CultureDa Sophia Loren a Jackie Kennedy, tutte le donne di Valentino
Attrici e top model, regine e principesse dell’uomo che amava, ricambiato, le donne. Ecco le muse del couturier scomparso a Roma all’età di 93 anni
Sophia, Jackie, Farah, Cate, Gwyneth. Regine e attrici, top model ed ereditiere. Il catalogo delle donne che hanno dato fama a Valentino e sono diventate, più o meno consapevolmente, sue muse, è pressoché infinito. Ed elegantissimo. Perché su una cosa sola il grande couturier scomparso all’età di 93 anni è sempre stato intransigente, ovvero che le sue donne dovessero essere chic in ogni occasione. Perché la volgarità è una cosa che non ha mai fatto parte del vocabolario di stile di un uomo votato alla bellezza, nella vita come nel lavoro, per il quale l’essenza di una persona è sempre andata di pari passo con quello che indossava. Tanto nelle occasioni pubbliche che nell’intimità delle mura domestiche. Un desiderio di grandeur, di un’esistenza sempre sotto i riflettori, che questi avessero o meno un pubblico, ha fatto sì che la sua missione fosse, fin da subito, quella di dare forma, bellissima, al sogno. E di renderne partecipe il mondo intero.
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Una certezza che Valentino Garavani ha avuto fin da piccolo quando, nelle sale cinematografiche di Voghera nelle quali si incantava per pomeriggi interi, i volti meravigliosi di Lana Turner, Hedy Lamarr e Rita Hayworth lo affascinavano tanto quanto le loro mise ricche di charme. Avrebbe vestito anche lui le donne più belle del mondo, le sue creazioni sarebbero state ammirate da altri ragazzini come lui e avrebbero rappresentato un altro, ulteriore tributo a quel senso estetico assoluto al quale aveva deciso di votarsi. E quel desiderio, inseguito con caparbietà e nutrito da anni di esperienza, era destinato a diventare realtà. Perché saranno proprio le donne più belle e più importanti del mondo a rendere possibile il sogno, indossando i suoi abiti che, al pari della loro essenza, hanno contribuito a scrivere un importante capitolo di storia dell’eleganza in un crescendo di bellezza e femminilità che ancora oggi è irraggiungibile. Muse, amiche, a volte addirittura confidenti. Compagne di quella vita a cinque stelle che lui ha sempre amato e voluto condurre e nella quale faceva entrare da comprimarie quelle donne che erano le ambasciatrici predilette del suo nome nel mondo e che anche grazie a lui hanno segnato un’epoca.
L’unico criterio di selezione, tocca ripetere, è sempre stato l’eleganza intesa come qualche cosa di essenzialmente connaturato e quasi di platonica memoria, all’interno della persona, in cui avevano tanto peso l’aspetto fisico quanto la sua natura più autentica. Un concorso di caratteristiche impattanti che faceva la differenza. E che, nel tempo, è stato discriminante per l’ingresso nell’Olimpo di Monsieur Garavani. «Anche se una donna è splendida e ha gambe fantastiche, se non si sa muovere bene, comportare bene, vivere bene, non è una donna elegante». C’est tout.
È facile capire come, fin da suoi esordi, Valentino fosse diventato il couturier preferito di teste coronate e nobildonne dal sangue blu e di conseguenza la sua figura fosse, da subito, ammantata di quel velo di nobiltà dal quale non si sarebbe separato mai. Le ragioni di questa predilezione sono molteplici ma la principale risiede, semplicemente, nel fatto che la perfezione e il tratto sofisticato dello stile del couturier hanno sempre costituito gli atout dell’immagine ufficiale di donne che dovevano rifuggire la stravaganza, almeno per quanto riguarda l’abbigliamento, e presentarsi urbi et orbi in maniera ineccepibile. Questo fin dai suoi esordi quando la viscontessa Jacqueline De Ribes, socialite e mecenate di artisti e designer, fu conquistata dalla mano sartorialmente perfetta del giovane apprendista del sarto Jean Desses e ne fece il suo protegé. Oltre che la sua firma prediletta. L’ultima regina di Parigi, la cui vita si dispiegava lussuosamente tra Ibiza, Hollywood e Capri, indossò creazioni realizzate apposta per lei dal couturier e, al contempo, gli garantì l’accesso al mondo aristocratico di happy few dal quale Valentino non uscirà più.
