Perché il nuovo Robin Hood con Hugh Jackman è un thriller spietato che distrugge la leggenda
Addio calzamaglie e retorica: in Robin Hood - Il prezzo del sangue, Michael Sarnoski trasforma l'eroe di Sherwood in un brutale serial killer del Duecento.
Robin Hood - Il prezzo del sangue (The Death of Robin Hood, nelle sale dal 13 agosto per I Wonder Pictures)

Dimenticate le calzamaglie verdi, la gioviale spavalderia di Errol Flynn e persino la ruvida possanza di Russell Crowe. Dimenticate soprattutto quel concetto rassicurante, un po’ socialdemocratico ante litteram, secondo cui rubare ai ricchi per dare ai poveri fosse un'occupazione a tempo pieno esercitata tra una canzone e l'altra con i Merry Men a Sherwood.
Nel nuovo, cupissimo Robin Hood - Il prezzo del sangue (The Death of Robin Hood, nelle sale dal 12 agosto per I Wonder Pictures), diretto da Michael Sarnoski, il leggendario fuorilegge non è niente di tutto questo. È, molto più banalmente e ferocemente, un serial killer del Tredicesimo secolo affetto da un disturbo post-traumatico da stress e da una totale assenza di empatia.
La decostruzione (fango compreso) del mito

Hollywood ha una vera e propria ossessione per il de-aging e il revisionismo, ma Sarnoski, già apprezzato per Pig e A Quiet Place- Giorno 1, spinge il pedale sull'operazione opposta. Prende il mito, lo spoglia di ogni orpello romantico e lo immerge in una pozza di fango, sangue coagulato e brughiere desolate.
La premessa storica, del resto, parla chiaro: di Robin Hood non esistono tracce ufficiali negli archivi dell'epoca, ma solo ballate medievali spesso discordanti. Nelle primissime fonti orali, Robin era poco più di un tagliagole scellerato che la fantasia popolare ha convertito, con secoli di spin doctoring, in un paladino dei deboli. Sarnoski si aggancia precisamente a questa contraddizione: cosa succede quando la post-verità storica trasforma un massacratore seriale in un eroe da fiaba?
"Ho derubato e ucciso per il solo gusto di farlo, niente di più", ringhia a un certo punto un devastato Robin Hood interpretato da Hugh Jackman a chi prova a celebrarne le gesta. E c'è da credergli.
La dialettica della colpa: la vera scommessa del film

Se i primi trenta minuti regalano sequenze d'azione di una brutalità fisica quasi insostenibile (grazie al maestoso lavoro sulle coreografie di scontro nel fango), la seconda parte del film rallenta drasticamente, virando verso una meditazione cupa sulla memoria, la colpa e la possibilità di espiazione.
Nel priorato sul mare, il confronto quotidiano tra l'ex fuorilegge e suor Brigid (Jodie Comer) si trasforma in un vero e proprio processo morale. La priora costringe il bandito a guardare dentro il vuoto dei propri crimini, smontando pezzo per pezzo la retorica dell'eroe che lui stesso ha contribuito a diffondere per spingere "gli sciocchi a seguirlo nell'oscurità". Tra lebbrosi profetici, giovani assetati di vendetta e dialoghi rarefatti, il film riflette su come le storie che ci raccontiamo possano giustificare i peggiori orrori.

Un'opera spiazzante e antieroica per definizione, che non cerca il consenso facile del pubblico da blockbuster ma preferisce interrogarsi su che cosa rimanga davvero quando la musica finisce e la leggenda deve, finalmente, fare i conti con la realtà.
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