CultureGiancarlo Giammetti: «Da Roma a Parigi, la mia vita al fianco di Valentino»
«Per me, sapere che potevo contare su un talento così grande era fondamentale, mi permetteva di fare il mio lavoro», racconta il lifelong partner del grande stilista in un’intervista esclusiva a MFF-Magazine For Fashion, realizzata prima della morte del couturier. «All’inizio avevo 22 anni, lui 26. Con il tempo gli ho dato sicurezza, tranquillità. La libertà di fare qualsiasi cosa volesse»
«Siamo stati estremamente importanti l’uno per l’altro», esordisce Giancarlo Giammetti. Un concetto che torna più volte, come un filo che tiene insieme tutto il racconto. Pronunciato con naturalezza, senza enfasi, eppure il suo peso è enorme. Perché dentro c’è una vita intera. La sala bianca del piano nobile di PM23 accoglie la conversazione come un luogo sospeso. La luce entra piena, rimbalza sui muri, sembra trattenere i ricordi. Qui, dove oggi vive la Fvg-Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, si ha la sensazione che il tempo non sia mai stato lineare, ma fatto di incontri, ritorni, affetti che restano. «Eravamo giovani, io avevo 22 anni, lui 26». È da lì che parte tutto. Non da un’idea di successo, non da un progetto industriale, ma da un incontro casuale, da un tavolino di via Veneto, negli anni in cui Roma era una passerella a cielo aperto e la Dolce vita non era ancora diventata mito, ma una quotidianità vissuta. L’intervista, realizzata in esclusiva da MFF-Magazine For Fashion la scorsa primavera per l’apertura di PM23, assume oggi un significato ancora più profondo. Tra il 22 e 23 gennaio, oltre 10 mila persone hanno attraversato questi spazi per rendere omaggio a Valentino Garavani: cittadini comuni, protagonisti della moda, della cultura, della politica. Da Donatella Versace al sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Dall’ultimo compagno Bruce Hoeksema ai nipoti Sean e Anthony, figli di un altro pilastro della family, Carlos Souza, e di Charlene Shorto de Ganay. E poi Alessandro Michele, Pierpaolo Piccioli, la danzatrice Eleonora Abbagnato. Oltre a tanti ammiratori anonimi e con la voglia di salutarlo. Una partecipazione che racconta non solo un couturier, ma un mondo affettivo e creativo costruito nel tempo. «Non sono mai stato sui giornali», ricorda Giammetti. «Valentino ha avuto tutte le onorificenze del mondo. Io non le cercavo, non mi interessavano». Il suo ruolo è sempre stato un altro: dare sicurezza, tranquillità, libertà. «Far sì che fosse felice fino all’ultimo giorno di lavoro». È una storia che nasce da un colpo di fortuna, da un tavolino di via Veneto all’inizio degli anni 60, e che diventa una delle alleanze più durature e decisive della moda contemporanea. Ma, riascoltata oggi, non è solo il racconto di un successo. Piuttosto, è il racconto di una grande famiglia allargata, di una vita costruita insieme e fatta di lavoro, arte, disciplina, libertà, ironia e amore. Giancarlo Giammetti parla con lucidità e con leggerezza. Non c’è nostalgia, ma consapevolezza. Come non c’è autocelebrazione, ma riconoscenza. Valentino è stato il volto, il talento, la visione. Lui, il garante silenzioso, il custode dell’equilibrio, della serenità, della possibilità di osare senza paura. Riletto oggi, questo dialogo è il racconto di una complicità totale, di una vita costellata di arte, moda e incontri speciali. Ma soprattutto è la storia di affetti che resistono al tempo. E sono proprio quelli, come ricorda lo stesso Giammetti, a contare più di tutto.
Valentino è un mito che è nato da un incontro, tra Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. Ma come è successo, come vi siete incontrati?
