CultureI Raf Simons boys ai vertici della moda. È l’ora dei Belgian talents
Da Pieter Mulier a Matthieu Blazy passando per Marine Serre, che con l’attuale co-direttore creativo di Prada ha mosso i primi passi, la generazione cresciuta all’ombra del maestro oggi guida le grandi maison. E dalla fucina di La Cambre sono usciti anche Anthony Vaccarello e il nuovo corso di Dries Van Noten

Il triangolo sì. Un triangolo creativo naturalmente, dalla cui base, Raf Simons, sono germogliati due nomi, Pieter Mulier e Matthieu Blazy, che stanno cambiando i vertici delle direzioni creative mondiali. I tre si sono abbracciati ieri sera per l’ultima sfilata di Mulier per Alaïa. Un’immagine che vale un passaggio di consegne, un fermo immagine generazionale. Perché se gli anni Dieci sono stati quelli dei direttori creativi-star, i Venti parlano con accento fiammingo. E oggi l’asse Anversa-Bruxelles-Parigi è la nuova Silicon Valley del lusso.
Raf Simons, il talent scout
C’è un’immagine che resta scolpita nella memoria della moda, Raf Simons sui Giardini di Boboli, con la Vasca del Nettuno come passerella naturale. Era il 2006 e il giovane designer belga trasformava Firenze in palcoscenico di un’idea nuova di moda maschile, tra architettura, musica e cultura underground. Non una fiera, non una passerella tradizionale, ma un manifesto visivo, un laboratorio all’aperto. Nato nel 1968 a Neerpelt, in Belgio, Simons non arriva dalla tradizione couture. Studia design industriale e si forma tra minimalismo e architettura, tra club e musica elettronica, trovando nella moda un linguaggio per raccontare la gioventù ribelle e romantica della sua generazione.
Il suo marchio, fondato nel 1995, diventa rapidamente culto. Silhouette allungate, tailoring rigoroso, riferimenti alla cultura underground. Ogni collezione è un piccolo manifesto, ogni capo un’idea. La consacrazione nel sistema arriva con Jil Sander, dove porta un minimalismo emotivo che rilegge l’heritage della maison in chiave moderna. Poi Dior, sfida altissima, dove intreccia rigore e poesia in ogni sfilata, e Calvin Klein, dove trasforma l’America suburbana in palcoscenico di arte contemporanea.
Il suo percorso lo conduce infine a Prada, con Miuccia Prada, in co-direzione creativa, segno di un cambiamento di paradigma. Non più solo lo stilista al comando, ma la sintesi di due menti affini. Simons non è solo un designer. È un talent scout naturale. Ha costruito team solidi, ha fatto crescere menti che oggi guidano le grandi maison.
Pieter Mulier, il custode e il costruttore
Per oltre quindici anni è stato il braccio destro più silenzioso e più determinante della moda. Con Simons ha attraversato Jil Sander, Dior e Calvin Klein. Non una spalla, ma una mente parallela. Belga, formatosi tra architettura e moda, Mulier ha sempre lavorato sulla costruzione. Linea, taglio, purezza. Da Alaïa ha fatto un’operazione chirurgica, restituire il rigore scultoreo del fondatore senza musealizzarlo. Ha ricostruito il corpo attraverso il jersey, la maglia, la tridimensionalità. Ha trasformato il silenzio in desiderio.
Ora lo attende Versace, sotto l’egida del gruppo Prada e della governance di Lorenzo Bertelli. Il compito è di peso, traghettare il barocco e il sexy della Medusa verso una nuova disciplina senza tradirne l’energia pop. Se c’è un designer capace di scolpire l’eccesso e farne sistema, è proprio lui.
Matthieu Blazy, il realista poetico
Se Mulier è l’architetto, Matthieu Blazy è il narratore. Anche lui cresciuto nel perimetro Simons, ha imparato che la moda è prima di tutto costruzione culturale. Dopo le esperienze con il maestro, ha attraversato Maison Margiela e Bottega Veneta, dove ha portato l’artigianato a un livello quasi concettuale.
Oggi è alla guida di Chanel, dove ha debuttato in passerella lo scorso settembre. La sua nomina è stata letta come un segnale preciso. Meno spettacolo, più sostanza. Meno hashtag, più atelier. Blazy lavora sulla materia come fosse pensiero liquido. Il tweed diventa pelle, la pelle sembra denim, il quotidiano si sublima. Nei prossimi giorni Parigi attende la sua nuova dichiarazione durante la settimana della moda.
Marine Serre, l’ecologia come linguaggio
Prima di diventare la sacerdotessa del moon print, Marine Serre ha lavorato nel sistema Simons. È lì che ha affinato l’idea di moda come manifesto. Francese di nascita ma formatasi a Bruxelles, Serre ha portato nel lusso il tema dell’upcycling, della sostenibilità radicale, della couture fatta di scarti nobili. Oggi il suo brand indipendente è un laboratorio permanente. Non guida una mega maison, ma influenza il sistema. E questo, nel 2026, è forse un potere ancora più sottile.
La Cambre, la fucina belga
Per capire questa costellazione bisogna tornare a La Cambre, scuola fondata nel 1927 sull’eredità del Bauhaus. Laboratorio interdisciplinare, rigore tecnico, libertà concettuale. Da lì sono passati Anthony Vaccarello, oggi alla guida di Saint Laurent, e anche il nuovo direttore creativo di Dries Van Noten, Julian Klausner, altra mente cresciuta nell’ecosistema belga.
Il Belgio non produce quantità, ma qualità sistemica. Pochi nomi, altissima densità culturale. È un’estetica che rifugge l’ornamento fine a se stesso e lavora sul concetto prima ancora che sulla silhouette.
L’ora X a settembre con Versace
Il prossimo capitolo si scriverà a Milano. Pieter Mulier debutterà da Versace in un momento delicatissimo. La maison della Medusa è entrata infatti in una nuova era industriale sotto il gruppo Prada dopo l’acquisizione da 1,25 miliardi di euro annunciata lo scorso anno e dopo una sola stagione realizzata da Dario Vitale. L’equilibrio sarà tra disciplina e sensualità, tra archivio e futuro. Il triangolo creativo non si è sciolto. Si è moltiplicato. E oggi governa i vertici della moda globale. L’ora dei Belgian talents è adesso. (riproduzione riservata)
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