Tutti pensavano fossero finite negli anni 80: ora le Jelly shoes sono le scarpe più desiderate
Trasparenti, colorate, di plastica e improvvisamente ovunque: le Jelly shoes tornano dalle spiagge vintage alle sfilate di The Row, Chloé e Loewe. E nel 2026 diventano il simbolo di un nuovo lusso più leggero, ironico e ossessivamente cool
Trasparente, colorata, ostentamente di plastica, ogni volta che qualcuno la dà per morta, lei torna. Perché le Jelly shoes non sono una tendenza, sono un ciclo. E come tutti i cicli, sanno esattamente quando rientrare.

Tutto inizia nel Dopoguerra in Francia, dove la Sarraizienne crea il primo modello in Pvc: una scarpa da pescatore, economica, impermeabile, pensata per chi lavora vicino all’acqua. Nessuno la considera moda. Poi, nel 1980, due ragazzi ventenni, il brasiliano Tony Alano e il francese Nicolas Guillon, la riscoprono a Parigi e decidono di trasformarla. La portano nelle boutique della capitale, la fanno notare a Thierry Mugler e Jean-Paul Gaultier, che iniziano a disegnarci sopra. Le riviste di moda parigine la mettono in copertina. La plastica diventa haute couture. Nel 1982 arriva in America: presentata al World’s Fair del Tennessee, è un fenomeno immediato. Bloomingdale’s ordina 2.400 paia in nove varianti. Madonna la indossa. La principessa Diana anche. Il mondo le adotta. Nei playground si comprano a un dollaro al paio, si abbinano a bracciali jelly coordinati, si collezionano in ogni colore dell'arcobaleno. Si portano con i jeans a vita alta, con i bermuda colorati, con i vestiti floreali estivi: la scarpa di plastica diventa il simbolo di un’estate intera.
Da Parigi a Londra, a Milano: tre città, tre modi di interpretarla

Parigi è dove le Jelly shoes sono nate, ed è ancora la città che le porta con maggiore nonchalance. Le indossa con il tailleur, con la gonna lunga, con il trench. Nessun eccesso, nessuna ironia: semplicemente, le porta. Londra, invece, le ha adottate per prima a livello street, trasformandole in segnale di appartenenza culturale. È nelle strade di Londra che il crowd del fashion week ha iniziato a sperimentare le varianti più costruite, le t-strap trasparenti, le versioni a gabbia, prima che arrivassero sulle passerelle. Milano ha fatto altro: le ha validate. La sfilata Alberta Ferretti le ha portate in prima fila indossate da Bella e Gigi Hadid e da quel momento nessuno ha potuto più trattarle come una scarpa da spiaggia. Oggi, il 2026, segna un’ulteriore svolta: Chloé e Loewe non puntano più sulla nostalgia, ma sul materiale e sulla forma. Kitten heel in TPU trasparente, mules con nodi, sandali fumé che sembrano usciti da un sogno.

A guardare i numeri, la Jelly shoe non è solo un capriccio estetico. È un segnale preciso di dove si sta muovendo il lusso. Secondo l’Osservatorio Altagamma-Bain, il punto di riferimento per l’analisi del mercato del lusso a livello mondiale, il footwear di alta gamma è atteso in crescita del 3% nel 2026, in controtendenza rispetto a molte altre categorie che stanno attraversando una fase di normalizzazione dopo il boom post-pandemico. Non è un numero enorme, ma in un mercato che complessivamente vale 1.440 miliardi di euro e che quest’anno si aspetta una stabilizzazione, una crescita nel footwear significa che qualcosa si sta muovendo. Quel qualcosa ha un nome preciso: la categoria dei flat, e in particolare delle suole leggere in materiali alternativi alla pelle, sta avanzando. Come riporta il Business of Fashion, che monitora costantemente i dati di vendita e le performance dei brand, le scarpe in Pvc e Tpu hanno registrato un tasso di sell-out significativamente più alto rispetto alle altre categorie nella stagione estiva 2025. The Row Mara Flat, esaurita in tutte le colorway nel giro di ore dal lancio, ha innescato un effetto valanga che ha coinvolto l'intera categoria.