Il carattere deciso di Jacqueline unito a una bellezza fuori dagli schemi ma capace di incantare, ne seppe qualcosa Richard Avedon che la trasformò in leggenda ritraendo la sua figura lunghissima ed evanescente in un’immagine iconica, portò Valentino direttamente nel suo atelier e ne fece, da subito, la firma prediletta dei suoi abiti. Il ragazzo che abitava in una camera di modeste dimensioni a St. Germain des Prés era diventato, nel 1968, un couturier amatissimo dalle principesse di ogni rango, che lo fossero per nobili natali o per lo stile che le contraddistingueva, che si ritrovavano nelle sue due boutique di Parigi. E così fu per sempre.
Perché gli abiti di Valentino, al pari delle personalità di chi li indossava, costituirono un immaginario potente e inscindibile, che contribuì a segnare per sempre nella memoria quelle figure nobili, bellissime, estremamente sofisticate, che il mondo ammirava e invidiava. Come Farah Diba, la vedova dell’ultimo Scià di Persia, che era rimasta folgorata dalle creazioni del couturier a St. Moritz nel 1969 e ne fece il suo creatore del cuore al punto che quel cappotto bordato di pelliccia con il quale l’imperatrice lasciò per sempre l’Iran nel momento della rivoluzione islamica, nel 1979, restò nella memoria assieme alla sua fuga. «Volevo nascondere la tristezza con eleganza», ricordò a più riprese lei, dimostrando come la scelta di un capo di abbigliamento nascondesse una quantità enorme di significati e di messaggi. E viceversa. Perché le stesse teste coronate divennero per Valentino una fonte di ispirazione e un modello al quale piegare la sua creatività come Rosario di Bulgaria che, dagli anni 90, divenne la sua ispiratrice amatissima, quasi incarnazione del suo ideale di donna contemporanea. Docente di storia dell’arte, altissimo lignaggio, madre di tre bambini e, al contempo, allure naturale e aristocratica, dalla bellezza senza tempo che oscurava ogni altra donna al suo fianco.
Se per Valentino Elisabetta II rimase sempre oggetto dell’ammirazione più profonda e lo stilista fu sempre annoverato tra gli ospiti che la regina includeva nei suoi selezionatissimi rendez-vous, il suo stile fu amatissimo anche da altre celebri regnanti europee. La regina Sofia di Spagna, la regina Rania di Giordania, la principessa Margaret d’Inghilterra, Mafalda D’Assia e la stessa Lady Diana, apparsa sulla cover di Vogue UK nel 1997 indossando uno dei suoi iconici vestiti rossi. Anche la principessa Carolina di Monaco ha spesso rinunciato a Chanel per aprire il suo guardaroba al couturier italiano mentre la principessa Madeleine di Svezia ha voluto un abito dallo strascico di 4 metri di Valentino per il suo matrimonio reale.
Un discorso a parte merita la controversa Duchessa di Windsor, quella borghese pluridivorziata che mise in crisi la monarchia inglese con la sua relazione con Edoardo VIII. Lontana dai classici canoni di bellezza, animata da una gaudente e chiassosa voglia di vivere che faceva storcere il naso ai conservatori inglesi, Wallis Simpson con il suo corpo minuto e scattante impreziosiva le creazioni degli stilisti più celebri, Valentino compreso. Un incontro datato anni 50, quando Valentino era apprendista nell’atelier di Guy Laroche, e che fu battezzato da quel vestito di pizzo nero con veletta sugli occhi che la duchessa indossò a cena con Onassis da Chez Maxim’s, e che passò anche da quell’immaginifico dress da sera arancione senza maniche, che spezzava il bianco della sua collezione del 1968 e che fu scelto senza riserve dalla Simpson. E che, pare, avesse conquistato anche chi, poco dopo, avrebbe rubato il cuore dell’armatore greco, Jackie Kennedy. Quando Valentino la vestì, sedusse il mondo intero. Si incontrarono perché lei voleva conoscere chi avesse firmato il meraviglioso vestito in organza nera indossato dall’amica Gloria Schiff e, per caso, si trovò a visionare la collezione di quello stilista che si trovava a New York.
