CultureJames e Riccardo Ferragamo, due visioni per il brand che compie 100 anni
Chief product & transformation officer il primo, con un ruolo chiave nello sviluppo del marchio fondato nel 1927. Area manager il secondo, fra retail e progetti imprenditoriali. Due percorsi differenti che raccontano bene, da prospettive complementari, l’evoluzione di una dinastia del Made in Italy alla sua terza generazione

Molto più di un marchio, ma un sogno e un immaginario, un’idea precisa di stile italiano fatta di gesti e intuizioni, materia e artigianalità. Di genio, soprattutto, capace di rendere la visione un linguaggio universale. Ferragamo, in una parola. Un nome che riassume la parabola luminosa di una realtà nata dall’ambizione di un giovane artigiano irpino che ha attraversato il ’900 da protagonista, reinventando il concetto stesso di scarpa tra le stelle di Hollywood prima e in Italia poi, dove ha dato forma alla sua intuizione trasformandola in sistema e in cultura del fare. Made in Italy, naturalmente. Le calzature di Salvatore Ferragamo sono diventate così la summa armoniosa di desideri e necessità, frutto di una tensione continua tra bellezza e funzione, sperimentazione e disciplina, tra ciò che esiste e ciò che ancora non è stato immaginato. Un patrimonio che si è fatto eredità familiare e che, grazie a Wanda Ferragamo e alla sua determinazione, ha trovato una nuova dimensione, quella di realtà globale, articolata e consapevole, in grado di crescere restando fedele al proprio codice originario.
Perché prima che una storia imprenditoriale quella di Ferragamo è la storia di una dinastia che ha custodito e trasformato il lascito del fondatore in un dialogo tra radici e futuro che rappresenta il vero dna del marchio. Ed è all’interno di questa continuità che si muovono due tra i protagonisti della terza generazione di una famiglia simbolo dell’eccellenza italiana del mondo. Nell’album dei ricordi di James Ferragamo gli insegnamenti dei nonni occupano una voce importante. E se dal patriarca, Salvatore, che non ha mai conosciuto, ha imparato che i desideri e i progetti possono diventare realtà, è stato grazie a Wanda che è riuscito a unire, idealmente, i puntini di quelle suggestioni che ha respirato fin dalla culla. La prima di queste è che gli eredi del «calzolaio delle star» non solo devono ricordare i suoi successi, ma anche portarli avanti, valorizzando creazioni nate nel solco di una modernità avanguardistica.
James Ferragamo, oggi chief product officer e membro del consiglio di amministrazione e del comitato consultivo di presidenza per la transizione, ha raccolto la sfida del nonno continuando a innovare azienda e prodotti, seguendo la lunga scia della tradizione. E non poteva che essere così per il figlio di Ferruccio e Amanda Ferragamo, classe 1971 come il gemello Salvatore, da cui lo separa un’indole più anglosassone, recepita dai geni materni, rispetto alla verve più italica del fratello. E, del resto, anglosassone è stata l’educazione scolastica di James che, nato circondato da un senso estetico diffuso, fu mandato all’età di 13 anni a studiare in collegio in Gran Bretagna e poi negli Usa. La formazione alla vita, però, ebbe una matrice decisamente italica, sotto l’egida di quel Gancino, reso famoso dalla marchesa Fiamma di San Giuliano, primogenita di Salvatore, ispirato al portone di Palazzo Spini Feroni e diventato simbolo della maison, che firmava tutto quello su cui il suo sguardo bambino si posava. Ed era naturale che si posasse, in primis, sui gioielli di famiglia, quelle scarpe che con il fratello inscatolava lavorando nel magazzino dell’azienda durante le vacanze dalla scuola, retribuito 500 lire a settimana. Se pure gli esiti non erano sempre brillanti, molte volte i negozi si trovavano nelle scatole le scarpe spaiate, la volontà del piccolo era grande e gli permise, a undici anni, di avvicinarsi alla manovia per creare le sue prime calzature.

