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Verso la normalità, ma nemmeno nel 2026 il pil dell’Italia tornerà ai livelli del 2007
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Verso la normalità, ma nemmeno nel 2026 il pil dell’Italia tornerà ai livelli del 2007

di Guido Salerno Aletta
MF - Numero 101 pag. 18 del 25/05/2021

Occorre tornare alla normalità, alla vita come era prima della pandemia. È un auspicio per la riapertura delle attività commerciali e produttive che sono state bloccate per evitare il diffondersi del contagio. C’è chi dubita che tornare indietro sia davvero possibile, sostenendo l’esigenza di una «nuova normalità». È certo, però, che almeno in Europa per la finanza pubblica sarà impossibile tornare al passato, alla «vecchia normalità»: mentre il contrasto immediato alla crisi economica è stato consentito sospendendo l’operatività dei vincoli al deficit stabiliti dal Fiscal Compact per via delle avverse condizioni macroeconomiche generali, le prospettive di crescita, soprattutto per l’Italia, sono ormai legate alla implementazione della Ngue e in particolare del Rrf: dopo il contrasto anticiclico nel breve, con le spese per investimenti e le riforme strutturali nel medio, tutto dovrebbe rimettersi in carreggiata. C’è però un problema di coerenza tra il vecchio assetto e la nuova strategia: per l’Italia, soprattutto, che ha deciso di accedere per l’intero importo ammissibile ai prestiti erogabili dall’Unione. In ogni caso, il Fiscal Compact, che è fondato sul duplice obiettivo del pareggio strutturale del bilancio, da perseguire mediante aggiustamenti annui dello 0,5% del pil, e della riduzione del rapporto debito pubblico/pil fino a raggiungere il 60%, e che pure andrà rivisto nei dettagli metodologici, è quasi impossibile che venga smantellato.

Quella dell’Italia è dunque una scommessa assai impegnativa: ha deciso di indebitarsi con Bruxelles con l’orizzonte al 2026 per finanziare investimenti pubblici, impegnandosi a introdurre le riforme necessarie ad accelerare il ritmo della crescita, riducendo i tempi della Giustizia, migliorando l’efficienza della Pubblica amministrazione, riformando il Fisco. C’è un cambio di strategia da parte dell’Unione. Il Fiscal Compact aveva come unico baricentro il consolidamento fiscale: solo il rigore nei conti pubblici sarebbe in grado di assicurare una crescita non inflazionistica sul piano interno ed equilibrata dal punto di vista internazionale. Anche a costo di avere un alto tasso di disoccupazione: è quest’ultimo, infatti, che evita le rincorse salariali incompatibili con la stabilità dei prezzi. La Ngue, all’opposto, punta sulla crescita strutturale dell’economia europea: gli investimenti pubblici concentrati nei settori della transizione ambientale e di quella digitale, e le riforme connesse servono ad accelerare lo sviluppo. In questi termini, la riduzione della disoccupazione viene perseguita aumentando il pil potenziale: aumenterà l’offerta di lavoro. C’è pero una curiosa continuità tra la vecchia e la nuova strategia europea: le riforme strutturali sono rimaste sempre le stesse. Sono quelle che la Commissione europea ha ribadito senza sosta negli anni scorsi nelle Raccomandazioni formulate sulla base del Fiscal Compact, nell’ambito del braccio preventivo di esame dei bilanci statali. E c’è un’altra questione, sostanziale: per l’Italia, infatti, come ammette il Def 2021, nessuno dei due obiettivi previsti dal Fiscal Compact è raggiungibile: non solo è impossibile la riduzione del rapporto debito pubblico/pil nei modi e nei tempi previsti, ma siamo molto ritornati indietro anche nel perseguimento del pareggio strutturale del bilancio, un risultato che nella famosa lettera del 5 agosto 2011 a firma dei governatori Jean-Claude Trichet e Mario Draghi avrebbe dovuto essere conseguito già nel 2014. Dopo che nel 2019 il deficit strutturale era stato dell’1,73% del pil, mentre quello nominale era dell’1,6%, con la pandemia, è saltato tutto: il saldo strutturale del 2020 è stato del -4,74 % del pil, quest’anno schizza al -9,27%, nel 2033 si ridurrà al -5,42% per calare al -4,40% nel 2023 e al -3,75% nel 2024. Tutto da rifare. I loan chiesti dall’Italia all’Unione europea per finanziare il Rrp sono una nuova, pesantissima zavorra. Leggendo gli altri dati del 2019, che pure viene considerato il livello pre-crisi, viene lo sconforto: rispetto al 2018, la crescita reale si era già ridotta al lumicino, appena al +0,3%, con un andamento in caduta rispetto al +1,7% del 2017 ed al +0,9% del 2018. Ma il vero paradosso sta nel fatto che l’output gap era stato calcolato a un valore positivo, pari allo 0,4% del pil secondo il governo italiano e allo 0,5% secondo la Commissione. A posteriori, è stato ricalcolato al +0,1%, dimostrando ancora una volta la scarsa affidabilità di un indicatore così centrale nelle decisioni del Fiscal Compact. Nel 2019 l’Italia avrebbe dunque avuto una crescita eccessiva, superiore al potenziale: per non determinare tensioni inflazionistiche l’economia andava addirittura frenata. E ciò a fronte di un tasso di disoccupazione al 10%, di un deficit pubblico sceso al minimo storico dell’1,6% del pil e a un saldo primario positivo salito all’1,8% del pil. Il peso degli interessi, pari alla somma tra il deficit di bilancio ed il saldo primario attivo, era stato infatti del 3,4% del pil, con 61 miliardi di euro. È qui che il cerchio si chiude, ancora una volta, attorno al macigno del debito. Per quanto riguarda le prospettive di crescita dell’Italia, come accreditate nelle Previsioni di primavera appena pubblicate dalla Commissione europea, solo alla fine del 2022 il pil arriverà, anche grazie alle misure previste dal Pnrr, a recuperare il livello pre-crisi, quello del 2019. Ma purtroppo questo risultato comporta l’azzeramento del valore negativo dell’output gap (che misura lo spazio recuperabile tra il pil effettivo e quello potenziale non inflazionistico), che è stato determinato dalla crisi pandemica e ha giustificato gli interventi pubblici anticiclici. Il Def conferma che si ripeterà il paradosso già registrato nel 2019: nel 2023 l’output gap sarà del +0,1% del pil per salire allo 0,6% nel 2024. È indispensabile dunque una vigorosa crescita del pil potenziale: dopo il valore zero del 2018, l’incremento è stato appena del +0,1% annuo nel periodo 2019-2021. Gli effetti del Pnrr sarebbero invece assai consistenti: nel triennio 2022-2024 crescerebbe dapprima del +0,9%, poi del +1,2% e infine del +1,3%.

