CultureAlessandra Facchinetti firma le divise della Triennale
La designer è direttrice creativa del progetto voluto dal dipartimento moda dell’istituzione milanese. In una seconda fase, i pezzi saranno venduti nel nuovo bookshop del museo

La Triennale di Milano si veste di moda. L’istituzione ha chiamato infatti Alessandra Facchinetti, ex Miu Miu, Gucci e Valentino, per ridisegnare le divise del personale, in uso da ieri nell’area Voce e nei due ristoranti dell’edificio e da fine luglio per i mediatori culturali e gli addetti alla guardiania. Il progetto Codici di stile è promosso dal dipartimento moda, nato nel 2024 e guidato da Luca Stoppini, ed è pensato per andare oltre la connotazione rigida dell’uniforme. Anche perché, in una seconda fase, i pezzi disegnati dalla stilista verranno messi in vendita, con una rilettura workwear, nel nuovo bookshop del museo attualmente in progress.
«Fin dall’inizio c’è stata l’idea di non limitare queste creazioni alla loro funzione professionale, ma di ampliarne il significato e l’uso dando ai visitatori la possibilità di portare con sé un frammento di Triennale», spiega a MFF Facchinetti, direttrice creativa dell’iniziativa, che si è affidata a Older studio per lo sviluppo e la produzione delle divise. «L’ispirazione dalla moda è stata utile proprio per immaginare capi che non fossero confinati all’ambito lavorativo, ma potessero essere indossati anche al di fuori da qui». Punto di partenza è stata la volontà «di offrire un’opportunità di connessione più immediata con la Triennale», prosegue. «Le divise dialogano non solo con gli spazi interni, ma anche con la città. Parlano un linguaggio accessibile e in tal senso eliminano una certa rigidità e formalità».

Nel processo creativo, Facchinetti ha attinto ispirazione dall’architettura di Triennale e dal suo archivio, in particolare da alcune immagini anni 40 che sono state messe in dialogo con il mondo dell’utility wear contemporaneo, rompendo con uno schema più tradizionale. Da questo incontro è nato un design che rispetta la pulizia estetica del building e ne richiama i colori (grigio, verde, travertino), con un’attenta ricerca del dettaglio che è un po’ la firma fashion del progetto. «Anche il dettaglio più semplice per me deve avere un significato», racconta la designer. «Qui, ad esempio, le geometrie delle tasche delle uniformi dei ristoranti raccontano la manualità dei tovaglioli sulle tavole italiane. Un riferimento discreto all’heritage italiano».
La designer ha definito l’esperienza come un arricchimento personale. «Durante quest’anno ho avuto la fortuna di vivere la Triennale non come una semplice visitatrice, ma dall’interno», spiega. «Questa collaboraizone racconta una parte di me che emerge meno nel mio lavoro quotidiano, quella dello studio. Sento sempre la necessità di partire da basi solide, di costruire il presente attraverso la conoscenza del passato. E qui le basi storiche erano straordinariamente ricche: cento anni di storia, architettura, design e cultura». (riproduzione riservata)
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