“Vorrei essere sicuro di qualcosa come lo è Tom Macaulay di tutto", dovrebbe aver detto il secondo visconte di Melbourne. La stanca osservazione di un primo ministro vittoriano su un rivale politico intellettualmente sicuro di sé e storico più famoso della sua epoca è un buon punto di partenza per riflettere sullo stato della politica americana nel giorno delle elezioni del 2020.
Viviamo in un'epoca di Macaulays. Tutti, a quanto pare, sono sicuri delle proprie convinzioni, assolutamente certi della scelta che la nazione dovrà affrontare questa settimana. La democrazia americana si trova a un bivio. Una via è il rinnovamento e la ripresa, la salvezza dalle forze delle tenebre, l'ultima conferma che gli Stati Uniti possono essere riscattati, dopo tutto. L'altra è il cammino a senso unico verso la perdizione, una discesa accelerata in un abisso di malgoverno, repressione e corruzione.
Dovremmo aspettarci questo tipo di assolutismo dagli ideologi, soprattutto a sinistra. Nel momento in cui gli americani stanno per scegliere i loro leader per i prossimi quattro anni, i democratici radicali, i loro attivisti nei media, il mondo accademico e le principali istituzioni culturali non sono mai stati così sicuri di nulla, nella loro vita contrassegnata dalla costante discesa della curiosità intellettuale.
Sarebbe bello pensare che il mondo ci abbia presentato scelte così semplici: che le alternative offerte sulla scheda elettorale, o nella vita, sono chiaramente etichettate come buone e cattive. Ma chi di noi si è diplomato all'asilo, sa che scegliere l'una o l'altra implica discernimento e giudizio, non rivelazione dall'alto.
Soprattutto i conservatori dovrebbero portare un po' di scetticismo nel racconto morale da cartone animato che ha svilito la nostra politica moderna. Dovremmo promettere di essere un po' più Melbourne e un po' meno Macaulay.
Per la verità, l'ironia è che pur con tutta l'assoluta convinzione che tante persone hanno nella loro scelta, solo chi è intellettualmente o moralmente bendato non può essere consumato dai dubbi.
Non c'è bisogno di credere a una sola parola dell'iperbole isterica dei media su Donald Trump in questi ultimi quattro anni per pensare che questo presidente sia seriamente privo di empatia verso uomini e donne che hanno fatto di questo Paese la più grande nazione della terra.
Non c'è bisogno di pensare che sia l'erede di Hitler per allarmarsi del suo palesemente sdegnoso disinteresse per piccole questioni come l'indipendenza della magistratura, l'uso corretto del potere esecutivo o la verità.
Non c'è bisogno di pensare che goda nell’incarcerare bambini per preoccuparsi che la sua sottosviluppata capacità di empatia umana lo abbia reso particolarmente inadatto alle crisi dell'ultimo anno.
Non dovete credere che sia Bull Connor (politico dell’Alabama fortemente contrario ai diritti civili negli anni 60, ndt), per preoccuparvi che la sua retorica e i suoi modi abbiano danneggiato il fragile contratto sociale della nazione.
Eppure, nonostante tutte le sue colpe, tutte le legittime paure alimentate dagli ultimi quattro anni, non è immorale o irrazionale pensare che il presidente uscente rappresenti ancora un'alternativa migliore a quanto offerto.
Quello di Trump è stato un improbabile ma singolare successo nel gettare le basi di un nuovo conservatorismo, che ha comportato un record economico di tagli alle tasse e di deregolamentazione che avevano cominciato a ripristinare nella nazione la fiducia in se stessi e il dinamismo, prima che il virus colpisse; una riaffermazione dell'interesse nazionale che ha provocato una rottura decisiva di decenni di futile impegno internazionale e di inutili sacrifici americani; un riequilibrio della magistratura verso una tanto necessaria moderazione, fino alla Corte Suprema.
Si tratta soprattutto di riconoscere l'alternativa. Agli elettori, dopo tutto, non viene chiesto di scegliere tra Donald Trump e Abraham Lincoln.
L'alternativa oggi è un candidato che siede vacuamente sorridente e leggermente disorientato in cima a un partito che, nella sua piattaforma radicale, nei suoi leader emergenti e nelle sue associazioni ideologiche, rappresenta una sfida sostenuta agli ideali condivisi che hanno definito gli Stati Uniti attraverso la loro storia.
I Democratici hanno passato quattro anni ad accusare falsamente i loro avversari di aver organizzato un colpo di stato, ma ora minacciano un assalto a molti dei pilastri dell'ordine costituzionale. Hanno passato gli ultimi sei mesi in modo connivente con la sfacciataggine dell'illegalità e alleandosi con i sostenitori di un'ideologia che rifiuta i valori della nazione, costringendo alla fedeltà e mettendo a tacere coloro che dissentono. La loro elevazione di ideologie di razza, genere e altre questioni di identità mette consapevolmente gli americani l'uno contro l'altro in maniera potenzialmente rovinosa.
Quindi ammettetelo. Non è una scelta facile. Da un lato, un uomo imperfetto che può ancora fare più danni al tessuto sfilacciato della nazione. Dall'altro, un partito che sembra impegnato a strapparlo, quel tessuto.
La maggior parte dei lettori del WSJ avranno maturato un giudizio e deciso che, data l'alternativa, valga la pena correre i rischi associati ad altri quattro anni di Trump. Ma riconoscere le incertezze associate a questa evenienza non è solo intellettualmente e moralmente un segnale di maturità. Ci aiuterà anche, tutti, a imparare a convivere con un risultato che molti troveranno sgradevole.