Ci siamo incontrati per caso. Io ero un ragazzino un po’ viziato, seduto a un bar di via Veneto, aspettando che si aprisse un night club lì vicino. Era il 1960, la Dolce vita impazzava. In quella strada passavano tutti, da Sophia Loren a Marcello Mastroianni, fino a Elizabeth Taylor. Tutti a piedi, su questa via che era una specie di runway, una passerella incredibile. Davvero non c’era mai posto, non si trovava mai un tavolo. Io invece ce l’avevo sempre, perché mio padre era molto amico del proprietario del Café de Paris. Valentino, nel film del 2008 di Matt Tyrnauer, dice che successe davanti a Doney, ma non è vero: era il Café de Paris. Lo so perché era l’unico posto dove avevo un conto aperto. Anche se Valentino ha sempre detto che era Doney (ride).
Che cosa accadde, concretamente?
A un certo punto dei suoi amici mi chiesero se potevano sedersi al mio tavolo. Io ero solo, loro pure. Ed è lì, davanti a un’ordinazione al bar, che nasce il nostro primo incontro.
E poi?
Poi lui mi chiese di andarlo a trovare. Sono andato nella sua prima maison in via Condotti 11, dove oggi c’è il mio ufficio. Arrivò l’estate e io partii. Ci siamo rivisti in vacanza e a settembre ho cominciato a frequentarlo di più, a interessarmi anche al suo lavoro.
A quel punto era già chiaro che serviva qualcuno che se ne occupasse?
Era necessario. Io non capivo niente di moda, studiavo architettura, e anche piuttosto male, facevo un’altra vita. Però capivo un po’ meglio i numeri di Valentino. Insieme ci rendemmo conto che la società, per come era stata impostata con l’aiuto di amici di suo padre, non funzionava più.
A quel tempo avevate dei finanziatori?
Quando videro che le cose non erano poi così straordinarie, si ritirarono. Valentino si trovò ad avere grosse difficoltà economiche. Il consulente ci disse: chiudete tutto, andatevene, lasciate questo posto. Dalla mattina alla sera ci ritrovammo in un appartamento in subaffitto, neanche nostro, con una signora e un gatto. Però era in via Gregoriana, che in quel momento era la strada di tutte le maison de couture.
Un indirizzo che contava molto, in quegli anni.
Sì, in via Gregoriana c’erano Fabiani, Simonetta, Tiziani.
C’era anche Karl Lagerfeld a Roma?
Tiziani oggi non si ricorda più, ma all’epoca Karl Lagerfeld lavorava per lui. Ci incontravamo in via Veneto e prendevamo il caffè insieme. In quel subaffitto c’era un saloncino. È lì che cominciarono ad arrivare donne bellissime come Marella Agnelli, Elizabeth Taylor e tutta l’aristocrazia romana. Ed è così che, piano piano, siamo cresciuti.
Che cosa l’aveva colpita di Valentino fin dall’inizio?
C’era già un rapporto personale fortissimo. È durato dodici anni come relazione e poi tutta la vita come complicità. Quelle cose lì non le puoi mai quantificare, sono cose di grande amore e grande complicità. Poi, frequentandolo, anche senza capirle sino in fondo, mi divertiva il suo entusiasmo. I racconti di Parigi, i sogni un po’ complicati. Faceva venire le indossatrici da Parigi per fare sfilate a Roma, dentro un appartamento. Non si occupava mai dei costi. Ma per lui era normale. A 25 anni aveva aperto una sua maison e faceva venire tre mannequin importantissime da Parigi. Era tutto complicato, ma allo stesso tempo estremamente affascinante.
Era un modo di vivere la moda come sogno assoluto.
Sì, assolutamente. Come, molto tempo dopo, volle quel grande camouflage di Andy Warhol. Era lungo 14 metri, fatto di più pezzi messi insieme, come faceva Andy. Già allora valeva moltissimo, ma Valentino diceva: mi piacerebbe avere quel quadro.
Che cos’era Valentino per lei?
Per me, sapere che potevo contare su un talento così grande era fondamentale. Questo mi permetteva di fare il mio lavoro. Valentino poteva essere testardo, implacabile con le controparti, con i licenziatari, con i fornitori. Ma sapere che io rappresentavo Valentino dava a tutto questo un peso enorme.
Seguire i sogni senza limiti ha portato anche a momenti iconici, come la campagna con Claudia Schiffer alla Fontana di Trevi. Com’è nata?
