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Culture

Bad Bunny, da Porto Rico al Super bowl l’artista che fa discutere l’America

Il cantante, soprannominato The king of latin trap, ha conquistato i riflettori dell’halftime show con una performance che ha catturato anche l’attenzione del presidente americano Donald Trump. Tra attivismo, estetica fluida e collaborazioni fashion, la sua ascesa segna il passaggio a una nuova centralità culturale latina capace di influenzare immaginari, consumi e identità globali

di Ursula Beretta
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Bad Bunny in Schiaparelli ai Grammy awards 2026 (photo by Amy Sussman/Getty Images)
Bad Bunny in Schiaparelli ai Grammy awards 2026 (photo by Amy Sussman/Getty Images)

Che la musica pop sia sempre stata più che un incubatore di tendenze è cosa assodata. Ma che mai come oggi possieda una carica rivoluzionaria tale da coinvolgere, e travolgere, non solo il costume ma concetti quali identità, appartenenza sociale e politica è sintomo di un mondo che cambia. E che cambia seguendo il ritmo di un artista il cui ruolo esula dalle sonorità tradizionali per farsi piattaforma capace di orientare immaginari, linguaggi e posizionamenti collettivi. È Bad Bunny quell’artista che ha saputo ridefinire in una manciata di anni linguaggi e politica pop globale, assumendosi onori e oneri di questa potente e rapida fase di trasformazione.

Non è un caso che «The king of latin trap» sia stato il mattatore di due degli eventi chiave dell’inizio del 2026 riscuotendo non solo premi ma il riconoscimento globale del suo essere un contestatore gentile, capace di usare lo spagnolo come lingua di rottura nelle classifiche di tutto il mondo. Come ai Grammy awards, dove non si è limitato a ottenere un premio chiave, primo artista latino a vincere nella categoria miglior album, ma ha imposto la propria presenza portando sul palco un immaginario estraneo ai codici dominanti della macchina musicale statunitense e globale. Allo stesso modo, la sua esibizione dell’8 febbraio durante l’Halftime show del Super bowl ha celebrato la cultura latino-americana a ritmo di reggaeton, nel cuore dell’evento più wasp dell’anno.

Bad Bunny e Lady Gaga al Super Bowl (courtesy Chopard)
Bad Bunny e Lady Gaga al Super Bowl (courtesy Chopard)

Con special guest d’eccezione, Lady Gaga e Ricky Martin, Bad Bunny ha dato voce a un continente intero, nominando tutti i Paesi che costituiscono le Americhe e non solo gli Stati Uniti, ribadendo una volta di più la ricchezza di quel mosaico di culture, lingue e storie che meritano pari dignità.

Perché «together we are America», come ha ripetuto, in barba a ogni tendenza separatista e con un pensiero speciale al suo Porto Rico, naturalmente. Benito Antonio Martinez Ocasio è nato proprio qui, nel 1994, a Vega, un piccolo paese affacciato sull’oceano, da padre autista e da madre insegnante, in una casa in cui le sonorità latine non mancavano e in cui lui, fin da piccolo, aveva manifestato una certa inclinazione per la musica. Infatti, già cantava nel coro della chiesa sognando palchi più grandi e quell’esperienza lo formò se non altro per il nome d’arte che avrebbe preso poi, frutto di una foto scattata durante una recita scolastica in cui Benito indossava un costume da coniglio e aveva un’espressione decisamente contrariata. Quel coniglio arrabbiato divenne il suo marchio di fabbrica pur restando un’immagine ironica, lontanissima da qualsiasi forma di aggressività che non avrebbe mai fatto parte del suo percorso. Pur essendo un ragazzino molto timido, Bad Bunny fin dal liceo si dedicò con un certo successo al freestyle per intrattenere i compagni e cominciò a pubblicare le prime canzoni su Soundcloud, quelle stesse che scriveva tra una pausa e l’altra del supermercato in cui lavorava come cassiere. Fu durante i corsi di comunicazione audiovisiva all’università di Porto Rico che una di quelle canzoni, Diles, attirò l’attenzione del produttore dj Luian che lo fece firmare con la sua etichetta e lo convinse che la sua strada sarebbe stata sicuramente nella musica. Era il 2017 e il pezzo portava la firma, oramai ufficiale, di Bad Bunny e possedeva in essere una forza dirompente che in poco tempo gli permise di imporsi nel panorama della musica latina grazie ai temi toccati, che parlavano di vita, di desiderio, di malinconia, con un linguaggio diretto in cui il pubblico si riconosceva con immediatezza.

