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Culture

Il poolside diventa ispirazione della moda maschile tra musica e cinema

Da Elvis Presley che duetta a bordo piscina con Ann-Margret al romantico DiCaprio in Romeo + Juliet, fino al mito sexy di Brad Pitt in Thelma & Louise. A Pitti uomo 110 i riflettori sono puntati sulla seduzione a filo d’acqua

di Francesca Delogu
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Leonardo DiCaprio in un frame del film Il grande Gatsby (© 2013 Bazmark film III Pty limited)
Leonardo DiCaprio in un frame del film Il grande Gatsby (© 2013 Bazmark film III Pty limited)

Abito celestino in seta dal taglio sartoriale, camicia bianca, cravatta scura, iconici Chelsea boots con tacco cubano e chitarra acustica al collo: è l’indimenticabile look di Elvis Presley in Viva Las Vegas (1964) mentre duetta sensuale attorno alla piscina dell’Hotel Flamingo con la star svedese Ann-Margret. Una scena di pochi minuti entrata nella cultura pop: il bordo vasca diventa leggenda, palcoscenico inedito per il corpo maschile vestito, più potente di una parata di addominali lucidi d’olio di cocco. Sessant’anni dopo, Chris Vidal Tenomaa e Tuomas Laitinen di Ssaw magazine creano per la campagna di quest’edizione di Pitti immagine uomo un moderno Narciso vestito di nero: sdraiato a faccia in giù con la mano a filo d’acqua, osserva il suo riflesso in un’atmosfera metafisica. Il tema è The Pool, riferimento esplicito a David Hockney, l’artista che con le sue tele californiane degli anni Sessanta e Settanta, da A Bigger Splash a Peter Getting Out of Nick's Pool, più di ogni altro ha trasformato quel rettangolo azzurro in un’ossessione estetica: superfici immobili, luce abbagliante, corpi sospesi in un silenzio quasi irreale.

Brad Pitt in un frame del film Thelma & Louise (ph Youtube @ Amazon MGM studios)
Brad Pitt in un frame del film Thelma & Louise (ph Youtube @ Amazon MGM studios)

Non sorprende allora che proprio in queste settimane la Serpentine Gallery di Londra gli dedichi una grande mostra (fino al 23 agosto), riportando al centro quello stesso immaginario rarefatto e solare che oggi riaffiora anche nel racconto visivo di Pitti. È proprio una vasca azzurra a diventare il set privilegiato per raccontare il menswear contemporaneo: d’altronde il mare è imprevedibile, la piscina invece ha bordi netti, profondità misurabili, regole precise. È una forma di abbandono controllato, esattamente ciò che serve in un momento storico dominato dall’incertezza, ma è anche teatro di glamour e contenitore di icone maschili bellissime, ambigue, irraggiungibili. Con La Piscine (1969) di Jacques Deray, girato nella villa di Alain Delon a Saint-Tropez, il bordo vasca diventa uno scenario magnetico e complesso, quasi un ring emotivo. Delon e Romy Schneider, i protagonisti, si erano amati e lasciati cinque anni prima (lui aveva sposato un’altra, lei si era rifatta una vita): la storia passata, mai del tutto chiusa, rimane sottotraccia in ogni inquadratura. Delon indossa soltanto un costume a calzoncino con motivo cashmere o, al massimo, un asciugamano verde annodato bassissimo sui fianchi e più il look si riduce, più la tensione cresce. Il fascino del film sta tutto in quell’eleganza minimal, pigra e pericolosa.

«Il cinema ama la piscina. Richiama il jet set, le ville lussuose, le grandi feste poolside, come nel Grande Gatsby. Ma può essere anche un luogo cupo: come non ricordare la leggendaria scena di apertura del film Sunset Boulevard?», dicono Valentina De Giorgi e Sakis Lalas di The dark candy productions, autori della docuserie Meet the costume designers e ora impegnati nella realizzazione del docufilm Vestire il cinema. «Alain Delon in La Piscine è l’archetipo assoluto, costume aderente, fisico scolpito, occhiali scuri, ma prima ancora c’è Burt Lancaster in The swimmer (1968), dove la piscina diventa una metafora mobile, quasi mentale». Nel film, tratto da un racconto di John Cheever, un uomo atletico e abbronzato decide di attraversare a nuoto tutte le piscine del suo quartiere convinto di poter tornare a casa seguendo quella rotta acquatica. Ogni vasca in realtà è una tappa della sua dissoluzione personale e lo allontana un po’ di più dalla vita che credeva di possedere: Lancaster appare impeccabile nei suoi swim trunks aderenti anni Sessanta, torso scolpito, sorriso perfetto, eleganza Wasp da country club americano, eppure qualcosa si incrina sotto la superficie. Forse è il ritratto più feroce che il cinema abbia mai dedicato al maschio borghese: un uomo che continua a esibire controllo proprio mentre sta andando a pezzi. In fondo, lo stile piscina porta sempre con sé una lieve malinconia.

