CultureJonathan Anderson: «Dior è più grande di qualsiasi designer»
Il creativo racconta il suo debutto nell’alta moda nel backstage della sfilata haute couture spring-summer 2026 della maison di Lvmh
Quale è stato il punto di approccio alla couture?
Il primo abito su cui ho lavorato trae ispirazione da un vaso di Magdalene Odundo, con cui ho collaborato anche per alcuni pezzi nello show e per le stampe. È incredibilmente leggero, è ricoperto da un tulle di seta grezza trasformato in piccoli volant che corrono ovunque, fissati all’interno, così da creare movimento. C’è una stessa versione di questo dress anche nel primo ready to wear donna.
In che modo ha lavorato sui fiori, un codice così importante per Dior?
Tutto ruota intorno a come usare la natura come materia prima oppure a come ricrearla. È un modo di osservarla per comprenderla, per rimetterla in scena e poi imparare da essa.
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C’è una precisione incredibile nel modo in cui sono stati ricreati i dettagli.
Mi sono ispirato alle miniature del 700. C’è un disegno che è basato sull’ingrandimento delle ali di farfalla al mille per cento. In pratica si vedono i batteri sovrastanti. È una tecnica che ho usato sia sull’abbigliamento sia sugli accessori. Su una borsa ci sono dei piccoli puntini gialli, che rappresentano i parassiti sulle ali delle farfalle.
Cosa può dire in merito alle silhouette?
Christian Dior aveva sei o sette silhouette principali per ogni collezione. Per me è molto importante il punto di partenza. Ero affascinato dalle immagini di Lee Radziwill che scendeva dall’auto davanti all’opera, con più strati addosso. Mi piacevano questi layering per regalare un’idea di movimento, che alleggerisca però le costruzioni. Sto cercando di capire come farlo grazie alla maestria dell’atelier.
Come è stato lavorare con i sarti sulla couture?
Quando entri nell’atelier Dior ti rendi conto che non c’è alcun rumore: solo silenzio. Ci sono persone che lavorano in silenzio. Non avevo mai costruito una giacca sartoriale, né fatto prove di tre ore per capire come rendere un capo reale. Ed è un processo incredibilmente appagante. La couture è un mestiere che sta scomparendo e che va tutelato.
Che differenze ci sono state rispetto al ready to wear?
Ogni linea Dior ha un linguaggio diverso. Non c’è una formula predefinita. Non esiste «il look Dior» unico. Mi annoio troppo in fretta. Creare è una sfida continua tra nostalgia e innovazione. Lavorare sulla couture mi ha fatto sviluppare un rispetto enorme per questo universo. Ogni capo è fatto su misura per una persona. Se non preserviamo queste tecniche, scompariranno. La couture deve essere un laboratorio di idee. Dior è più grande di qualsiasi designer. Quello che faccio è per la maison e per gli artigiani, non solo per me. (riproduzione riservata)
- Come si manifesta la collaborazione con Magdalene Odundo nella collezione couture?
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