Se il ritorno alla normalità dovesse riguardare gli andamenti economici dell’ultimo decennio, viene da inorridire. L’Italia, alla vigilia della pandemia, non era stata ancora in grado di recuperare il livello di pil del 2007, quando aveva raggiunto il picco di 1.795 miliardi di euro. A dieci anni dalla Gcf americana iniziata nel settembre del 2008 e dopo quella interna indotta nel biennio 2011-2012 per risanare gli squilibri commerciali verso l’estero e perseguire l’obiettivo del pareggio strutturale del bilancio pubblico, il pil del 2019 era ancora di 1.726 miliardi: c’erano ancora 69 miliardi da recuperare. A tendere, non torneremo al livello del 2007 neppure nel 2026: se andrà bene, ma proprio tutto bene, il pil dell’Italia arriverà 1.768 miliardi di euro: alla fine del Pnrr mancheranno ancora 23 miliardi rispetto al 2007. Queste sono le conseguenze di tre recessioni, una più grave dell’altra. È stato tutto inutile: decenni di avanzo primario del bilancio pubblico; un saldo delle partite correnti in attivo ininterrottamente dal 2013, e che dal 2019 è strutturalmente superiore al 3% del pil; la posizione finanziaria netta dell’Italia verso l’estero (Niip) ormai positiva, con un saldo creditorio a nostro favore di 30,4 miliardi di euro a fine 2020. Il motivo è uno solo: il denaro preferisce l’investimento finanziario e vola all’estero. Le Banche centrali non fanno altro che alimentare questa corsa irrefrenabile: il sollievo arrecato con i Qe alle finanze pubbliche, in termini di risparmio sugli interessi sul debito, è infinitesimo rispetto ai guadagni registrati sulle capitalizzazioni delle Borse. È questa la vera normalità: l’economia reale che pedala a fatica, nel vuoto. (riproduzione riservata)



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