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Trump e la guerra in casa sua, il movimento Maga si disperde in mille rivoli

di Vincenzo Profeta*
07 aprile 2026, 18:00 Ultimo aggiornamento: 21:35

Lo scontro in Iran divide i sostenitori del presidente. Molti di loro lo avevano votato per mettere la parola fine alle «guerre infinite». E adesso che cosa faranno? 

Il trumpismo è in crisi? Il movimento Maga, che aveva fatto della compattezza anti-sistema e della critica alla stessa democrazia americana una forza motrice in grado di trainare un paese, oggi è frammentato e confuso. Quella compattezza è svanita.

Le ultime sull’Iran lo hanno portato sull’orlo dell’implosione. La data del coming out può essere il 17 marzo 2026, quando Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center (Nctc) degli Stati Uniti, ha rassegnato le dimissioni con effetto immediato. La sua decisione ha segnato una profonda frattura all'interno dell'amministrazione Trump, motivata da forti contrasti etici e strategici riguardanti il conflitto in corso con l’Iran.

Kent considera inutile questa guerra e, secondo i suoi dati, l’Iran non costituisce un pericolo per gli Stati Uniti. L’ira di Trump si è subito abbattuta su Kent, accusato di essere un traditore e apostrofato pubblicamente come un «fottuto codardo».

Pochi giorni dopo l'addio (19 marzo 2026), l'Fbi ha aperto un'indagine su Joe Kent con l'accusa di aver diffuso informazioni e file riservati. Kent ha commentato l'accaduto definendolo un tentativo di vendetta della stessa amministrazione.

Candace Owens si ribella

Tra gli ex amici di Trump bisogna annoverare anche la maggiore influencer afroamericana di destra Maga: Candace Owens è in aperta e durissima polemica con Trump. Quello che un tempo era un legame di ferro si è trasformato, tra il 2025 e l'inizio del 2026, quasi in odio per la più influente avversatrice del movimento Black Lives Matter nella sfera afroamericana.

Nell'aprile 2026, la Owens ha definito l'amministrazione Trump «satanica», arrivando a descrivere Trump come posseduto da entità demoniache e poi apostrofandolo come un «Re folle» (Mad King), sostenendo la sua presunta instabilità mentale e schizopatia e chiedendone le dimissioni immediate, diffondendo su tutti i suoi social che sarebbe circondato da «fanatici religiosi» che lo avrebbero convinto di essere una sorta di messia.

Gli effetti sul Partito Repubblicano

Il Maga resta però ancora capace di mobilitare milioni di elettori e orientare il Partito Repubblicano. Ma il problema è che il movimento è diventato un ecosistema e, come tutti gli ecosistemi, tende a frammentarsi, spartirsi i ruoli, i poteri e a creare una concorrenza interna spietata. Non è solo voglia di pace, insomma.

Le divergenze riguardano soprattutto la politica estera, ovviamente. Il trumpismo era nato anche come reazione alle cosiddette «guerre infinite» degli Stati Uniti. Una parte consistente della base, specie i più giovani, non vuole la guerra, lamenta la perdita di potere d’acquisto, l’appoggio a Israele e cerca un’America più isolazionista, meno interventista, capace di pensare a se stessa: modello Cina, proprio quella Cina tanto idolatrata dagli accelerazionisti più estremi (vedere Nick Land, il filosofo dell’illuminismo oscuro, che lì ci vive e vegeta).

Tra i protagonisti della frattura c’è anche Tucker Carlson, per anni uno dei principali sostenitori mediatici del trumpismo, una mitraglietta conservatrice che ha portato milioni di voti, che si è trasformato presto nella corrente più critica sulla guerra e si attesta su posizioni anti-Israele. Il suo peso non è ancora politico, ma culturale: agisce sugli intellettuali, specie sui giovani nerd bianchi e radicali.

Quando inizi a litigare su cose fondamentali, quando i tuoi media si accusano a vicenda di tradimento e la base inizia a dubitare e parlare dei tuoi presunti scandali, degli insabbiamenti e persino a insinuare, negli elementi più complottisti, che la guerra stessa sia una mossa per distrarre dallo scandalo Epstein, vuol dire che qualcosa di grosso bolle in pentola nella polveriera Usa.

Intanto l’ideologo Steve Bannon vuole il Trump del 2016 ed è tornato a essere esigente ed estremo, anche se spesso allontanato dalla stessa cricca di Trump. Bannon vuole una coerenza politica che l’attuale trumpismo non può garantire: un tira e molla a metà tra il meme e la messa in scena tra i due, che ormai è storia politica.

Chi dopo Trump?

Chi potrebbe sostituire Trump se dovesse avvenire una detronizzazione? Sul piano istituzionale, il governatore della Florida Ron DeSantis incarna il tentativo di rendere il trumpismo più establishment: stesso elettorato, ma approccio più moderato. È la versione ordinata di una rivolta che deve saper governare, avere le mani in pasta. La sua cultura da repubblicano tradizionalista, però, non fa presa sui giovani, i cui umori già bollano come corrotto e bollito lo stesso Trump.

Diverso il caso di Marco Rubio, esponente anche lui del Partito Repubblicano tradizionale, vicino ai Maga più per convenienza e opportunismo. Dopo aver perso contro Trump nel 2016, si è progressivamente allineato alla concorrenza. Non vuole il cambiamento, ma ne garantisce la continuità istituzionale, probabilmente, almeno a parole.

Per ora JD Vance rappresenta l’unica vera possibile evoluzione del trumpismo, se mai sopravviverà a se stesso. È vicino alla base populista e rednecks, la base più povera e operaia, ma ha anche legami con ambienti tecnologici e finanziari: pensa che l’AI possa essere il nuovo sogno americano ed è questo che vuole vendere al Paese. Non si pone in rottura con Trump, ma in continuità.

Si piazza piuttosto bene rispetto alla concorrenza: grazie a una bella presenza, uno stile sobrio e i pochi e chiari concetti che esprime, si candida come naturale erede. Infatti è letteralmente il bersaglio della base più critica: il suo low profile, ambiguo e furbo, potrebbe portarlo alla Casa Bianca, visto che Trump ha ancora la maggioranza dei voti Maga e potrebbe in qualche modo passarglieli.

E poi ci sono due personaggi che non possono essere eletti presidenti degli Stati Uniti perché nati all’estero ma contano moltissimo: il miliardario iper tecnologico Peter Thiel, co-fondatore di Palantir, gay conservatore, che ama tenere conferenze sull’Anticristo (anche a due passi dal Vaticano!) e maestro di Vance.

E poi Elon Musk: anche lui contribuisce a ridefinire il campo, abbastanza confuso. La sua visione, centrata ovviamente su tecnologia, libertà di espressione e innovazione, intercetta una parte crescente della destra americana, soprattutto tra i più giovani, legati spesso all’economia online, ai forum, alla libertà di parola e di espressione online, che Trump, con incredibili e deliranti autogol, è arrivato persino a negare.

Attenzione: Trump domina ancora la scena, riesce ancora a ipnotizzare un popolo con la sua tecnica mediatica accendi-spegnì, in stile dopamina. È ancora, per poco forse, l’unico punto in comune tra tutti questi nuovi squali e squaletti, possibili pretendenti alla Casa Bianca. (riproduzione riservata)

*artista e scrittore, autore del romanzo Viola, Gog Edizioni



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