Ritorna nelle cronache finanziarie la questione della sede centrale di Unicredit qualora si aprisse definitivamente la strada per un'aggregazione, nelle diverse modalità tecniche, con la tedesca Commerzbank.
L'istituto di credito di piazza Gae Aulenti ha da tempo reso noto che intende superare il 30% del capitale di Commerz ma senza avere lo scopo di fondersi o di egemonizzare l'Istituto. Naturalmente non è improprio esigere qualche ulteriore spiegazione sulle finalità dell'operazione, una volta che si confermi l'esclusione del predetto intento. A maggior ragione ora che probabilmente quella finestra nelle relazioni con il governo tedesco e con il vertice di Commerzbank, ritenuta importante, potrebbe essersi aperta o stare per esserlo, apparendo mutato il precedente comportamento di ferrea chiusura da parre dell'esecutivo di Berlino e della stessa banca.
Il fatto è che ora molti tra gli osservatori si chiedono se l'Unicredit come moneta di scambio per il via libera all'operazione potrebbe accettare lo spostamento della propria sede in Germania, avendo, oltre al rapporto con Commerzbanb, il controllo di Hvb-HypoVereinsBank.
Gli ostacoli non sarebbero pochi, a cominciare dallo stesso convincimento contrario che si potrebbe formare nell'istituto, le lettere finali della cui denominazione «it» sono un netto riferimento all'Italia. In più, pur essendo ancora sub iudice a Bruxelles la normativa italiana sul golden power, il trasferimento all'estero della sede potrebbe rientrare lato sensu tra le operazioni soggette alla disciplina in questione. E sarebbe per l'Unicredit un bis in idem.
Ma ci si deve anche chiedere se sarebbe solo questa la contropartita richiesta dalla Germania. Già sarebbe troppo ipotizzare il modello che fu proprio del Credito Italiano, che aveva per retaggi storici la sede legale a Genova e la sede della direzione generale a Milano.
Ma è pur possibile che si sia ancora troppo avanti nel dovere discutere della sede e che i rapporti in Germania siano più complessi, a partire dalle aspettative del personale di Commerz e dal sostegno soprattutto alle medie imprese. Il fatto è che, nonostante vi sia una volontà dell'istituto verosimilmente contraria, Unicredit ha continuato ad apparire come un potenziale «conquistatore», suscitando da diversi versanti reazioni che sono spiegabili.
Ora è effettivamente venuto il momento della chiarezza, tante volte finora inutilmente invocata anche su queste pagine. D'altro canto non sarebbe credibile se si dicesse che Unicredit non guarda con attenzione a ciò che sta accadendo in Italia nel settore bancario e alle prospettive che pur potrebbe favorire.
Insomma, sia per ciò che sta accadendo nella concreta realtà, sia per le sollecitazioni continue della Banca Centrale Europea a promuovere, da parte delle banche vigilate, possibili aggregazioni transfrontaliere, l'Unicredit, proprio perché ha al vertice un personaggio come l’amministratore delegato Andrea Orcel, che accanto alla generale competenza ha una straordinaria esperienza nel campo delle aggregazioni, dovrebbe come mai trovarsi a proprio agio.
Ma ciò che sta avvenendo a livello nazionale, europeo e internazionale esige che tempestivamente si decida e lo si faccia nella chiarezza. C'è anche l'esigenza di un partecipato rapporto con l'azionariato, mentre da tempo infruttuosamente si inseguono nozze, che milita per tempestività e trasparenza, a maggior ragione se ritornassero in auge progetti nazionali. (riproduzione riservata)