CultureHome (sweet) fashion home
Dalla Drophaus di Louis Vuitton ai set di Prada, Zegna e Amiri, gli allestimenti delle sfilate donna fall-winter 2026/27 mettono al centro la casa. Che diventa una lente attraverso cui leggere il presente, luogo in cui si intrecciano identità, memoria e visione
Nel racconto della moda contemporanea, la casa non è più soltanto uno sfondo, ma diventa un dispositivo narrativo. Spazio fisico e simbolico, l’ambiente domestico entra nel linguaggio del fashion system come estensione dell’identità, luogo della memoria e, sempre più spesso, come manifesto culturale. Abitare, oggi, è un atto creativo tanto quanto vestirsi. Il legame tra moda e casa affonda le sue radici nel Novecento. Dai salotti parigini, in cui Paul Poiret presentava le sue creazioni come opere d’arte totali, alle architetture moderniste che dialogavano con il guardaroba essenziale dell’uomo nuovo, fino alle case-studio concepite come laboratori di sperimentazione. Nel tempo, questo dialogo si è consolidato attraverso mostre e pubblicazioni che hanno indagato l’intreccio tra abito, interior design e architettura, contribuendo a definire l’idea di moda come esperienza spaziale, non solo visiva. Nelle collezioni uomo fall-winter 2026/27 questa relazione si è fatta ancora più esplicita. Le sfilate si trasformano in ambienti abitati, in cui la casa è intesa come teatro dell’intimità, archivio di storie personali e specchio di valori. L’architettura non accompagna più la moda: la interpreta. Emblematico è il progetto presentato da Louis Vuitton sotto la direzione creativa di Pharrell Williams, anima del menswear della griffe. Vuitton ha infatti scelto di portare questo dialogo su un terreno davvero sperimentale allestendo il suo show in un set concepito come un’abitazione contemporanea chiamata Drophaus, ideata in collaborazione con lo studio di design giapponese Not a hotel.
La struttura, eretta all’interno del giardino della Fondation Louis Vuitton nel Bois de Boulogne, è una costruzione prefabbricata con ampie pareti di vetro curve e un grande tetto piramidale che la fanno apparire come una sorta di scultura abitabile. Il progetto è ispirato alla forma organica di una goccia d’acqua, metafora dell’abitare fluido: non una dimora borghese tradizionale, ma un habitat fluido, attraversabile, in cui luce, natura e corpo si contaminano. Il set è articolato in ambienti riconoscibili, living, camere, spazi di condivisione, arredati con elementi dal carattere volutamente imperfetto e tattile, come se fossero già vissuti. La casa diventa così un’estensione dell’idea di comunità e creatività cara a Williams che ama ricordare: «Lo stile nasce da ciò che ci circonda ogni giorno». Da Prada, invece, il discorso sull’abitare prende una direzione più concettuale. La collaborazione con Oma porta in scena un interno decostruito, fatto di volumi, superfici e livelli che suggeriscono stanze senza mai definirle pienamente. È una casa astratta, mentale, che riflette l’idea di instabilità e trasformazione dell’abitare contemporaneo.
Come spesso accade nel lavoro di Miuccia Prada e Raf Simons, lo spazio diventa strumento critico: un luogo che interroga più che rassicurare. Zegna sceglie invece una narrazione intima e profondamente autentica: il set, dove viene svelata la collezione creata da Alessandro Sartori, è ispirato agli armadi personali della famiglia Zegna e del fondatore Ermenegildo. Il guardaroba diventa il cuore della casa. E l’elemento domestico diventa un archivio affettivo, spazio in cui il tempo si stratifica e la moda diventa gesto di cura e trasmissione di generazione in generazione. Particolarmente significativo è il gesto di Nigo, che sceglie di presentare la collezione di Kenzo nella casa appartenuta a Kenzo Takada, fondatore della maison oggi satellite del gruppo Lvmh. Non si tratta di una semplice location, ma di un atto di continuità culturale: progettata dallo stesso Takada come un angolo di Giappone in Europa, la residenza nel cuore di Parigi unisce elementi dell’architettura tradizionale giapponese, come tatami, porte scorrevoli, giardino con bambù e acqua, a volumi occidentali. La casa è concepita come un’oasi domestica, uno spazio di quiete e riflessione che racconta l’identità ibrida del suo creatore. Nel tempo, l’abitazione è stata reinterpretata enfatizzando il dialogo tra natura e spazio costruito: le stanze si aprono sul giardino centrale, le partizioni diventano leggere, quasi trasparenti.
