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Fendi, Maria Grazia Chiuri: «Il mio progetto per un guardaroba shared»

«Ho lavorato contemporaneamente alle collezioni uomo e donna per creare un’estetica condivisa», spiega la designer al suo debutto creativo per la griffe di Lvmh. Tra capospalla leggerissimi, chemisier rivisitati, pellicce di recupero e riedizioni della Baguette e della Peekaboo, che tornano alle loro origini super soft

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Maria Grazia Chiuri alla fine della sfilata autunno-inverno 2026/27 di Fendi (ph Francesc Ten/MFF)
Maria Grazia Chiuri alla fine della sfilata autunno-inverno 2026/27 di Fendi (ph Francesc Ten/MFF)

«Ho lavorato contemporaneamente alle collezioni uomo e donna per creare un’estetica condivisa», ha raccontato a MFF Maria Grazia Chiuri nel backstage della sua sfilata di debutto alla direzione creativa di Fendi, andata in scena durante la seconda giornata della Milano fashion week dedicata alle collezioni femminili per la stagione autunno-inverno 2026/27.

Come si è approcciata a Fendi?

Ho considerato il progetto nella sua complessità perché c’erano molti aspetti che volevo rivedere per ridefinire i codici della maison. Rispetto allo show per me era essenziale determinare la silhouette dell’uomo e della donna Fendi, un marchio conosciuto principalmente per la pellicceria e per gli accessori. Il punto di partenza è stato lavorare sul logo, un elemento al quale Carla Fendi dava estrema importanza e al quale era dedicato il famoso libro giallo con lo studio di tutte le sue proporzioni. Quando nacque, nel 1925, era legato al modernismo quindi era molto asciutto, molto grafico. In questa rilettura mi sono fatta supportare da Leonardo Sonnoli che si è ispirato all’alfabeto della Colonna traiana.

Lei ha lavorato molto anche sulle pellicce, parte del Dna del marchio.

La sensibilità di oggi rispetto a questo prodotto è completamente cambiata. La pellicceria in Fendi è come la haute couture. Quindi abbiamo attivato un processo e un'organizzazione per poter ritornare al concetto di rimessa a modello, una pratica quasi dimenticata. L’idea è quella di utilizzare il nostro atelier per far sì che le persone possano portare i loro capi da rimettere a modello. Una pratica che faceva parte del Dna delle signore Fendi. Nell’atelier c’è sempre stato un discorso di recupero anche delle piccole quantità o dei piccoli pezzetti per fare magari dei fiorellini da attaccare a una sciarpa o a un accessorio.

Come è intervenuta invece sul pret-à-porter?

Ci siamo concentrati sul capospalla. L’approccio è stato quello di lavorare contemporaneamente alle collezioni uomo e donna per creare un guardaroba condiviso. Questo fa parte anche del mio approccio al design. Una logica di trasversalità che abbiamo applicato su degli elementi che reputavamo molto significativi di Fendi come ad esempio i gilet, un tipo di indumento che per sua natura si può sovrapporre ad altri capi, può essere messo sotto un cappotto o può essere indossato da solo.

Mentre per gli accessori?

Qui ci siamo concentrati su tutti gli elementi iconici della casa, dalla Baguette, alla Peekaboo, alla Oyster fino alla Roll oltre che introdotto nuovi pezzi soprattutto nelle scarpe. Per la Baguette abbiamo riattivato alcuni modelli storici e lavorato sulla sua trasversalità proponendo versioni in denim o super luxury ricamate. La Baguette è molto legata all’outfit. È il punto d’unione tra pelletteria e abbigliamento. Un altro capitolo importante dell’heritage di Fendi era la Selleria dove ci siamo focalizzati esclusivamente sulle borse, un accessorio che si sposa benissimo con varie tipologie di abbigliamento.

Sono presenti collaborazioni artistiche?

Ce ne sono due di generazioni completamente diverse. Una è Sagg Napoli, con cui ho avuto già il piacere di collaborare da Dior per uno show. In questo caso si è lavorato sul prodotto, ovvero una T-shirt e sciarpe di derivazione sportswear. L’altra collaborazione è con la fondazione di un’artista storica, Mirella Bentivoglio, che aveva realizzato dei lavori legati al mio sentire. La collaborazione sosterrà il suo archivio. È stata realizzata una re-edition dei suoi gioielli d’artista presentati in tiratura limitata e una serie di T-shirt.

La collezione è estremamente leggera.

