Mercati finanziari compiacenti e vicini ai massimi storici, un’economia reale resiliente, l’effetto positivo dei dazi sul bilancio pubblico, la risposta debole dei partner commerciali e il solido consenso intorno alla figura del presidente Donald Trump. Sono cinque elementi che, secondo Scope Ratings – agenzia europea di valutazione del credito e analisi macroeconomica – convergono verso un avvertimento netto: i dazi sono qui per restare. E il mondo dovrà farci l’abitudine. Almeno fino al 2028, termine del secondo mandato del tycoon. Con effetti destinati a ridurre la produzione globale, seppur con effetti disomogenei tra le varie aree economiche.
Ma quali sono, nello specifico, i cinque motivi che spingono Scope Ratings a prevedere che la stretta commerciale resterà in vigore?
Secondo Scope Ratings, uno dei principali elementi che spingono Trump a mantenere e intensificare i dazi è il clima estremamente favorevole sui mercati finanziari. Wall Street è ai massimi storici e la volatilità è ai minimi pluriennali, segno che gli investitori hanno metabolizzato le tensioni commerciali come la nuova normalità. In questo contesto, la “Trump Put” — ovvero l’aspettativa che il presidente interverrà per sostenere i mercati in caso di turbolenze — consolida il capitale politico di Trump, regalandogli margine d'azione anche su scelte rischiose.
Tuttavia, va ricordato che ciò che interessa davvero a Trump è il mercato obbligazionario, in particolare perché il rendimento del titoli di Stato a 10 anni influisce direttamente sul costo del gigantesco debito pubblico Usa. E questo potrebbe limitare il suo raggio d’azione. Basti ricordare che, in aprile, l’annuncio dei dazi del “Liberation Day” ha scatenato un sell-off sui titoli di Stato: i Tresury decennali sono passati da un rendimento del 3,86% al 4,5% circa in pochi giorni, mentre il titolo trentennale ha subito la più forte impennata dei rendimenti in tre giorni dal 1982, salendo di circa 54 punti base.
Il secondo pilastro individuato da Scope Ratings è la solidità dell’economia statunitense nonostante l’inasprimento tariffario. Nel secondo trimestre del 2025, il pil americano è cresciuto dello 0,7% rispetto ai tre mesi precedenti e le stime del modello GdpNow della Federal Reserve di Atlanta indicano un’ulteriore espansione nel terzo trimestre. L’agenzia ha rivisto al ribasso le previsioni per il 2025 all’1,8%, ma ha aumentato quelle per il 2026 al 2,1%, valori comunque superiori a quelli della maggior parte delle economie avanzate.
Questo perché, pur essendo oggi i dazi medi molto più alti rispetto alle ultime decadi, non raggiungono livelli tali da rappresentare un embargo di fatto sulle importazioni o provocare danni economici gravi. Inoltre, l’aumento dei prezzi legato alle barriere commerciali si è rivelato più lento del previsto, rinviando l’impatto inflazionistico e consentendo a famiglie e imprese di adattarsi gradualmente.
Il terzo fattore del protezionismo trumpiano, è l’impatto positivo dei dazi — almeno nel breve termine — sulle casse pubbliche. Scope Ratings segnala che le entrate doganali hanno toccato livelli record: 66 miliardi di dollari nel secondo trimestre del 2025 e altri 28 miliardi incassati solo a luglio. Un balzo impressionante se si considera che nel 2024 la media mensile era inferiore ai 7 miliardi.
Questo gettito aggiuntivo contribuisce a contenere, seppur marginalmente, il deficit pubblico federale, stimato quest’anno al 5,4% del Pil. Per Trump, la leva tariffaria diventa così anche uno strumento fiscale: da un lato rafforza il messaggio politico della difesa dell’industria americana, dall’altro fornisce risorse immediate in un contesto di forte pressione sul bilancio.
Secondo Scope Ratings, la reazione internazionale ai dazi Usa dai principali partner commerciali è stata sorprendentemente moderata e frammentata. Solo Cina e Canada hanno risposto in modo significativo, mentre molti altri partner — inclusi Regno Unito ed Unione Europea — hanno preferito evitare una guerra commerciale su larga scala. Il timore di danneggiare le catene globali del valore, frenare la crescita interna o alimentare l’inflazione ha spinto diversi governi a cercare soluzioni accomodanti con Washington.
Molti hanno promesso investimenti per oltre mille miliardi di dollari negli Stati Uniti, ridotto dazi sulle importazioni americane e facilitato l’accesso ai propri mercati. A ciò si aggiunge la dipendenza da garanzie di sicurezza Usa: il solo sospetto che possano essere ritirate ha convinto diversi Paesi a fare concessioni. Questa strategia bilaterale, voluta da Trump, ha limitato il coordinamento internazionale e creato un sistema commerciale a due velocità, nel quale gli Stati Uniti godono di condizioni di scambio relativamente più favorevoli.
Il quinto e ultimo fattore rilevato dall’agenzia europea di valutazione del credito e analisi macroeconomica è basato sul forte consenso di cui gode il presidente Usa. Infatti, il suo indice di gradimento tra gli elettori repubblicani resta vicino al 90% e i timori del partito Repubblicano di subire pesanti sconfitte alle elezioni di metà mandato del 2026 si sono attenuati. L’approvazione della cosiddetta “Big Beautiful Bill” — un pacchetto legislativo simbolo della sua agenda economica — ha ulteriormente rafforzato il suo capitale politico.
Quindi, sul fronte domestico, Trump può contare su condizioni politiche che gli lasciano ampio margine di manovra. In questo contesto, l’inasprimento dei dazi non rappresenta un rischio elettorale significativo, ma anzi si traduce in un messaggio di forza e coerenza verso la base. Scope Ratings ricorda che le tariffe medie statunitensi, oggi al 18,6%, sono ai massimi da decenni, e la loro permanenza fino al termine del secondo mandato di Trump appare altamente probabile.
Per Scope Ratings, la permanenza di dazi così elevati ridisegna in profondità gli equilibri dell’economia mondiale. Le stime dell’agenzia parlano di una riduzione cumulata della produzione globale pari a 0,7 punti percentuali nel medio termine, con effetti solo leggermente peggiori per gli Stati Uniti, stimati in una diminuzione del Pil dello 0,9%, mitigati dal fenomeno del reshoring. L’Europa dovrebbe subire un impatto più contenuto, pari a -0,4%, ma comunque significativo in un contesto di crescita già debole.
La previsione di crescita globale per il 2025 è stata rivista al ribasso di 0,4 punti, al 3%, mentre per l’economia americana Scope vede un +1,8% nel 2025 e un rimbalzo al 2,1% nel 2026. Il messaggio è chiaro: la “nuova normalità” dei dazi USA non solo è destinata a restare, ma potrebbe avvantaggiare gli Stati Uniti nel lungo periodo, costringendo il resto del mondo a fare i conti con un ordine commerciale sempre più sbilanciato a favore di Washington.(riproduzione riservata)