Bad Bunny in Bottega Veneta durante la press conference del Super Bowl (ph by Jeff Kravitz/Filmmagic)
Bad Bunny in Bottega Veneta durante la press conference del Super Bowl (ph by Jeff Kravitz/Filmmagic)

In breve tempo arrivarono anche le prime collaborazioni che fecero guadagnare all’artista un’eco più internazionale e proprio quella con Cardi B. Nella hit I like it lo consegnò al mondo facendo risuonare il nome di Bad Bunny praticamente ovunque. Nel 2018 uscì X 100 pre, il suo primo album ricco di sonorità libere e inaspettate. Arrivarono poi il singolo Te guste con Jennifer Lopez a cui seguirono Yhlqmdlg, El útimo tour del mundo e Un verano sin ti che divenne l’album più ascoltato su Spotify nell’era dello streaming, fino ai lavori più introspettivi Nadie sabe lo que va a pasar mañana fino a Debí tirar más fotos, 2025, accompagnato da un tour sold out.

Un percorso trionfale costellato tanto di featuring stellati da Rosalia a Jennifer Lopez, da Drake a The Weeknd, che di premi, tantissimi premi tra Grammy awards, Latin grammy, Billboard music awards, Mtv, oltre al fatto che Bad Bunny è stato per tre anni di fila l’artista più ascoltato di Spotify e il primo latino a raggiungere la vetta della Billboard 200 con un album interamente in spagnolo.

Ma Bad Bunny, che si è guadagnato l’attenzione della cronaca rosa anche per la sua storia con Kendall Jenner, ha fin da subito utilizzato i riflettori per far parlare il suo attivismo. Inizialmente si è concentrato sulla realtà della sua isola per la quale si è speso in seguito all’Uragano Maria e dove ha fondato la Good Bunny foundation rivolta ai bambini indigenti di Porto Rico, per poi allargare il tiro a questioni che gli stanno altrettanto a cuore.

Come l’immigrazione, tanto da denunciare apertamente l’Ice per le condizioni dei minori migranti, mostrando una volta di più come la cultura pop possa servire anche per amplificare le tematiche più scomode dell’attualità e attirare l’attenzione del presidente americano Donald Trump. Come la causa Lgbtq+, che Bunny ha più volte appoggiato schierandosi come paladino di quella fluidità che mette in discussione il modello di maschio latino tradizionale a cui la sua immagine lo accosterebbe naturalmente. Il risultato è stato che Bad Bunny si è accreditato come una presenza trasversale nel panorama mondiale, in cui la musica si lega a un discorso più pubblico e globale politicizzando il pop e ridefinendo i codici estetici e identitari a lungo immobili.

Bad Bunny nella campagna Calvin Klein (ph Calvin Klein official website)
Bad Bunny nella campagna Calvin Klein (ph Calvin Klein official website)

E in quanto a estetica, la moda non ha tardato ad accorgersi di lui che, già nel 2020 ha collaborato con Crocs per creare zoccoli fluo e dal 2021 ha affiancato regolarmente Adidas per ridisegnare varie collezioni di sneakers introducendo elementi di rottura capaci di rappresentare il suo percorso e la sua essenza. E non solo. Nel 2025 è stato tra i co-presidenti del Met gala ed è diventato global ambassador dell’underwear di Calvin Klein, senza lesinare di apparire sulle cover dei magazine di moda di tutto il mondo.

Del resto, questo è il momento di Bad Bunny, e non solo perché domina classifiche e palchi. È il momento di una voce che ridefinisce gerarchie linguistiche, estetiche e politiche, trasformando il pop in uno spazio di rappresentazione globale. Un momento che parla spagnolo, pensa plurale e guarda al futuro senza chiedere il permesso. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 13/02/2026 18:00
Ultimo aggiornamento: 13/02/2026 18:07
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