La leggerezza fa parte del Dna del marchio. Le sorelle Fendi avevano destrutturato la pelliccia classica e lo stesso progetto è stato trasportato anche sul capospalla. Ci sono giacche come dei cardigan che mantengono shape e linea. Super confortevoli ma allo stesso tempo classiche, così come i cappotti. Non c'è nulla di costrittivo perché ho voluto parlare a una donna e a un uomo che hanno una vita estremamente attiva. Le sorelle mi hanno sempre dato questa sensazione di una forte creatività ma anche di un pragmatismo nello stile di vita che abbiamo voluto trasportare qui.

Ha optato per una sfilata co-ed per il debutto?

Sì, ma parlerei piuttosto di un guardaroba shared, condiviso. Ci sono molti riferimenti cinematografici, un ambito nel quale le sorelle furono davvero antesignane. C’è il trench con la pelliccia dentro o con il collo di pelliccia che è una citazione al grande schermo. C’è la sensualità legata alla pelliccia che abbiamo voluto trasportare anche nei capi come i cappotti di cashmere super leggeri che ti avvolgono. Un aspetto molto presente in loro e nel lavoro di Karl Lagerfeld alla fine degli anni 60. Negli abiti invece è stato fatto un grandissimo lavoro sugli chemisier, studiato in vari tipi di materiali.

Come ha approfondito il concetto di riuso?

Mi sono ispirata a una collezione del 1956 che sfilà al Grand hotel di Roma. Era battezzata collezione dell’amore perché era stata fatta con il materiale a disposizione. L’idea di poter rilavorare con quello che si ha e di trovare dei modi di proporlo e di attualizzarlo secondo me oggi è una pratica creativa.

Tutte le pellicce sono di recupero. Per un marchio del lusso è una scelta coraggiosa?

Non credo che sia coraggioso. Per quanto mi riguarda, i capi sono anche una trasmissione di memoria. Avere qualcuno che può recuperare qualcosa a cui tu tieni è un modo di considerare anche la durabilità di una materia prima. Questo è possibile perché la produzione della pellicceria è limitata, si parla di laboratori paragonabili a quelli della couture.

Ha rivisto anche le proporzioni della Baguette?

No, sono ritornata alle origini. La Baguette in questi anni è stata modificata molto, io l’ho riportata quello che era. È una borsa che nasce per essere super morbida. Era diventata troppo costruita dal mio punto di vista quindi l’abbiamo riportata alle fondamenta. Il Dna di Fendi è la leggerezza. Carla era ossessionata da questo. Era una donna che girava sempre con tutti i suoi documenti in tante shop che erano tutte molto leggere. Alcune Baguette sono riedizioni delle originali. L’unica cosa che abbiamo introdotto è una tracolla più lunga se vuoi puoi portarla a bandoliera. Anche la Peekaboo è stata pensata da Silvia Fendi come una borsa morbida. Abbiamo attivato la possibilità di mettervi le iniziali. Abbiamo fatto in modo che la maniglia sia allungabile così puoi indossarla secondo le occasioni, anche a tracolla in nome della versatilità.

Ci ha abituato alle donne Dior che hanno del vestito un manifesto. Qui che tipo di donne sono in scena?

Sicuramente qui stiamo parlando delle cinque sorelle Fendi, quindi di donne indipendenti che sanno conciliare il loro aspetto creativo con il pragmatismo. Donne che rappresentano l’essenza del Made in Italy.

Che ricordo ha del suo primo giorno nella maison?

Ho in mente la prima volta che ho incontrato Anna Fendi, perché il primo giorno ero a Firenze, dove c’era lo studio creativo degli accessori ed arrivò lei per darci le indicazioni, gli input, vedere i campioni. L’aspetto veramente positivo era la possibilità di proporre delle idee che venivano realmente considerate. Si parla del 1989.

Il marchio è stato poi venduto.

Sono andata via quando poco prima che il marchio venisse venduto. La mia fortuna è stata quella di aver lavorato con i fondatori delle aziende, anche con Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. Mi hanno permesso di avere una visione a tutto tondo dei brand, cosa che oggi per i giovani non è possibile nelle grandi aziende. Era un vero apprendistato.

Riattiverà anche l’alta moda?

Assolutamente sì però step by step. L’alta moda fino adesso è stata concentrata più sulla pellicceria. Però nell’ottica di far lavorare gli atelier anche con altre tecniche e su altri materiali, ovviamente c’è un progetto di rilancio della couture. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 25/02/2026 19:01
Ultimo aggiornamento: 25/02/2026 19:04
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