Il segnale che colpisce di più, però, è un altro. In un momento in cui il lusso tradizionale, pelletteria, abbigliamento, perde tra il 5 e il 7% secondo le stime Bain, le scarpe in plastica dei brand più desiderati tengono e crescono. È il paradosso della Jelly: più il lusso si contrae, più il desiderio si sposta su oggetti che costano meno ma dicono di più. Una mule Chloé in TPU a 60 euro non è una rinuncia, è una scelta precisa.
Com’è cambiato il modo di indossarle
Negli anni 80 le Jelly shoes si vedevano per intero. Si mettevano con i calzoncini di jeans, con le minigonne, con i leggings colorati. Il punto era proprio quello: mostrare la scarpa, il suo colore acceso, la sua trasparenza glitterata. Si abbinavano a bracciali jelly dello stesso tono, si compravano in più paia per coordinarle con ogni outfit.

Oggi la Gen Z le porta in modo opposto e più sofisticato. I jeans sono baggy, larghissimi, con il fondo che sfiora o direttamente striscia sul pavimento. La scarpa quasi non si vede. Quello che sporge è solo la punta: un centimetro, due al massimo. Ed è esattamente lì che si gioca tutto. La forma della punta, il materiale, il colore: con i jeans che coprono il tallone e il collo del piede, quel piccolo dettaglio deve valere tutto l’outfit. Il calzino aggiunge un ulteriore livello: trasparente color carne per chi vuole un effetto quasi nudo, colorato o con stampe per chi vuole giocare di più. Il risultato è un look volutamente imperfetto, quasi casuale, ma costruito con precisione chirurgica. Non è nostalgia. È un linguaggio.
Le Jelly più desiderate
The Row, Mara Flat: minimalismo radicale

La scarpa che ha riacceso tutto. Quando le Mara flat in vinile elettrico blu e rosso rubino sono scese dalla passerella pre-fall 2024 di The Row a Parigi, hanno innescato quello che il Financial Times ha definito un sell-out istantaneo. Prezzo: 860 sterline. Esaurite ovunque nel giro di ore, rivendute sul mercato secondario al doppio del prezzo di listino. La Mara Flat non è solo una scarpa: è il documento che ha certificato che la Jelly shoes poteva costare quanto una borsa di pelle e risultare comunque desiderabile. Rete in PVC trasparente, silhouette a guanto, suola in sughero.
Chloé, Junie Mule

TPU trasparente, tacco kitten, silhouette che Chemena Kamali ha sviluppato stagione dopo stagione fino a renderla iconica. Le hanno già ribattezzate Cinderella shoes, e il paragone regge: c'è qualcosa di vagamente fiabesco in una scarpa che sembra fatta di vetro. Hayley Williams le ha portate in tour. Apple Martin le ha indossate nella campagna Chloé à la Plage. Con il jeans a terra, si vede solo quella punta fantasma. E basta così.
Loewe, Clear Pump SS26

Loewe ha dato alla storia della plastica un aggiornamento giocoso per il 2026 senza puntare sulla nostalgia. TPU trasparente, forme scultoree, con quel dettaglio costruito, il nodo, la punta squadrata, che trasforma una scarpa di plastica in un oggetto quasi concettuale. Il prezzo si colloca tra i 600 e i 900 euro a seconda del modello. Non urla, non brilla, non decora: è pura forma. E quella forma, intravista appena sotto l'orlo del jeans, è il tipo di dettaglio che chi lo riconosce, lo riconosce. E basta così.
Il mercato

Christina Martini, co-founder di Ancient Greek Sandals, le definisce una staple estiva senza tempo: «Nate come essenziale da spiaggia, sono diventate un lusso grazie all’equilibrio tra semplicità e modernità». È esattamente questo il paradosso che le rende appetibili: costano poco o moltissimo, si portano in vacanza o in prima fila, sono infantili e sofisticate allo stesso tempo. E il mercato lo conferma: il brand ha venduto quasi 10mila paia in due anni dalla sua linea Jelly (sopra e sotto), un dato che, in un segmento di lusso indipendente, è significativo.

C'è qualcosa di preciso nel momento in cui le indossi: il peso sparisce quello delle scarpe e, un po’, anche il resto. Una Jelly shoe non ti prende sul serio. E tu, improvvisamente, nemmeno. Dopo anni di sneaker chunky e minimalismo imperante, una scarpa trasparente è quasi un atto politico: dice che ci si può permettere di non prendersi troppo sul serio. Che il bello può essere leggero. Che la plastica, se scelta bene, vale quanto il cuoio. Le ballerine hanno dominato. Ora si fanno da parte e lasciano il posto a qualcosa che brilla un po’ di più. (Riproduzione riservata)
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