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Tribunali come imprese? Nessuno scandalo
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Tribunali come imprese? Nessuno scandalo

di Sara Biglieri - partner Dentons
MF - Numero 112 pag. 18 del 09/06/2021

Semplificazione, speditezza e razionalizzazione sono i principi ispiratori della proposta di riforma della giustizia civile elaborata dalla vommissione nominata dalla ministra Marta Cartabia. La proposta si muove nella giusta direzione, abbandonando l’impostazione del ddl As 1662 (meglio conosciuto come ddl Bonafede), che rimane oramai a fare da mera cornice formale a un maxi-emendamento che (fortunatamente) condivide ben poco con il testo originario. Sono da salutare con favore molti interventi volti ad affrontare i tanti mali della giustizia civile italiana. In primis, l’eccessivo carico di lavoro degli uffici giudiziari: basti pensare che il numero dei contenziosi civili pendenti al 31 dicembre 2020 era di ben 3.292.218. Con scopi deflattivi vengono proposte misure volte ad ampliare e incentivare, anche attraverso agevolazioni fiscali, la mediazione. Importante la proposta che prevede l’esenzione (fatti salvi i casi di dolo o colpa grave) della responsabilità contabile dei rappresentanti delle amministrazioni pubbliche che raggiungano una conciliazione in seno a un procedimento di mediazione. Al fine di incentivare il ricorso all’arbitrato, fa finalmente ingresso anche in Italia la possibilità di prevedere in via generale che gli arbitri possano adottare misure cautelari. Nella stessa ottica deflattiva, la proposta di riforma prevede altresì sanzioni rafforzate e applicabili anche in via di ufficio, per limitare le liti cosiddette temerarie. In secondo luogo o meglio il «secondo male»: un processo civile complesso, lungo e inefficiente. E sulla revisione del processo civile, gli interventi proposti, anche se nella maggior parte condivisibili, risultano frammentari e rischiano di non essere sufficienti. Le principali novità riguardano un maggiore ricorso al giudice monocratico, l’ampliamento delle competenze del giudice di pace (senza però migliorarne la professionalità), l’anticipazione delle istanze istruttorie negli atti introduttivi, la possibilità di sostituire le udienze in presenza (così come avvenuto per esigenze sanitarie durante la pandemia) con udienze da remoto o scambio di note scritte, l’ampliamento del ricorso al cosiddetto rito sommario (ora rinominato «procedimento semplificato di cognizione») con possibilità di pronunciare ordinanze provvisorie di accoglimento o rigetto, di fronte a casi di manifesta infondatezza.

Il limite della proposta di riforma, probabilmente dovuto anche ai tempi stretti in cui la commissione si è dovuta muovere, è la mancanza di una modifica strutturale del processo, prevedendo un rito unico, sempre introdotto con ricorso, con termini a comparire ridotti e con poteri rafforzati del giudice di indirizzo e gestione della causa, sulla falsa riga di quanto previsto nel più veloce ed efficiente rito del lavoro. Infine l’ultimo «male»: l’inefficiente organizzazione degli uffici giudiziari. Sicuramente positiva è la proposta di piena realizzazione dell’ufficio del processo. Finalmente i magistrati potranno contare su personale ausiliario qualificato per lo studio dei fascicoli, gli approfondimenti giurisprudenziali, la preparazione di bozze, la verbalizzazione e l’utilizzo degli strumenti informatici. Finalmente il magistrato non si dovrebbe più trovare solo nella gestione delle controversie. Di impatto favorevole dovrebbe altresì risultare anche il completamento della digitalizzazione. Ma tutto ciò sarà sufficiente a consentire all’Italia di non essere più tra i fanalini di coda a livello europeo per la durata dei processi civili e a garantire ai cittadini e alle imprese una giustizia veloce e prevedibile? Il miglioramento dell’efficienza dei tribunali dovrebbe passare necessariamente da una riorganizzazione degli uffici giudiziari fondata su criteri di managerialità, trasparenza, produttività e meritocrazia. Non ci dobbiamo scandalizzare di parlare di tribunali come imprese. Il personale direttivo degli uffici giudiziari dovrebbe ricevere un’adeguata e continua formazione manageriale, avere poteri di gestione rafforzati, una maggiore autonomia organizzativa ed essere coadiuvato per l’attività operativa da personale ad hoc. Dovrebbero essere pubblicati periodicamente gli indicatori di performance degli uffici giudiziari (numero di provvedimenti emessi, confermati e riformati) per poter consentire al ministero di intervenire nelle sedi più disagiate. Infine, il criterio meritocratico dovrebbe fare capolino nelle aule dei tribunali, senza beninteso andare a ledere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. (riproduzione riservata)



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