Per l’happening legato alla collezione, gli ambienti si trasformano in archivi viventi, dove schizzi, libri e immagini raccontano la storia della maison. Qui la casa non è solo memoria, ma strumento narrativo capace di rendere visibile il dialogo creativo tra Kenzo Takada e Nigo. Mike Amiri per la sua Amiri ha invece portato in scena un’altra declinazione del domestico, ricreando un club-biblioteca: uno spazio ibrido, a metà tra interno privato e salotto culturale. Un ambiente che richiama le case californiane degli artisti e dei musicisti, dove la socialità convive con la contemplazione. E il fil rouge domestico sembra unire anche le nuove campagne advertising, dove il tema della casa ritorna con forza. Chanel, per le immagini che raccontano la prima collezione di Matthieu Blazy, rende omaggio alla Villa La pausa, costruita nel 1928 da Coco Chanel a Roquebrune-cap-Martin, in Costa azzurra. Gli spazi, riacquistati dalla griffe nel 2015 e recentemente restaurati dall’archistar Peter Marino, diventano set degli scatti di Alec Soth e simboleggiano un ritorno alle radici emotive e alla creatività della maison francese. Perché la casa viene vista non solo come dimora, ma come rifugio creativo e spazio di libertà per tracciare il futuro. Un altro capitolo del rapporto tra moda e spazio domestico si scrive con la campagna adv finale di Giorgio Armani, scattata da Oliver Hadlee Pearch negli interni della celebre residenza milanese dello stilista.
Dopo decenni vissuti tra le mura di quella casa in via Borgonuovo a Milano, luogo in cui Armani ha modellato il proprio stile e progettato molte collezioni, gli ambienti si trasformano in set narrativo. È una casa che riflette l’estetica stessa del designer, scomparso nel settembre 2025 all’età di 91 anni: volumi puliti, palette neutre, materiali di alta qualità e una luce attenta ai riflessi. Tutti elementi che hanno definito il suo approccio all’eleganza minimalista e senza tempo. Gli scatti assumono così un valore doppio: non solo presentano la visione stilistica dell’ultimo Armani, ma immortalano la sua relazione profonda e quotidiana con lo spazio come forma integrata di lifestyle. La campagna diventa così un ponte simbolico tra la sua visione di moda e la dimensione dell’abitare, un testamento visivo di come lo spazio domestico sia parte integrante dell’identità creativa di uno dei più grandi maestri dell’eleganza italiana. Come ha affermato Raf Simons in diverse occasioni, «la moda è sempre una questione di contesto». Oggi, quel contesto è sempre più spesso domestico. La casa diventa lente attraverso cui leggere il presente, luogo in cui si intrecciano identità, memoria e visione. In un’epoca di instabilità e accelerazione, tornare all’interno, reale o simbolico, sembra essere il gesto più radicale della moda contemporanea. (riproduzione riservata)
- Genera un report programmato per ricevere aggiornamenti sulle prossime collezioni fall-winter 2026/27 dei marchi di moda menzionati.
- Quali sono le architetture moderniste che hanno dialogato con il guardaroba essenziale dell'uomo nuovo, citate nell'articolo?
- Esplora articoli simili che approfondiscono la relazione tra moda, interior design e architettura.