La ex first lady degli Stati Uniti, che non era una testa coronata ed era ancora sotto choc per la tragedia di Dallas, ritrovò quasi il piacere di vivere ammirando quegli abiti che sembravano fatti apposta per lei. Ne acquistò tantissimi, soprattutto in bianco e nero, e cominciò a ricostruire la sua immagine ascoltando i consigli di stile di Valentino e aprendogli, letteralmente, il suo guardaroba. Piace pensare che quei vestiti femminili e preziosi contribuirono a restituire il sorriso a una donna ancora giovane che, da quel momento, divenne non solo una delle più care amiche del couturier, ma un vero e proprio detonatore internazionale del suo talento. Attraverso la grazia, la bellezza e l’eleganza della first lady più fotografata di ogni tempo, la moda di Valentino raggiunse ogni angolo del pianeta e lo rese il deus ex machina di quella sua immagine iconica e sofisticata destinata a rimanere immortale. Se per la visita in Cambogia del 1967 Jackie commissionò a Valentino un intero guardaroba, compreso il leggendario abito toga in crêpe verde acqua, monospalla e bordato di strass argento, per il suo discusso matrimonio con Aristotele Onassis nel 1968 la sposa scelse un abito in seta e pizzo color avorio, con gonna plissettata, che creò un vero e proprio fenomeno di imitazione dopo le nozze, spudoratamente riprodotto in innumerevoli versioni.
Tra Jackie e Valentino non ci fu solo un rapporto professionale. «Un’amica affettuosa, fedele e complice, una fonte di ispirazione continua con il suo stile sempre moderno e adeguato ai tempi», come amava ricordare lui, «una donna piena di grazia, indimenticabile per il suo carisma e per il suo coraggio», con la quale lo stilista amava condividere vacanze a Capri, soggiorni a Roma e pranzi a Manhattan e che ha sempre rappresentato per lui, anche dopo la sua scomparsa, l’incarnazione della donna ideale. Se Jackie Kennedy era solita interpellare Diana Vreeland per risolvere le questioni di etichetta sottese al suo modo di vestire, consapevole del messaggio politico che un abito poteva contenere, lei fu anche la prima a trasgredire la regola non scritta che voleva che le first lady indossassero abiti di firma nazionale scegliendo Valentino. E lo stesso fece, 15 anni più tardi, anche Nancy Reagan che, pur amando spassionatamente creativi a stelle e strisce, sceglieva spesso per le occasioni ufficiali creazioni del couturier italiano tanto che il celebre rosso Valentino venne ribattezzato Rosso Reagan per la predilezione che la first lady accordava all’iconico colore. Anche Nancy Reagan instaurò con Valentino un rapporto che trascendeva quello d’atelier tanto che lo stilista figurava spesso tra gli ospiti della Casa Bianca al pari di altre personalità di spicco della politica internazionale.
Potere della moda ma anche di quell’intima classe connaturata a un uomo che aveva fatto delle buone maniere il suo biglietto da visita fin da tempi non sospetti, uso a dividere il desco così come la sartoria con personalità carismatiche e naturalmente aristocratiche, i cui bei modi facevano notizia prima ancora che il loro portamento. Lo sapeva bene Marella Agnelli, che fu tra le prime a scommettere su un Valentino esordiente e che scelse proprio di essere vestita da lui per quella che è sempre rimasta come una delle sue apparizioni più celebri. New York, 1966, Hotel Plaza e Truman Capote, questi gli ingredienti del Black and white ball che riunì in un unico luogo l’alta società mondiale e al quale la principessa Caracciolo di Castagneto, moglie di Gianni Agnelli, si presentò con indosso un caftano bianco ricamatissimo, portato con una maschera e un’acconciatura di lunghissime piume. La porta di ingresso nella leggenda era stata spalancata.
