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Washington ha bisogno dell’Ue per sfidare Pechino
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Washington ha bisogno dell’Ue per sfidare Pechino

di Guido Salerno Aletta
Milano Finanza - Numero 120 pag. 18 del 19/06/2021

A vent’anni dell’ingresso della Cina nel Wto e dell’invasione dell’Afghanistan, l’America fa i conti con la sua Storia recente. E sono le sfide impulsive, non solo in politica, le decisioni che, pur ispirate ai migliori propositi, provocano spesso i danni peggiori. Alla fretta con cui gli Stati Uniti guidati da Bill Clinton accelerarono a ogni costo, e senza adeguate cautele sulla convertibilità internazionale dello yuan, l’ingresso della Cina nel Wto, corrispose l’ardimento con cui il suo successore George Bush Jr. avviò senza tentennamenti l’invasione dell’Afghanistan, radunando una Coalizione dei Volenterosi che avrebbe dovuto stanare i talebani colpevoli dell’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001.

Per una strana coincidenza, ora tocca al presidente Joe Biden compiere un doppio passo all’indietro: indicare la Cina come il nuovo avversario geopolitico degli Usa e procedere al ritiro delle truppe americane da Kabul. Anche quest’ultima vicenda veniva da lontano, da quando gli Usa sostenevano i talebani per provocare la reazione dell’Urss, che infatti invase l’Afghanistan facendo scattare quella trappola che, secondo il consigliere per la Sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski, avrebbe dovuto rappresentare per i sovietici la stessa disastrosa guerra che gli americani avevano combattuto in Vietnam: l’Afghanistan, ne abbiamo l’ennesima conferma, è davvero «la tomba degli Imperi». Si raddoppiò, con il sostegno ai talebani, l’errore già compiuto in Iran, ai tempi della caduta dello Scià, quando si preferì sostenere il fondamentalismo sciita dell’Ayatollah Khomeini in funzione antisovietica. Per quanto riguarda la Cina, è davvero un paradosso: dopo averla attratta a sé per circondare l’Urss sin dal 1971, e averla quindi incitata a divenire la «fabbrica del mondo», ora gli Usa si rendono conto dell’errore irrimediabilmente compiuto: il reshoring delle industrie sarà impossibile per le produzioni tradizionali. Forse, si vedrà qualcosa nei nuovi settori. A ben vedere, il tanto auspicato ritorno di Biden al multilateralismo si è tradotto per ora nella mera riviviscenza di due storici pilastri della politica estera americana: il coordinamento strategico-economico con l’Europa e l’Asia, rappresentata dal solo Giappone, attraverso il G7, e quello strategico-militare attraverso la Nato, decidendo di estendere all’Estremo Oriente l’area di interesse. Per essere un’alleanza difensiva, il salto è davvero emblematico. In entrambi i casi, G7 e Nato, le controversie con l’Europa che avevano caratterizzato il quadriennio di Donald Trump, sono state tutte sopite: dalla pressante richiesta di portare le spese della difesa al 2% del pil agli aiuti di Stato per Boeing e Airbus, fino alla ostilità verso la Digital Tax. Nell’ultimo G20, infatti, è stata prevista una quota di tassazione sugli utili delle multinazionale da destinare al Paese in cui si realizza la transazione. Di passi in avanti, Biden ne ha fatti altri: qualche settimana fa, infatti, sono state eliminate le sanzioni imposte da Trump nei confronti delle imprese impegnate nel completamento del North Stream Gli Usa hanno ingoiato un altro boccone davvero amaro pur di ridurre le divergenze con la Germania e soprattutto l’area di contenzioso con la Russia. A Biden serve a ogni costo la completa solidarietà dell’Europa per poter impostare la «sfida sistemica alla Cina».

Pur senza arrivare allo strappo ufficiale con cui la Gran Bretagna ha lasciato l’Unione europea, riconquistando enormi spazi di libertà soprattutto in politica estera, la Turchia fa lo stesso con la Nato: Recep Tayyip Erdogan continua a muoversi con straordinaria velocità e spregiudicatezza: muove e affonda il colpo in profondità, anche solo per poter avere spazi di trattativa e mediazione. Lo ha fatto in Siria, in Libia, nei rapporti con la Russia e ora con la Cina, lavorando sempre su due tavoli. Con grande autonomia, da tempo la Turchia si è proiettata nei Balcani e ora progetta di estendere la propria influenza nella frammentata area intermedia tra Russia, Iran, Irak, India e Pakistan, lungo cui si snoderebbe la Via della Seta. Troppo lontana è la Francia, e ormai su altri scacchieri opera la Gran Bretagna, che mira a rinnovare i fasti del Commonwealth, pur sempre pallidi dal punto di vista del ritorno economico quanto ricorrenti sotto il profilo politico e relazionale: dalle ex colonie come l’India, l’Australia e la Nuova Zelanda, agli storici scambi strategici con il Giappone, l’ex Impero ritorna. In questo riassetto geopolitico impostato da Biden si inserisce un altro elemento. La violenta crisi economica originata dalla epidemia, ormai in via di regressione, ha avuto tra le conseguenze più gravi la rottura delle catene logistiche, pur collaudate da decenni: ne è conseguito il ribaltamento della politica delle scorte, anche per le merci più comuni che sono divenute improvvisamente introvabili, e dunque strategiche.

In Occidente si è aperto un processo di ripensamento sull’affidabilità della global chain: è un sentimento di insicurezza assai simile a quello che fu provocato dalla prima crisi petrolifera, quando si comprese in modo drammatico che la dipendenza energetica era una condizione troppo rischiosa per la stabilità economica. L’affidabilità delle forniture estere non riguarda solo la Cina: emerge la consapevolezza che aver deindustrializzato la produzione, delocalizzando, determina condizioni di fragilità e di impotenza finora sconosciute, come è stato per i vaccini. Infine, vanno considerate con attenzione le tensioni interne agli Stati Uniti: non solo quelle istituzionali, tra gli Stati e Washington, sugli ennesimi riconteggi delle schede usate per le elezioni presidenziali, ma quelle che contestano le strategie della nuova presidenza in materia energetica e di investimenti per nuove infrastrutture. Il disagio sociale, anche per ragioni razziali, sta sfociando in decisioni alquanto peregrine, come il definanziamento a livello locale delle forze di polizia: è questa la risposta alla violenza legale con cui viene esercitata la repressione del crimine. Al di là dei consueti fermenti delle democrazie, tra gli americani cova probabilmente la frustrazione per tante scelte di politica estera, come quelle di invadere e restare vent’anni in Afghanistan e di spianare la strada alla crescita tumultuosa della Cina, un Paese che ora andrebbe contrastato in modo sistemico: costose e assai poco proficue. (riproduzione riservata)



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