L’idea era del fotografo Arthur Elgort. Aveva già scattato qualcosa di simile per Vogue America e ci propose di rifarlo in grande, con una superstar. Fu scelta Claudia. Roma era bloccata. Via Veneto, la Dolce vita, lei seduta sul divano con le macchine che passavano intorno. E poi la scena della Fontana di Trevi, Claudia che si immerge nell’acqua. È stata una cosa straordinaria. Oppure quando stavamo in ufficio e, affacciandoci alla finestra, vedevamo la piazza piena di gente che urlava il nome di Valentino.
Molti di questi momenti ritornano nel film Valentino - The last emperor. Com’è stato rivedervi sul grande schermo?
Terribile (ride). Quando ti rivedi in video, noti tutte le cose che non avresti dovuto dire o fare. Il regista Matt Tyrnauer e la sua équipe ci hanno seguiti per due anni in modo quasi ossessivo. Microfoni ovunque. C’è una scena in cui Valentino urla, perché stavamo parlando di una cosa importante e la macchina da presa era lì che riprendeva. Alla visione privata a Londra, Tyrnauer disse: «Questa non è la storia di un brand, è una love story». Io mi alzai e chiamai subito gli avvocati. Non avevamo diritto di tagliare, quindi fu una trattativa continua. Il film ebbe un successo enorme, arrivò tra i dieci candidati agli Oscar. Ma quando non sei un attore, lo guardi con altri occhi.
La stampa ha definito Valentino «The Sheik of chic». Chi coniò il termine?
Fu John Fairchild, fondatore di Wwd-Women’s wear daily. Allora era potentissimo, temutissimo. Valentino lo mandava a quel paese dietro le spalle, io dovevo mediare. Ma aveva un occhio straordinario e ha inventato tante etichette: i «nouveau riche», ad esempio. Fairchild raccontava un’estetica, un modo di vivere. E poi, la sera, si sedeva tranquillamente a tavola proprio in una di quelle case.
Quando avete capito che il successo stava davvero arrivando?
Non c’è stato un giorno preciso. Non abbiamo mai pensato «ce l’abbiamo fatta». Fare cosa? L’ambizione era sempre la stessa: fare di più, fare meglio. Non c’è mai stato un punto di arrivo. A un certo punto eravamo più tranquilli, questo sì. Ma non abbiamo mai smesso di pensare e dedicarci al lavoro.
La decisione di ritirarsi, come l’ha vissuta?
È stato un processo lungo. La moda stava cambiando e capii che non ci saremmo più divertiti come prima. Avevamo una vita bella, tranquilla. Perché no?
Vi siete mai guardati indietro?
Molto raramente. Ci ricordiamo aneddoti, momenti divertenti.
Li racconti anche a noi. Per esempio, Jackie Kennedy?
Jackie fece il primo ordine tutto nero e bianco, perché era ancora in lutto. Da lì nacque un’amicizia. Voleva far scrivere un libro su Valentino, mi portò dal suo publisher. Non se ne fece nulla, ma dimostra quanto fosse affezionata a noi. Poi il matrimonio con Onassis: l’abito Valentino fu visto in tutto il mondo. Un altro colpo di genio di Fairchild.
E invece Liz Taylor?
Elizabeth Taylor fu una supporter incredibile. Amava i regali, era una filantropa. Ci convinse lei a creare qui a Roma una sede di AmfAR, negli anni 80.
Anne Hathaway?
Anne Hathaway arrivò con Il diavolo veste Prada. Valentino fu l’unico designer ad accettare di prendere parte alle riprese. Oggi Anne è parte della nostra famiglia.
Creatività e business. Quanto è stata fondamentale questa unione?
Indispensabile. Una complicità totale. Essere in due ci ha aiutato enormemente. Io non ho mai cercato la gloria. Credevo che tutto il merito dovesse andare a lui. Valentino ha avuto una star quality rarissima. Non solo negli abiti, ma nel modo di vivere.
Che cosa pensa di aver insegnato a Valentino?
Eravamo troppo giovani all’inizio. Io avevo 22 anni, lui 26. Ma con il tempo gli ho dato sicurezza, tranquillità. La libertà di fare qualsiasi cosa volesse. (riproduzione riservata)
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