Così come quella nel cinema. E lo sperava il giovane Valentino che, assieme alla sorella Vanda e al di lei fidanzato, aveva nutrito la sua estetica lussuosa a colpi di fotogrammi di glamour hollywoodiano che riempivano i suoi pomeriggi nelle sale cinematografiche di provincia. L’origine di tutto pare fosse stata una pellicola del 1941 diretta da Robert Z. Leonard, Ziegfield girl, nella quale Hedy Lamarr, Lana Turner e Judy Garland perfezionarono, con il loro scintillantissimo corollario di suggestioni magiche e costumi luccicanti, il sogno di quel giovane appassionato che decise che nella vita avrebbe aiutato ogni donna a essere bella, luminosa, felice come una diva di celluloide. Fu una lunghissima storia d’amore quella che legò il couturier alla quinta arte e alle sue vestali, divinità che avevano un corpo che andava vestito, omaggiato, celebrato anche fuori dal set e che fu oggetto di un amore ricambiato e fecondo che, ancora oggi, non ha pari.
A riconoscere il talento del giovane Valentino fu una bellissima Liz Taylor che, a Roma per le riprese di Cleopatra, chiese al couturier di regalarle un cappotto con collo di zibellino e che fu solamente il primo di una serie di capi con i quali la diva dagli occhi viola fu incoronata regina di Roma e della Dolce vita che la vedeva protagonista turbolenta assieme all’amato Richard Burton. Una relazione, quella tra l’attrice e il couturier, che proseguì negli anni. «I suoi abiti sono come una droga», amava ripetere lei. Un sodalizio che durò fino alla scomparsa della Taylor. Fu ancora una volta l’Italia complice della liaison con un’altra star americana, quella Audrey Hepburn il cui nome era sempre stato legato a Hubert de Givenchy ma che, di fatto, una volta trasferitasi a Roma con il secondo marito, divenne un habitué dell’atelier di via Gregoriana, scegliendo spesso le creazioni di Valentino per le occasioni ufficiali. Come l’abito interamente ricamato di perline indossato per il Ballo Proust organizzato dai conti di Rothschild.
La stessa direttiva Francia-Italia segnò un altro celebre rapporto, quello tra Valentino e Sophia Loren. La diva italiana più internazionale di sempre, che era solita vestire Dior in ogni occasione, nel pieno degli anni 80 fece un’inversione di tendenza e cominciò a presentarsi sul red carpet vestita Valentino, compreso quell’abito scintillante in voile e seta nera con il quale ritirò l’Oscar alla carriera nel 1991.
Marisa Berenson, Jane Fonda, Joan Collins, Jessica Lange ma anche Sharon Stone, «una vera diva che non ha paura di cambiare», Halle Berry e Meryl Streep si inserirono in quel solco tracciato elegantemente decenni prima da attrici entrate nella leggenda per la loro eleganza firmata Valentino. I suoi abiti divennero, per antonomasia, quelli con cui si calcava il tappeto rosso e il suo imperituro legame con la fabbrica dei sogni fu celebrato nel novembre del 1988 con una sfilata spettacolare a Hollywood alla presenza di un parterre di star che commosse il couturier. Il fiuto per le star che Monsieur Garavani aveva sempre avuto si espresse anche quando scommise su volti nuovi, tra i quali è impossibile dimenticare una giovanissima Brooke Shields che, appena 16enne, incantò il mondo sulla cover di Time in rosso Valentino. Molte attrici hanno definito la loro immagine grazie al couturier, come Keira Knightley, Scarlett Johansson, Reese Whiterspoon e Nicole Kidman, e molte altre ne sono diventate, una volta di più, muse.