Bad Bunny per Zara (ph Stillz/courtesy Zara)
Bad Bunny per Zara (ph Stillz/courtesy Zara)

Elvis Presley, re assoluto del poolcore, aveva trasformato quel lessico estetico in una mitologia personale destinata a confondersi con la tragedia dei suoi ultimi anni: a Graceland è sepolto accanto alla piscina della sua tenuta, il luogo delle fotografie felici con Priscilla Presley, delle feste, dei dischi d’oro. All’inizio degli anni Novanta si impone il mito sexy del poolboy: T-shirt bianca tagliata, capelli biondi bruciati dal sole, jeans consumati, è il giovane ed esplosivo Brad Pitt in Thelma & Louise. Il regista Ridley Scott gli spruzza pure acqua Evian sugli addominali prima di girare, facendolo diventare un oggetto scenico trattato con la stessa cura di una location, alla ricerca della texture perfetta e dell’angolo migliore da inquadrare. Pochi anni dopo arriva Leonardo DiCaprio, con un film che ha trasformato l’acqua in qualcosa di radicalmente diverso da tutte le piscine viste fino ad allora. In Romeo + Juliet di Baz Luhrmann (1996), l’incontro tra Romeo e Giulietta avviene in un acquario: i due si vedono per la prima volta attraverso il vetro e i pesci tropicali e poi si ritrovano in piscina, di notte, per il loro primo bacio. Una sequenza riscoperta e idolatrata dalla Gen Z, che nella figura ambigua di DiCaprio, sospesa tra i generi e perfettamente a suo agio in quell’universo liquido, ha trovato un riferimento iconico.

Meghann Fahy e Theo James in un frame della serie televisiva The white lotus (ph Fabio Lovino, courtesy Hbo)
Meghann Fahy e Theo James in un frame della serie televisiva The white lotus (ph Fabio Lovino, courtesy Hbo)

«Lo stile si evolve poi in qualcosa di rilassato e consapevole», continuano De Giorgi e Lalas. «Dal Mediterraneo di Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino all’old money summer contemporaneo lanciato da Jacob Elordi in Saltburn: costume semplice senza marchi evidenti, camicie di lino o cotone, magliette bianche. E poi ci sono le serie tv cult: viene subito in mente Theo James nella seconda stagione di White Lotus, con il suo registro poolside fatto di costumi aderenti dal design pulito, accessori impattanti e immancabili camicie di lino leggermente aperte, che hanno segnato il ritorno di una mascolinità ostentata ma cool, elegante». Oggi quell’estetica si è democratizzata: la piscina si aggancia al popolo, alle borse frigo della domenica e a miti contemporanei che cambiano le regole del gioco e del vestire. Nessuno interpreta questi codici meglio di Bad Bunny: cresciuto a Vega Baja, Porto Rico, caricando borse al supermercato e studiando all’università mentre pubblicava i suoi pezzi su SoundCloud, è diventato in pochi anni uno degli uomini più influenti del pianeta, anche dal punto di vista del look. Il suo guardaroba fatto di gioielli, tailoring morbido, colori tropicali e tank top portati come pezzi couture, destruttura il vecchio lessico da macho caraibico. Insomma, se per decenni il costume da bagno maschile è rimasto quasi un accessorio ornamentale da Ken, privo di reale ambizione stilistica e nemmeno particolarmente tecnico, oggi il resortwear maschile si è trasformato in un linguaggio autonomo, caricandosi di una nuova dimensione culturale. In piscina si va per prendere sole, flirtare, osservare gli altri, mettere in scena una certa idea di sé. Forse è proprio questo che la rende così irresistibile per la moda maschile: più che un luogo sportivo, è un palcoscenico sociale. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 16/06/2026 02:00
Ultimo aggiornamento: 16/06/2026 02:00
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