Negli anni ’80 negli Stati Uniti grazie all’introduzione e allo sviluppo di strumenti finanziari ed innovativi come il venture capital, l’economia americana ha avuto uno sviluppo industriale molto superiore al resto del mondo, in particolare nel settore tecnologico, dove ha ottenuto e mantenuto una leadership indiscussa creando con gli strumenti finanziari sopra citati, realtà come Microsoft, Apple, Google, solo per citarne le maggiori, e più recentemente Facebook, Instagram, Twitter, Whatsapp.
Negli Usa il mercato del venture capital è molto più sviluppato rispetto all’Europa e all’Italia. Ad esempio, secondo il rapporto Venture Pulse di Kpmg nel terzo trimestre del 2023 il venture capital americano ha registrato 36,7 miliardi di dollari investiti in startup (in 2.716 operazioni) sui 77 miliardi a livello globale (in 7.435 deal), in una fase di frenata dopo i record del 2021. Nello stesso periodo l’Europa ha registrato meno della metà di questa cifra, 17,3 miliardi investiti in 1.671 deal.
Da non trascurare sono altri fattori fondamentali come la dimensione del mercato, la cultura imprenditoriale, la regolamentazione e la burocrazia e l’accesso al capitale. Approfondiamo tali tematiche.
Dimensione del mercato: gli Usa hanno un mercato interno molto grande, il che permette alle startup di crescere rapidamente senza dover espandersi all’estero. L’economia statunitense è la più grande del mondo con un pil di oltre 25.400 miliardi di dollari nel 2022, mentre l’economia italiana ha un pil di circa 2.000 miliardi di dollari nello stesso anno.
Cultura imprenditoriale: in America è fortemente incentrata su innovazione e creazione di nuove imprese. Mentalità fail fast, fail often, emblematica di questa cultura che incoraggia la sperimentazione. In Italia la cultura imprenditoriale è meno sviluppata, con una maggiore avversione al rischio.
Regolamentazioni e burocrazia: in Italia possono essere viste come ostacoli per le startup. Secondo il rapporto Doing Business della banca mondiale, l’Italia si posiziona al 58º posto su 190 paesi per facilità nel fare affari. Gli Usa sono al sesto posto.
Infine l’accesso al capitale: negli Stati Uniti esiste una vasta gamma di investitori disposti a finanziare le startup. Il numero di venture capitalist attivi è di gran lunga superiore all’Italia.
In conclusione, mentre l’Italia sta facendo progressi nel suo ecosistema di startup e venture capital, ci sono ancora notevoli differenze rispetto agli Stati Uniti in termini di dimensione del mercato, cultura imprenditoriale, regolamentazioni e accesso al capitale. Questi fattori influiscono sulla capacità delle startup di crescere e attirare investimenti significativi. Tuttavia, con ulteriori sforzi e iniziative, l’Italia potrebbe avvicinarsi sempre più agli Usa in questa sfida competitiva.
Incentivi fiscali per gli investitori: il Regno Unito offre l’enterprise investment scheme (Eis) e il seed enterprise investment scheme (seis), che forniscono incentivi fiscali agli investitori che sostengono le startup. Gli investitori possono ricevere detrazioni fiscali significative sul capitale investito in queste società. Il silicon docks di Dublino è diventato un importante hub tecnologico europeo, attrattivo per aziende tecnologiche e investitori.
Agevolazioni per la ricerca e lo sviluppo: negli Stati Uniti grandi aziende come Google, Microsoft e Ibm hanno acceleratori e programmi di open innovation che collaborano con startup per promuovere innovazione.
In Italia per quanto riguarda l’accesso al mercato dei capitali, per esempio, Borsa spa ha introdotto Egm Italia, un mercato dedicato alle pmi, offrendo opportunità di finanziamento attraverso l’equity. Per concludere, in Italia un grande contributo alla conoscenza e allo sviluppo del venture capital lo ha dato un grande manager di Olivetti, Elserino Piol, con cui ho avuto l’onore anche di lavorare. I fondi da lui creati - Pino Venture e Kiwi - hanno consentito l’affermarsi di molte startup tra cui Tiscali e Yoox che hanno avuto uno straordinario successo. (riproduzione riservata)