Indimenticabile Julia Roberts che ritira l’Oscar nel 2001 per Erin Brockovich in un abito in velluto nero bordato di bianco della collezione Valentino couture fall-winter 1992/92, anticipatore del fenomeno vintage ma soprattutto testimone dell’idea di haute couture dello stilista, per il quale un capo di alta moda, ben lungi dall’essere portato una volta sola e poi sparire nell’armadio, in virtù del suo essere simbolo di creatività deve avere mille vite e, come tale, essere indossato a più riprese. Elegante, talentuosa, figlia di quell’upper class tanto cara allo stilista, anche Anne Hathaway ha avuto un posto d’onore tra le attrici contemporanee care allo stilista. Legata a lui da un’amicizia paterna, assidua compagna di sciate a Gstaad e di passeggiate a Central park, l’attrice americana è stata la madrina del Valentino Garavani virtual museum e ha voluto che fosse dello stilista l’abito per le sue nozze con Adam Shulman. Prima di lei Gwyneth Paltrow e Cate Blanchett, che risplendeva nel sontuoso abito giallo con il quale vinse la statuetta dell’Academy awards per The Aviator. Del resto è stata un’altra attrice, Jennifer Lopez, anch’essa fedelissima del couturier, a sintetizzare il segreto dietro la scelta di un abito di Valentino con: «Perché non mi sono mai sentita più bella». Tout simplement.
Del resto la bellezza femminile, per Valentino, ha sempre avuto a che fare con una grazia che scaturisce dall’interno unita a una fisicità femminile impattante. Non ha mai fatto mistero, in vita, di come molte top model lo avessero ispirato quasi più che le attrici proprio perché riuscivano, nella loro persona, a fondere queste due caratteristiche. Fin da subito Valentino scelse come ambasciatrici del suo stile le donne più belle del pianeta che divennero le interpreti, nelle sue campagne adv, di quell’ideale femminile irraggiungibile, perfetto, sofisticato, che di mortale aveva poco ma nei confronti del quale era lecito sognare. Che poi era sempre stato il compito principale della moda. Sulle passerelle delle sue sfilate così come sulle pagine patinate dei magazine più importanti del mondo, era tutto un catalogo di bellezze Made in Valentino tale da provocare stordimento. Cominciarono Marilù Tolo, Mirella Petteni, Isa Stoppi a cui seguirono Veruska, Anjelica Houston, Jerry Hall, una giovanissima Carol Alt e la spumeggiante Pat Cleveland.
Ma furono gli anni Novanta quelli che videro il passaggio del testimone di bellezza dalle dive del cinema alle top model, che delle prime presero il posto e anche gli atteggiamenti di sofisticata magnificenza. Valentino le volle tutte per le sue sfilate e spesso come immagine della sua maison, a cominciare da Claudia Schiffer che fece rivivere a Roma il mito della Dolce vita come protagonista di una storica campagna e che, interprete prediletta sulla passerella delle sue creazioni più iconiche, scelse una sua creazione in pizzo bianco per il matrimonio, con grande dispiacere del pigmalione Karl Lagerfeld. Amatissima da Valentino fu anche Carla Bruni, della quale lui amava il piglio aristocratico e la grazia felina, e Linda Evangelista, il cui aspetto camaleontico la avvicinava alle grandi dive del cinema e che a più riprese, nel corso degli anni, si è fatta interprete prediletta dell’essenza del couturier.
Del resto l’amore, ricambiato, di Valentino per le top model, confermato negli ultimi anni dal posto d’onore tributato a Gisele Bündchen e a Natalia Vodianova, è stata oggetto di una polemica patinata nel 1995 quando, in risposta a una provocazione di Suzy Menkes che sull’Herald tribune, aveva scritto che l’epoca delle supermodelle era terminata, lo stilista acquistò sullo stesso quotidiano un’intera pagina pubblicitaria su cui svettavano Nadja Auermann, Elle Macpherson e Claudia Schiffer con gli abiti della sua collezione. E una scritta. «Suzy, you are all wrong! Much love from Valentino and the supermodel». Molto amore, in sintesi, per tutte le donne. Sempre e fino alla fine. (riproduzione riservata)
- Quali sono le caratteristiche distintive che Valentino ricercava nelle sue muse?
- In che modo la scelta di vestire figure pubbliche ha influenzato la percezione del marchio Valentino?
- Come si è evoluta la figura della "donna Valentino" dalle sue origini ad oggi?