L’amministrazione Usa guidata da Donald Trump ha più volte motivato i dazi con la necessità di riportare la manifattura negli Stati Uniti. Molti economisti hanno criticato la mossa ricordando che il calo dei lavoratori nell’industria è strutturale e probabilmente irreversibile, dato il peso sempre maggiore dei servizi. Il fenomeno del resto è visibile anche nei Paesi manifatturieri come la Germania.
Non c’è dubbio che gli Usa vogliano riportare a casa la produzione in alcuni strategici: stava accadendo con Joe Biden e sarebbe accaduto con ogni probabilità anche con Kamala Harris. Il problema è che l’irruenza delle politiche di Trump (spesso seguite da rapidi passi indietro) può portare a effetti indesiderati, a cominciare da un ruolo inferiore per il dollaro nel sistema finanziario internazionale.
Per decenni si è parlato di «privilegio esorbitante» della valuta Usa che consente agli Stati Uniti di finanziarsi a tassi inferiori (di circa lo 0,5%, secondo alcune stime). La capacità attrattiva del dollaro fa risparmiare ogni anno miliardi a Washington e consente piani di spesa impossibili per altri Paesi. Questo perché gli investitori globali sono sempre disponibili a mettere nei portafogli il biglietto verde.
Il dollaro ha molti punti di forza: è la moneta più liquida, senza vincoli nei movimenti di capitale. Inoltre ha alle spalle la potenza egemone a livello globale con l’economia più solida, un sistema di regole credibili e una banca centrale indipendente. Nessun altro Paese può garantire tutte queste caratteristiche alla propria valuta.
Di conseguenza il dollaro ha oggi un primato irraggiungibile nel sistema internazionale: pesa per circa il 60% delle riserve in valuta estera, del debito e dei depositi internazionali. Al secondo posto c’è l’euro con il 20%. Seguono yen (6%) e renminbi (2%). Il distacco delle altre monete è significativo. I problemi delle altre valute peraltro sembrano irrisolvibili nel breve termine.
La Cina è la seconda economia e il primo esportatore globale ma impone vincoli ai movimenti di capitale e al tasso di cambio del renminbi. Con queste criticità è impossibile pensare alla moneta cinese come una nuova valuta di riserva globale. Pechino sta lavorando a Cips, una versione domestica del sistema di pagamenti occidentale Swift, il cui uso è in crescita, soprattutto dopo le sanzioni Usa alla Russia. Ma il peso del renminbi a livello internazionale resta scarso.
Il ruolo dello yen nel sistema finanziario è superiore al renminbi ma è comunque ridotto. Il Giappone ha un’economia stagnante da decenni e un debito pubblico molto alto. I mercati sono più aperti di quelli cinesi, ma meno rispetto a quelli americani. Lo yen è ancora considerato un porto sicuro (come il franco svizzero), ma non ha la liquidità del dollaro. Il peso geopolitico del Giappone è molto inferiore a quello degli Usa.
Per molti aspetti l’area nella migliore posizione per contrastare il primato del dollaro sarebbe l’Eurozona grazie all’economia solida, alla libertà nei movimenti di capitale e alla credibilità della Bce. I limiti sono però a livello istituzionale: l’euro non ha uno Stato alle spalle, ma venti.
I mercati dei capitale sono frammentati. Il vulnus principale è l’assenza di un titolo comune. Gli investitori sarebbero contenti di aumentare l’esposizione verso un eurobond (che sarebbe più liquido dei titoli tedeschi, francesi e italiani presi singolarmente), ma non ci sono progressi significativi su questo fronte. Il nuovo cancelliere tedesco Friedrich Merz non sembra favorevole all’emissione di titoli europei.
Un’ipotesi possibile è quella di strumenti Ue per la difesa. Ma in tal senso è stato significativo il caso di NextGenEu che ha fatto aumentare le emissioni europee ma senza cambiare lo scenario complessivo. Gli investitori non sono convinti da titoli una tantum e preferirebbero emissioni costanti. Così il potenziale dell’euro resta in buona parte non realizzato.
La moneta unica si è rivalutata dopo il «Liberation Day» del 2 aprile di Trump ma l’area avrebbe attirato molti più capitali (e in modo più duraturo) in presenza di eurobond.
I limiti delle valute non-Usa sono emersi già negli ultimi anni, prima dei dazi di Trump. Il dollaro ha mostrato un lieve declino, a cui però non è corrisposto un incremento di euro, yen e sterlina. Le quote Usa sono state assorbite da monete minori come il dollaro australiano, il dollaro canadese, il dollaro di Singapore, il won sudcoreano e quelle dei Paesi del Nord Europa.
Il calo della valuta americana è stato seguito da un aumento delle esposizioni verso l’oro, finora considerato l’unico vero asset alternativo alla moneta Usa. Le stablecoin sono legate al biglietto verde e quindi non sono certo sostituti del dollaro, al contrario ne rafforzano la diffusione. Bitcoin e criptoasset hanno una volatilità altissima e non sono valute.
Il predominio del dollaro può essere intaccato dopo il «Trump shock»? Un segnale in questa direzione è arrivato dai mercati nei giorni successivi al «Liberation day»: per la prima volta il dollaro si è indebolito assieme all’aumento dei tassi dei titoli Usa (che in teoria avrebbe dovuto incrementare l’appeal della valuta). Questo movimento di solito si verifica nei mercati emergenti durante periodi di crisi. Gli Stati Uniti sono stati vicini a un momento «Liz Truss»: i mercati hanno iniziato a dubitare della solidità Usa. In seguito la situazione si è stabilizzata, ma solo perché Trump ha per il momento rinnegato le sue politiche.
Le misure del presidente Usa potrebbero tuttavia aver ridimensionato la fiducia dei mercati in modo persistente. Maurice Obstfeld, senior fellow del Piie ed ex capoeconomista del Fmi, ha sottolineato che «quasi tutte le fondamenta del ruolo centrale del dollaro si stanno disintegrando», come la solidità fiscale, l’indipendenza della Fed, la funzionalità del governo, la sicurezza globale, l’apertura commerciale e finanziaria e lo Stato di diritto.
Per Obstfeld nessuna valuta potrà sostituire quella Usa ma ci potranno essere «zone regionali», ognuna basata su dollaro, euro, renminbi (se la Cina vara riforme) e forse yen. Il primato della moneta americana non è per il momento in discussione. Ma la frammentazione valutaria potrebbe diventare il riflesso di quella geopolitica. (riproduzione riservata)