha senso: una collezione invernale consegnata a giugno-luglio. Per questo penso a un guardaroba trans-stagionale. Volevo luce. Abiti che funzionassero di giorno. Penso alle foto street style, a Tommy Ton, alla gente che correva tra le sfilate. Movimento. Daywear.
Donna e uomo questa stagione sembrano più distanti.
È un percorso nuovo. A volte si avvicineranno, altre si allontaneranno. A Los Angeles si riavvicineranno. Dipende da ciò che sembra giusto. A volte basta ribaltare una costruzione per trovare una novità. A volte si tratta solo di seguire ciò che sembra giusto. Nell’uomo esploreremo molto questo aspetto, soprattutto nel dialogo con la donna, nella costruzione e nella sofisticazione del modello, che è molto Dior. Ma quando abbiamo provato la collezione uomo per giugno ha assunto un’altra connotazione. Potrebbe emergere una novità semplicemente ribaltando la direzione. (riproduzione riservata)
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