CultureDries Van Noten: «Riparto da Venezia tra l’arte e la moda»
A due anni dall’addio alle passerelle, il designer belga racconta a MFF il suo nuovo capitolo, una fondazione in laguna. Visitata in anteprima da Madonna e già tra le destinazioni da non perdere della prossima Biennale, aprirà al pubblico dal 25 aprile a Palazzo Pisani Moretta con la mostra «The only true protest is beauty»
A poco meno di 24 mesi dal suo passo indietro dalla maison che porta il suo nome (parte della galassia Puig e ora disegnata dal suo pupillo Julian Klausner, ndr) Dries Van Noten non sembra avere alcuna intenzione di ritirarsi in silenzio. Dopo 38 anni alla guida di uno dei marchi più colti e influenti della moda contemporanea, il designer belga, tra i protagonisti assoluti degli Antwerp six e artefice di un’estetica che ha ridefinito il rapporto tra rigore, decorazione e libertà, inaugura ora un nuovo capitolo che affonda le radici non tanto nella nostalgia, quanto nella trasmissione. E sceglie Venezia. Il 25 aprile aprirà infatti al pubblico, negli spazi di Palazzo Pisani Moretta (acquistato dal creativo e ristrutturato con attenzione alla storia da Alberto Torsello e Giulia Foscari), la Fondazione Dries Van Noten, istituzione non profit pensata come luogo di dialogo tra arti, mestieri e saperi, con l’obiettivo di sostenere e valorizzare pratiche artigianali a rischio scomparsa.
Ad aprire il programma sarà la mostra «The only true protest is beauty», curata dal designer con Geert Bruloot e visitabile fino al 4 ottobre. Il titolo è ispirato all’attivista e cantautore Phil Ochs e manifesto programmatico di un progetto che fa della bellezza una forza capace di generare trasformazione. Quando è stato reso noto che Dries Van Noten e il suo compagno, Patrick Vangheluwe, avevano acquistato dalla famiglia Sammartini un palazzo veneziano del Quattrocento, si sapeva già che sarebbe stato destinato a finalità culturali, nel rispetto del desiderio degli ex proprietari di non vederlo trasformato nell’ennesimo hotel di lusso. In questa conversazione con MFF, racconta che cosa vuole costruire davvero e perché, per lui, il gesto più radicale resta ancora la bellezza.
Ha scelto di aprire la sua fondazione a Venezia, in una città che è al tempo stesso opera d’arte vivente e palcoscenico dell’eccesso. Che cosa vuole che rappresenti la Fondazione Dries Van Noten?
Vedo la Fondazione prima di tutto come un laboratorio di creatività, un luogo in cui l’artigianato possa essere esplorato come una pratica viva. Venezia offre un contesto unico, una città stratificata di storia e immaginazione, dove passato e presente convivono in modo naturale. L’obiettivo non è preservare in senso statico, ma impegnarsi attivamente nel fare, nei materiali e nelle idee. È uno spazio in cui generazioni diverse possono incontrarsi, sperimentare e condividere conoscenze, con un’attenzione particolare al gesto umano, alla cura e alle storie racchiuse negli oggetti. La memoria, naturalmente, è presente nei muri e nelle calli, ma è sempre in dialogo con il presente, contribuendo a plasmare nuovi modi di vedere e creare.
A Roma ha recentemente aperto Fvg-Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, un altro progetto in cui l’eredità della moda entra nella sfera culturale. In qualche modo questo ha risuonato per lei?
È sempre interessante osservare come altri affrontino il passaggio dalla moda alle istituzioni culturali. Per me, però, la Fondazione non è mai stata pensata come un monumento alla mia carriera. Riguarda piuttosto il dialogo, la curiosità e una pratica condivisa. La sua voce nasce dalle persone, dagli artigiani, dagli artisti e dagli studenti che la attraversano, dagli scambi che avvengono ogni giorno e dal lavoro stesso. La mia presenza è solo un punto di partenza; sono l’energia, la sperimentazione e le conversazioni all’interno dello spazio a darle davvero vita.
Ricorda il primo oggetto, opera d’arte o pezzo che ha acquistato, che le ha fatto capire che stava iniziando a collezionare?
Più che un singolo oggetto, è stato un modo di guardare. Ho iniziato a rendermene conto quando sentivo il bisogno di vivere con qualcosa, di tornarci sopra, di percepire che portasse con sé una presenza e una storia che andavano oltre la superficie. È la stessa consapevolezza che guida il modo in cui curo il mio giardino ad Anversa, dove pazienza, attenzione e rispetto per il ritmo naturale trasformano piante ordinarie in qualcosa di straordinario. Questa sensibilità informa anche il modo in cui abbiamo pensato la Fondazione.
E c’è un’opera nella fondazione che racconta meglio di tutte questa storia?
Ci sono molti oggetti e molte opere che portano con sé la stessa intensità, ma il punto non è un pezzo in particolare. È la conversazione tra loro, la risonanza dei materiali e il modo in cui ogni lavoro riflette cura, attenzione e la mano che lo ha plasmato.
Madonna è recentemente apparsa a Palazzo Pisani Moretta per un’anteprima. È stata semplicemente una visita glamour o vede già la fondazione come un luogo in cui moda, performance, musica possano convivere?
La Fondazione è esattamente questo tipo di spazio. Non è un museo tradizionale e non vuole esserlo. Il Palazzo ci permette di mettere insieme pratiche e momenti diversi in un modo che appare naturale, intimo e vivo. Musica, performance, moda e arte possono incontrarsi qui senza gerarchie. Ciò che conta è il dialogo e il senso di presenza che ne emerge, la sensazione che i visitatori facciano parte di un ecosistema culturale vivente, piuttosto che limitarsi a osservare una collezione distante.
Dopo 37 anni alla guida della maison che ha fondato, qual è la convinzione che porta con sé più fortemente in questo nuovo capitolo?
Porto con me la convinzione del valore del fare, dell’intelligenza della mano e del potere silenzioso della curiosità e della cura. Quello che invece mi sono lasciato alle spalle è il ritmo incessante della moda, la pressione delle stagioni e la richiesta costante di produrre. La Fondazione è insieme una continuità e un’evoluzione. Riflette i principi che ho sempre considerato fondamentali (l’osservazione, il materiale, il gesto) ma opera con un ritmo diverso, uno che lascia spazio alla sperimentazione, al dialogo e alla riflessione su una scala culturale più ampia. (riproduzione riservata)
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