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Culture

Demna: «Costruisco il mio codice Gucci. È stato lo show più complesso che abbia mai fatto»

Il direttore creativo della doppia G racconta il dietro le quinte della sfilata che ha chiuso la piazza più viva di Manhattan. Un défilé costruito come un esperimento di identità, lontano dal body conscious del debutto a Milano. Parlando di paura, libertà creativa e della necessità di costruire un nuovo linguaggio per la maison

di Stefano Roncato (New York)
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Un ritratto di Demna (courtesy Gucci)
Un ritratto di Demna (courtesy Gucci)

Dopo aver trasformato Times Square in una passerella a cielo aperto, Demna racconta il dietro le quinte di uno degli show più ambiziosi della sua carriera. Tra taxi, sirene e il rumore incessante di New York, il direttore creativo georgiano descrive una sfilata costruita come un esperimento di identità per Gucci, lontano dal body conscious della precedente stagione e più vicina all’idea di un guardaroba destinato a durare. «È stato lo show più complesso che abbia mai fatto», spiega, parlando di paura, libertà creativa e della necessità di costruire un nuovo linguaggio per la maison. Dalla presenza di icone americane come Cindy Crawford e Tom Brady fino alla scoperta della dimensione industriale del marchio, Demna tratteggia una Gucci meno intellettualizzata e più istintiva, nata dall’incontro tra desiderio personale e realtà commerciale.

Che challenge è stato sfilare nella piazza più trafficata di New York?

Volevamo fermare Times square per un secondo. Era la mia idea impossibile, ma Francesca (Bellettini, ceo di Gucci, ndr) che amo tantissimo, ha detto: «È una grande idea». E ora siamo qui. A volte devi avere idee folli. È importante.

Non avete fermato il traffico. Quindi c’erano il soundtrack… e le sirene.

New York stava parlando, come sempre.

Cosa ha sentito quando è uscito dal backstage?

È stata una strana sensazione di ansia e felicità, ma mescolate in un’unica camminata di 15 secondi. Devo dire che è una bella sensazione, perché sento che Gucci mi permette anche di apprezzare me stesso come designer, come direttore creativo. Forse riguarda la fiducia, forse il mio rapporto con me stesso. Non l’avevo mai fatto prima. Quindi per me è qualcosa di nuovo. Devo imparare a farlo. E io ho sempre paura di fare cose strane, tipo cose strane artistiche (sorride).

Sta costruendo la sua Gucci. Questo che ha sfilato è il Gucci code?

Sì, è una gamma di riflessioni, in realtà. In tutta la sfilata, il 90% era il nuovo guardaroba su cui abbiamo lavorato. Ci siamo chiesti: cos’è un Gucci peacoat? Una Gucci shirt? Una Gucci scarf? A volte è difficile anche andare nell’archivio, dove trovi tanti modelli diversi, ma io volevo definire una nuova identità.

C’era continuità con lo show di febbraio?

Se la spring era sul body sex appeal, questa non era niente di tutto ciò. Riguardava davvero i vestiti e quel codice, devono essere in negozio tra un anno in un tessuto diverso. Gucci ha il suo consumatore da sempre. Dobbiamo solo creare cose per i suoi consumatori. La sfida per me era mixarlo un po’. Così assomiglia a me, assomiglia anche alla passione. Sono diventato merchandiser per un giorno (sorride). E dicevo: niente moodboard, niente. Cos’è Gucci? Spero che vedrete questa collezione anche per pezzi separati, non solo come look, perché è davvero lì che si vede il guardaroba.

Cosa ha cambiato Gucci dentro Demna?
Penso prima di tutto di essermi permesso di amare me stesso. Perché Gucci è un brand che ama se stesso, qualunque cosa sia. Non è un brand che si pente. È un brand innamorato di sé. E sento che questa è una cosa che ho deciso mi fosse permesso fare da Gucci. Inoltre, penso di essermi liberato dalla necessità di intellettualizzare ogni piccola cosa che faccio.

E il casting?

Mi è piaciuto perché era davvero New York, perché è un mix. È quello che vedi per strada. Cindy (Crawford) era un po’ come un’altra idea folle. Dicevo: «E se Tom Brady fosse nella sfilata?». E intorno a me: «Mmm, forse non funzionerà». E io: «Magari proviamo. Magari… sai, Times square... Gucci». E poi ho parlato con loro. Queste persone sono icone in America, sono cresciuto con le loro foto. Quindi è incredibile averle nella sfilata. Dopo questa collezione, posso davvero iniziare a pensare alla mia Gucci, poi alla silhouette. Finalmente.

Ha mai avuto paura di Gucci?

Oh, ho paura tutto il tempo. Voglio dire, chi non ha paura di Gucci? (sorride) Ma è per questo che volevo venire da Gucci. Perché amo affrontare le mie paure.

Di cosa ha davvero paura?
Se non abbiamo paura, siamo annoiati. E la noia è il più grande nemico della moda.

Comfort zone mai?

La comfort zone è tipo Netflix, pizza, sabato sera con mio marito e i miei cani. Ma è tutto. Amo stare a Milano, in realtà. E sento che c’è qualcosa. E anche Gucci ha cambiato questo. Ho iniziato a capire la parte industriale del brand. Prima non lo sapevo. Ed è una cosa in cui da Gucci sono davvero bravi. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 18/05/2026 19:00
Ultimo aggiornamento: 18/05/2026 19:14
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