Mondiale 2026, al di là delle polemiche per i quattro tempi di gioco e qualche ingerenza di troppo nelle cose di campo, tipo la revoca della squalifica dello statunitense Balogun, cerchiamo di capire cosa ci lascia in eredità. Dal punto di vista regolamentare, qualche stretta nelle perdite di tempo tra infortuni e riprese del gioco e qualche ampliamento nella possibilità di utilizzare la Var su calci d’angolo, seconde ammonizioni e chiare occasioni da rete. Sul piano tecnico tattico invece di nuovo si è visto poco o nulla: il caldo, le partite ravvicinate, la stanchezza accumulata già nel corso della stagione, sicuramente hanno avuto un peso ma la sensazione è che la vera differenza l’abbia fatta l’importanza della posta in palio. Così una squadra che aveva colpito per la sua mentalità offensiva e la qualità del suo calcio, il Marocco, si è snaturata in una partita tutta difensiva nella sfida a eliminazione diretta con la Francia, uscendone ridimensionata.
Ma identica cosa ha fatto l’Inghilterra, una volta andata in vantaggio contro l’Argentina, quando il Ct Tuchel ha inserito uno dopo l’altro tutti giocatori difensivi che non ne hanno azzeccata una, col risultato di farsi rimontare e buttare via la storica occasione di tornare in finale dopo 60 anni. Tre europee in semifinale hanno portato tanti alla conclusione che i valori del calcio mondiale pendano ancora dalla nostra parte, nonostante il nostro sia stato il continente più penalizzato nel nuovo modello voluto da Infantino per le fasi di qualificazione. In realtà il gap con le nazionali africane si è ridotto, come dimostrato da partite che più che dalla superiorità tecnico-tattica delle loro avversarie, sono state decise da episodi. Del Marocco e di come abbia rinunciato a giocarsela con la Francia ho detto, ma Senegal, Ghana, Costa D’Avorio, il Congo che sembrava destinato a fare da comparsa e sopratutto l’Egitto che è stato a un passo dall’eliminare meritatamente l’Argentina, hanno mostrato un’evoluzione nella preparazione delle partite, nell’applicazione dei principi di gioco anche difensivi e nella qualità media delle rose a disposizione, da farmi pensare che il giorno in cui una nazionale africana potrà competere anche per il titolo non sia così lontano. Sicuro hanno fatto meglio delle due nazionali asiatiche più attese, Giappone e Sud Corea, che invece rispetto ai progressi fatti registrare belle scorse edizione del torneo mi sono sembrate troppo sicure di sé e dunque poco equilibrate per potersela giocare alla pari contro avversari tatticamente più accorti in fase difensiva. Più indietro invece le nazionali arabe che continuano a pagare campionati interni di assoluta modestia nonostante l’ingaggio a peso d’oro di calciatori stranieri.
Male le sudamericane ovviamente con l’eccezione dell’Argentina e tutto sommato anche del Paraguay che con il suo calcio speculativo ha ceduto di misura solo alla Francia dopo aver eliminato la Germania. La Colombia è sparita dopo un’eccellente fase a gironi e il successo sul Ghana nei 16esimi; l’Uruguay è stato probabilmente la squadra peggiore tra le 48 partecipanti; il Brasile messo insieme da Ancelotti tra vecchie glorie come Neymar e Alex Sandro e un solo vero campione di livello mondiale, Vinicius, ha avuto anche la sfortuna di incappare nella Norvegia che non è solo Haaland, ma una squadra costruita nel tempo lavorando e investendo nei settori giovanili e sviluppando una mentalità offensiva che abbiamo visto anche a livello ci club con le imprese del Bodoe nell’ultima edizione di Champions League. Messico, Stati Uniti, Canada ed Australia sono arrivati dove il loro potenziale permetteva; Portogallo, Croazia e Germania sono state le europee più deludenti, le prime due anche a causa del peso specifico all’interno del gruppo di campioni ormai al capolinea come Cristiano Ronaldo e Modric.ù
Ma il flop ha un altro nome e si chiama Francia: favoritissima, una rosa del valore stimato da oltre un miliardo e mezzo di euro, dissoltasi letteralmente alla prima partita verità, quella contro la Spagna, dove la differenza tra organizzazione di gruppo e l’affidarsi alle indivualità, è stata enorme. Bene la Svizzera cui manca solo un grande attaccante, discreto il Belgio dopo un avvio disarmante, mentre la vera grande rivelazione del Mondiale è stato Capoverde all’esordio assoluto a questi livelli che non solo è stato capace di passare il girone, ma ha costretto Messi e compagni ai supplementari nella sfida che valeva gli ottavi di finale.
Leo Messi è stata la stella del torneo per i gol e assist che hanno portato la sua nazionale in finale in una parabola che ricorda molto da vicino quella di Maradona che, dopo il trionfo a Messico ‘86, condusse un’Argentina sgangherata alla finale romana del 1990 contro la Germania. Una partita brutta come quella che ha chiuso questo Mondiale, troppo grande la differenza di valori e freschezza a favore della Spagna che pure ha vinto il titolo con un centravanti modesto come Oyarzabal e le due stelle Yamal e Nico Williams in condizioni fisiche approssimative.
Alla fine, insomma, sui singoli ha prevalso il gioco, anche se Usa 2026 resterà alla storia anche per le prodezze individuali: i dieci gol di Mbappé capocannoniere come nel 2022; le prodezze di Harry Kane e Bellingham che avrebbero meritato scelte tecniche più coraggiose; le parate del portiere capoverdiano Voizinha, cui a 40 anni è letteralmente cambiata la vita. Una favola di un’estate, forse l’unica che ci ha regalato il secondo mondiale americano. (riproduzione riservata)