«Nel panorama del venture capital italiano sono intervenuti altri temi, che si aggiungono a quello fondamentale del bisogno di capitali: la scarsa presenza di investitori stranieri, che rende necessaria un’importante azione di internazionalizzazione, e ciò che comporta l’assenza di ipo nella fase di exit dei fondi». A tracciare le principali linee della filiera degli investimenti in startup è Andrea Di Camillo, fondatore e managing partner di P101, uno dei principali gestori di fondi di venture capital in Italia.
Per comprendere al meglio le osservazioni di Di Camillo, bisogna partire dall’ultimo rapporto della sgr «Stato del Venture Capital italiano 2024», presentato a Milano alcuni giorni fa, da cui emerge una fotografia a luci e ombre del comparto italiano. In Italia, la raccolta si è chiusa a 837 milioni di euro (-28% sul 2023), segnando tuttavia un calo decisamente inferiore rispetto a Spagna (-63%), Francia (-45%) e Germania (-64%), a conferma della resilienza dell’ecosistema italiano e del suo ruolo crescente nel venture capital europeo.
«Un aspetto positivo del contesto italiano riguarda i circa 8 miliardi di euro investiti in startup in dieci anni, con investimenti annui passati dai 152,1 milioni nel 2013 a 1,1 miliardi del 2023», praticamente una crescita media del 644% superiore a quella europea (+492,5%), spiega Di Camillo, il quale, ricordando comunque il grande gap che intercorre con gli altri Paesi Ue, evidenzia il «segnale positivo» che emerge da tali dati.
«Nella narrazione ci sono però dei pezzi che mancano», chiosa il fondatore e ceo di P101. In primis, il fatto che le 27 exit del panorama italiano registate nel 2024 sono state dominate da acquisizioni e buyout, mentre le ipo sono scese a zero, dalle tre del 2023. Un trend attivo da molti anni: le società supportate dal venture capital hanno contribuito al mercato italiano delle ipo con 24 quotazioni in 10 anni, mentre in Europa si sono viste 616 ipo sostenute da fondi di venture. «Non si tratta solo del problema exit per il venture capital, il problema ipo è di secondo livello rispetto a un mercato azionario complessivamente molto sottile», chiarisce Di Camillo.
«Si veda il tema dei delisting: volendo generalizzare, se non vi sono investitori il titolo non si muove, quindi tutto il lavoro che si fa per essere quotati spesso non premia». Cosa alimenta questo? «Che se già l’azienda di medie dimensioni non si quota o si quota ma non trada e non ha quella carta per raccogliere capitali e fare acquisizioni, a maggior ragione una società più piccola che viene dal venture non si quota. Peraltro in un ambito normativo e regolatorio non facilissimo», aggiunge Di Camillo.
Questo si collega alla scarsa presenza di investitori stranieri, seppur in netta crescita negli ultimi anni, che si aggiunge alla poca capacità di canalizzare il grande risparmio italiano tramite gli istituzionali. Gli investitori in fondi di vc in Italia sono al 68,5% nazionali, dato che si confronta con i 43,8% della Germania, e di questi il 20,3% sono istituti bancari, mentre le compagnie di assicurazione rappresentano solo il 3,5% degli impegni nei fondi (sono il 15,9% in Francia) e gli high-net-worth individiduals contribuiscono solo al 2,8%. «Oltre all’importante lavoro che stanno facendo, negli investimenti diretti, realtà come Cdp Venture e il Fei, è necessaria una maggiore attenzione e comprensione della politica», chiosa Di Camillo. L’esempio francese, in tal senso, è lampante, perché 10 anni fa lo stato delle cose era identico a quello italiano, ma la moral suasion del governo Macron – in maniera molto stringente – sugli istituzionali a investire verso le nuove aziende, ha fatto germogliare l’ecosistema.
Considerando la poca presenza di investitori stranieri e i limiti che si possono incontrare con una raccolta derivante principalmente da investitori italiani, ancora poco avvezzi al venture capital, si rende necessaria la ricerca di internazionalizzazione. «Dobbiamo essere più internazionali, dobbiamo recarci noi dagli investitori esteri e favorire la creazione di un ecosistema molto più virtuoso, aiutati anche da migliori incentivi fiscali, regolatori e culturali, evitando quanto più possibile di favorire poi l’investimento all’estero del risparmio italiano».
In questo senso quindi «i gestori possono fare investimenti insieme ad altri fondi all’estero e creare dei legami con loro, i quali possono magari interessarsi a investire nel futuro con noi, oppure si può investire in un’azienda italiana e condurla in un percorso di internazionalizzazione, ovviamente con il presupposto che l’imprenditore concepisca la propria attività come un need internazionale e non locale. Solo allora forse la ruota inizierà a girare», conclude Di Camillo. (riproduzione riservata)