Per cominciare ad avere un quadro chiaro di ciò che potrà significare la presidenza di Donald Trump nel campo della finanza, si rifletta sul retweet di Elon Musk - che avrà formalmente o informalmente un ruolo centrale nella nuova amministrazione - di un post del senatore Mike Lee, il quale sostiene che la Federal Reserve deve essere sottoposta alla direzione del presidente Usa perché così vorrebbe la Costituzione. In sostanza, niente autonomia e indipendenza; anzi, come ritiene il senatore, la fine della Fed.
Ciò si verifica nei giorni in cui si assiste a balzi del bitcoin, in particolare dopo l'esito elettorale, avendo anche presente che il presidente neo eletto ha detto nella campagna elettorale che avrebbe reso l'America «la cripto capitale» del mondo e la superpotenza bitcoin globale. E ciò dopo che in precedenza aveva espresso in materia giudizi non positivi.
Nei confronti del capo della Sec Gary Gensler, che ha espresso preoccupazione per lo sviluppo dei cripto asset ha manifestato contrarietà al loro incremento non regolato, il tycoon starebbe preparando il dimissionamento (ovviamente se ammissibile).
Ciò del resto fa il paio con l'avversione di Trump nei confronti del presidente della Fed, Jerome Powell, a proposito del quale, tempo fa, aveva detto che, se avesse vinto le elezioni, lo avrebbe «cacciato». Powell comunque ha ricordato che la legge è dalla sua parte e non può essere destituito prima della fine del mandato.
Si potrebbe purtroppo osservare a questo punto: altro che rispetto dei checks and balances, pilastro della democrazia americana. Saremmo, se si passasse all'attuazione, a un comportamento leonino nella suddivisione delle spoglie, dove il re degli animali della favola prende tutto, in questo caso nel campo istituzionale e in quello economico connesso.
La questione bitcoin (e delle altre criptocurrency), a proposito della quale questo giornale ha pubblicato ieri un illuminante intervento del presidente della Consob Paolo Savona, involge problemi anche metaeconomici perché, come scrive Savona, la creazione e circolazione delle cripto riduce la sovranità degli Stati e altera la distribuzione del reddito tra chi riesce a «minarle» e chi no, producendo però ricchezza con il proprio lavoro.
Uno sviluppo a livello mondiale di tali asset non regolati finirebbe con la conseguenza di indebolire la supremazia globale del dollaro e alterare gli equilibri geopolitici. Se in risposta si pensa addirittura di eliminare o drasticamente ridimensionare i ruoli e i controlli - quelli della Fed a oltre un secolo dalla sua esistenza e della Sec a novant’anni dall'istituzione - o tout court sopprimere queste istituzioni ovvero riportarle sotto l'Esecutivo, ci si deve solo augurare che questi propositi siano «voce dal sen fuggita», non abbiano comunque seguito perché, diversamente, sarebbero una iattura per tutti, universale.
Oggi il problema è approfondire tutti i risvolti dei cripto-asset, come da tempo sollecita a fare Savona, e poi passare a una regolamentazione che dovrebbe basarsi su accordi internazionali, quindi misure nazionali che vadano ben al di là dei passi, pur non da sottovalutare, ma comunque iniziali, compiuti in sede europea e n ei recepimenti nazionali.
È vero che in ambito teorico si è pure discusso molto tempo fa sull'ipotesi della non esistenza di una banca centrale in un Paese, un tema trattato finanche da Milton Friedman. Ma la conclusione (non di Friedman) ampiamente sostenuta è che una banca centrale è così essenziale che, se non esistesse, bisognerebbe inventarla. Dare ora segnali, come quello della soppressione o della «cacciata» dei vertici di istituzioni autonome e indipendenti e farlo con la leggerezza di un retweet come se si trattasse di chiusure di un negozio di frutta o del cambio della relativa proprietà mostra non solo l'incompetenza e la faciloneria di chi potrebbe essere chiamato a occuparsi della materia ma anche da un pericoloso segnale ai mercati e ai risparmiatori non solo americani.
Tuttavia vale quanto Savona osserva: se a livello degli Stati Uniti e in sede globale non si dovesse provvedere alla regolamentazione delle criptovalute e la normativa europea risultasse, alla fine, inadeguata, allora, per l'Italia, si deve aver presente che vige sempre l'articolo 47 della Costituzione sulla tutela del risparmio il quale impone di intervenire con norme e controlli.
Saranno misure limitate e oggettivamente meno efficaci di quelle supranazionali, date la creazione e circolazione di questi asset in ambito internazionale; tuttavia occorrerà prevenire i rischi indicati da Savona e agire per tutelare risparmio e risparmiatori, in particolare di quelli meno consapevoli dei caratteri di questi acquisti e investimenti. (riproduzione riservata)