Iniziò con un paio di Vara, le iconiche ballerine con fiocco in gros grain, che gli mostrarono il complesso processo di produzione e la maestria che si celava dietro delle «semplici» calzature. James voleva assolutamente perseguire il sogno del nonno, portare avanti la memoria del suo spirito indomito che, dalla bottega, aveva travolto il mondo. E così, tutte le estati fino ai 16 anni, continuò a lavorare in manovia passando dal fissaggio delle solette fino alla fasciatura dei tacchi, per comprendere appieno cosa celasse la formula magica del savoir faire, per poi atterrare a Beverly hills, dove fece il commesso nella boutique Ferragamo. Una parentesi nel percorso di studi del giovane che proseguì alla New York University Stern school of business, dove si laureò in marketing e international business, per poi impiegarsi per un biennio come buyer da Saks fifth avenue. In seguito, svolse un’internship da Goldman Sachs a Londra, durante il percorso di master alla New York University in finance, accounting e international business. Due passaggi formativi, ma soprattutto rivelatori. La finanza lo affascinava, ma gli appariva astratta. Era nel lavoro da Saks, invece, tra acquisti e distribuzione, che ritrovò ciò che cercava, il prodotto, il confronto con il cliente, la necessità di tenere insieme gusti e aspettative diverse. È lì che prese forma un’idea più precisa del suo ruolo e si definì la sua volontà di entrare in azienda.
Cosa che non fu affatto scontata perché, da tempo, erano state fissate regole inderogabili per l’ingresso nel business dei membri della famiglia Ferragamo, che prevedevano anche l’aver maturato esperienza in altre aziende, avere un’educazione e una preparazione internazionale, oltre a possedere precise competenze in finanza e sul prodotto. «Doti» di cui James era in possesso e che gli permisero di fare ufficialmente il suo ingresso nel gruppo Salvatore Ferragamo nel 1998, iniziando il percorso manageriale nel dipartimento calzature donna, dove seguì diversi progetti, dalle scarpe alla pelletteria tout court. Proseguì poi nel ruolo di general merchandising manager, allargando sempre di più il suo raggio d’azione e acquisendo responsabilità sempre più ampie nella gestione delle diverse categorie merceologiche. Fino a che, nel 2004, divenne responsabile della divisione prodotto pelletteria donna e, successivamente, di quella delle calzature donna. Nel solco della tradizione Ferragamo, il suo sguardo si concentrava sulla capacità di leggere il presente e tradurlo concretamente seguendo una logica che apparteneva alla storia stessa della maison e che trovava un precedente negli anni ‘80, quando l’emergere di una nuova figura femminile autonoma e dinamica, sempre più presente nello spazio pubblico, aveva portato alla definizione di modelli pensati per accompagnarne la quotidianità. James Ferragamo divenne nel 2015 direttore della divisione calzature e pelletteria donna e uomo, consolidando una visione integrata dello sviluppo prodotto all’interno della maison e, tra il 2018 e il 2020, ricoprì la carica di vicepresidente del gruppo. Fino al 2022, quando da direttore brand, prodotto e comunicazione, contribuì al riposizionamento creativo e strategico del marchio durante la delicata fase di trasformazione del settore del lusso. Oggi coordina i processi di innovazione e sviluppo prodotto con l’obiettivo di rafforzare la competitività internazionale del brand mantenendone intatti i codici distintivi. Il suo pensiero fuori dagli schemi si accompagna a una grande resistenza fisica, traslata in sport come corsa, calcio, vela e triathlon, per il quale si allena ogni mattina all’alba. Del resto, lo sport gli ha dato forza, concentrazione e tranquillità, quella che coltiva in famiglia, con la moglie Louise e i tre figli, e la generosità con cui sostiene diverse iniziative mediche, in particolare per l’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze.

Non tutti i Ferragamo, però, hanno scelto la luce dei riflettori. Accanto ai volti più riconoscibili della nuova generazione, come James, altri come Riccardo restano fuori fuoco, parte di una costellazione familiare che non coincide sempre con il racconto ufficiale della maison. Nato e cresciuto a Firenze, figlio di Leonardo, da cui ha ereditato un approccio più imprenditoriale e trasversale, Riccardo Ferragamo appartiene a una generazione che si muove con naturalezza tra contesti diversi, costruendo percorsi meno lineari ma non per questo meno significativi. Dopo un periodo di formazione negli Stati Uniti, tra studi di business e un’esperienza a Miami, è tornato in Italia dove ha affiancato il padre nella gestione delle attività immobiliari di famiglia, iniziando a sviluppare uno sguardo concreto sul mondo dell’impresa. Il suo ingresso nel gruppo Salvatore Ferragamo si inserisce in questo percorso graduale e stratificato. Negli anni ha maturato competenze che spaziano dal merchandising al retail, lavorando come merchandiser coordinator Emea e seguendo da vicino i processi di buying e allocazione tra pelletteria, calzature e ready-to-wear. Successivamente si è misurato con il rapporto diretto con il cliente nei mercati internazionali nel ruolo di client manager Emea, per poi approdare al flagship Ferragamo di Madrid come assistant store manager, dove ha consolidato sul campo la gestione operativa e il coordinamento dei team. Un’esperienza costruita passo dopo passo, che lo ha portato a ricoprire oggi il ruolo di area manager Emea, con la responsabilità delle attività retail in Europa centrale, in una posizione che richiede una visione insieme analitica e operativa.
Negli anni della pandemia ha preso parte a progetti legati all’innovazione e alla digitalizzazione dei servizi omnicanale, assecondando una sensibilità crescente verso i temi della sostenibilità, che hanno trovato espressione nel lancio di iniziative dedicate. Parallelamente, ha sviluppato una propria dimensione imprenditoriale, lontana dai codici tradizionali del lusso ma mossa da una profonda affinità, soprattutto valoriale. Nel 2017 ha co-fondato una realtà nel settore food, cresciuta fino a contare diversi punti vendita e un modello espandibile oltre i confini portoghesi dove ha trovato la prima affermazione. Un’iniziativa nata sotto il segno della sostenibilità, che restituisce il profilo di una sensibilità attenta ai temi contemporanei. Non solo perché a questa si sono affiancate altre esperienze nella consulenza e nel property management, ma perché, anche in una dinastia così fortemente identitaria, non tutte le strade coincidono. E se da un lato c’è chi incarna il racconto del brand, dall’altro esistono presenze più silenziose che ne ridefiniscono i confini. (riproduzione riservata)
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