L’universo di Paolo Roversi: da Kate Moss a Naomi Campbell, intervista al maestro della fotografia
Da Kate Moss a Natalia Vodianova a Naomi Campbell: la luce di Ravenna, le muse e il culto dell'imperfezione. Paolo Roversi si racconta a Gentleman in occasione del suo nuovo spazio permanente al MAR.
L'Ombra e la Luce di Paolo Roversi
Varcare la soglia della Galleria Paolo Roversi al MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna significa accedere alla dimensione onirica di uno dei più influenti e celebrati fotografi contemporanei italiani. Proprio il Comune di Ravenna, con l’Assessorato alla Cultura, ha voluto dedicare un nuovo spazio permanente al maestro, un luogo tangibile in cui la sua estetica svela il legame profondo con lo sfavillio dei mosaici delle basiliche di Sant’Apollinare e di San Vitale, e del Mausoleo di Galla Placidia.

In un campo dove contano le stagioni, Roversi ha saputo inseguire l’assoluto. Pur avendo lasciato nel 1973 la sua città natale per trasferirsi a Parigi, in un certo senso non l’ha mai abbandonata: l’ha ricreata nel suo Studio Luce in Rue Paul Fort, traslandola, con la sua nebbia, le sue ombre e quel suo mistero, nelle sfumature lattiginose e opalescenti di fashion stories che hanno segnato la storia della moda.

Tra i ritratti di muse come Golshifteh Farahani, Kate Moss e Naomi Campbell, e la magia della torcia dipinta nel buio, l’artista evoca ancora la danza delle ombre della sua cameretta in Piazza dell’Aquila. Una restituzione che oggi trova una casa permanente all'ultimo piano del MAR, dove il maestro si racconta in questa intervista per Gentleman.

Gentleman. Cita spesso Ungaretti, in particular la poesia Casa Mia:
Sorpresa
dopo tanto
d’un amore.
Credevo di averlo sparpagliato
per il mondo.
Siete due nomadi, entrambi avete abitato in Francia per un certo periodo… Quali sono i punti che avete in comune?
Paolo Roversi. I punti m’illuminano d’immenso… A parte le battute, vede ci sono poeti che si studiano a scuola e poi ci sono poeti che si studiano e basta. Ungaretti l’ho sempre letto, mi ha sempre toccato profondamente. Come del resto anche Montale, Baudelaire, Rimbaud.

Gentleman. Una sua particolarità sono i suoi tempi di posa lunghi che richiedono pazienza, attesa, quasi immobilità. Che rapporto ha con la velocità del mondo contemporaneo?
Paolo Roversi. Perché mi fa domande difficili? Tutto oggi è molto più veloce, è vero. Ma questo non è necessariamente un male. Non è neanche necessariamente un bene, però. Quello che posso dire è che a me piace la lentezza, mi piace la pazienza, mi piace l’attesa, mi piacciono tutte le cose che hanno poco a che fare con la velocità. Tranne la macchina, in macchina mi piace andare forte.

Gentleman. Cita spesso la luce di Ravenna ma poi è la “danza delle ombre delle pareti della sua cameretta che guardava Piazza dell’Aquila” che lei dice di avere sempre rievocato nelle sue foto. Il suo è un inganno dei sensi come nella Caverna di Platone?
Paolo Roversi. Vede che mi chiede le cose difficili… Diciamo che le mie erano ombre di fantasmi. Nella mia immaginazione abitavano angeli che volano insieme ai demoni. E questa cosa è rimasta impressa nelle mie foto.
Gentleman. Parlando di fantasmi, vengono in mente i registi cinematografici…
Paolo Roversi. Oh sì. Fellini, Bergman, Kubrick. Tutti diversi tra loro, tutti da me molto amati. Dimenticavo Charlie Chaplin.
Gentleman. Per la pittura?
Paolo Roversi. Vermeer, Morandi, Chagall.
Gentleman. Quali sono stati i suoi Maestri?
Paolo Roversi. Ho imparato qualcosa da tutti i Maestri, ma ne cito alcuni: il fotografo tedesco August Sander, grandissimo ritrattista. Diane Arbus. Robert Frank.

Gentleman. Come si è sentito la prima volta che è stato chiamato Maestro?
Paolo Roversi. Vecchio.
Gentleman. Si sente un Maestro?
Paolo Roversi. No, per niente. Penso di avere fatto il mio lavoro con onestà, con sincerità, rispettando quelli che sono stati i miei Maestri, cercando di non tradirli mai.
Gentleman. Che cosa è importante per lei oggi?
Paolo Roversi. Trasmettere la mia passione per la fotografia alle nuove generazioni. Mi piace insegnare.
Gentleman. Un insegnamento?
Paolo Roversi. Dico sempre che per fare una fotografia bisogna mettere il cuore dentro la macchina fotografica. Le foto non le fa la macchina, ma il fotografo. Io non insegno la tecnica, quella la possono imparare da soli. Cerco di smuovere le loro anime.

Gentleman. Ha mai usato il cellulare per fare le foto?
Paolo Roversi. Mai.
Gentleman. Che cosa pensa delle foto scattate con i cellulari?
Paolo Roversi. Credo sia un grande inquinamento di immagini che non servono a niente e che non dicono niente. Per me un’immagine è un oggetto, non un pixel nell’etere che svolazza sullo schermo.
Gentleman. Ha sempre avuto un rapporto speciale con Kate Moss. Che cosa la rende così speciale?
Paolo Roversi. Una potenza incredibile. Come lei non ce ne sono più. Oggi la bellezza dura come un post è instagrammabile.
Gentleman. Nei suoi scatti i trascinamenti di colore, le sfuocature e le solarizzazioni sono segni distintivi. Come riesce a evitare la trappola della perfezione digitale che sembra, invece, respingere il mistero?
Paolo Roversi. Ma non è così difficile essere imperfetti. Basta approfittare degli errori, della casualità, e non avere esigenze tecniche di perfezione.
Gentleman. Ha ancora la sua scorta personale di Polaroid e con quale criterio la usa?
Paolo Roversi. Purtroppo, sono tutte scadute, potrei fare delle prove per vedere che cosa succede, ma temo non succeda più gran cosa.

(riproduzione riservata)
- Crea un report sulle mostre d'arte permanenti dedicate a grandi fotografi italiani.
- Esplora altri articoli che approfondiscono la relazione tra arte, fotografia e la dimensione onirica.
- Come ha evoluto il mercato della fotografia d'arte nell'ultimo decennio, considerando l'impatto delle nuove tecnologie?
Native Content