CultureJonathan Anderson: «Con la couture ho imparato che ci vuole pazienza. È un lavoro collettivo»
«Nella prima collezione stavo ancora conoscendo l’atelier», spiega a MFF il direttore creativo di Dior, alla sua seconda prova con l’alta moda. «Mi piace affidarmi al lavoro degli altri. Ho imparato tante piccole regole»
La collezione nasce da un dialogo a quattro mani con Lynda Benglis?
Sì, è una conversazione che va avanti da tempo. Abbiamo anche realizzato un piccolo documentario. Amo il suo lavoro da oltre 20 anni, è un’artista straordinaria. Mi piace il modo in cui affronta le cose. Ha una creatività estremamente varia, che credo pochi artisti possano vantare.
Lei è stato sia in India che in New Mexico?
Sì. La prima volta che sono stato in India è stato quando lavoravo lì. Era il mio primo impiego nella moda da Lee jeans. Volevano sviluppare una linea di accessori. Io avevo il sogno di produrli in India e mi ci mandarono. Sono stato a Jaipur e a Delhi.
Come riesce a trasformare la creatività di un’artista in qualcosa di suo?
Per me l’alta moda è profondamente legata all’arte. L’ho sempre utilizzata. È un privilegio poter offrire una piattaforma a persone che ammiro e aprire un dialogo. Permette di mostrare al pubblico qualcuno che mi ha ispirato per tutta la carriera.
Cosa ha imparato in quest’anno lavorando sulla couture?
Che serve molta pazienza. Questa mattina ho dovuto lasciare andare tutto. Ogni persona è responsabile del proprio look. Poiché ogni capo è fatto a mano, più viene manipolato e più perde qualcosa della sua forza. Mi piace affidarmi al lavoro degli altri. Ho imparato tante piccole regole. Nella prima collezione stavo ancora conoscendo l’atelier. È molto diverso dal prêt-à-porter, è un lavoro collettivo. (riproduzione riservata)