Tornano i timori di inflazione tra gli investitori di tutto il mondo per le nuove strette sui dazi di Donald Trump e i rincari dei costi dell’energia. «I consumatori si preparano a possibili rialzi dei prezzi come conseguenza delle maggiori tariffe applicate dagli Usa», afferma Raphael Thuin, strategist di Tikehau Capital. Dopo aver raggiunto i massimi nel 2022, all’11%, a causa del Covid e della guerra in Ucraina, l’indice dei prezzi al consumo dei Paesi più ricchi è risalito dal 2,1% di settembre 2024 al 2,5% di dicembre. In Italia l’inflazione (indice Nic) è scesa dal picco dell’8,1% del 2022 all’1% del 2024, ma a gennaio scorso è aumentata dell’1,5% su base annua in accelerazione dall’1,3% di dicembre 2024 a causa degli aumenti dell’energia. Anche nell'intera Ue l'inflazione ha fatto registrare un rialzo il mese scorso confermando un trend iniziato a ottobre. Secondo la stima di Eurostat, nella zona euro a gennaio si è attestata al 2,5%, dal 2,4% di dicembre, il quarto aumento consecutivo mensile. E nell’Ue è salita dal 2,7% di dicembre al 2,8%. A gennaio di un anno fa, era al 2,8% nei Paesi dell'euro e al 3,1% nell'Ue.
«Continuiamo ad aspettarci uno scenario di stagflazione nell’euro-zona, dove una lieve ripresa della crescita sarà sostenuta da consumi più forti, ma gli investimenti rimarranno contenuti», affermano gli economisti di Schroders. L’ipotesi di stagflazione, ovvero di debolezza dell’economia e di aumento dei prezzi, si riflette nelle nuove stime: «Abbiamo abbassato le nostre previsioni di crescita per il 2025 dall'1,2% all'1,1%», perché «le questioni strutturali che interessano il settore manifatturiero tedesco rimarranno irrisolte quest'anno, mentre l'incertezza sulle prospettive commerciali e sui dazi peserà ulteriormente sulle decisioni di investimento delle imprese». E sul fronte dell’inflazione sempre per la zona euro, gli economisti di Schroders hanno aggiornato la previsione «per il 2025 dal 2,2% al 2,4% su base annua, sulla scia dell'aumento dei prezzi dell'energia e dei generi alimentari, mentre continuiamo a prevedere che l'inflazione core (ovvero esclusi energia, alimentari, alcol e tabacco, ndr) resterà elevata, al 2,3%. Anche l'inflazione dei servizi sembra destinata a rimanere alta, poiché la resilienza del mercato del lavoro consente ai sindacati di mantenere un forte potere contrattuale nelle trattative salariali».
Nel frattempo «la Bce ha assunto un atteggiamento più accomodante, spostando la sua attenzione dall'inflazione elevata alla crescita lenta», osserva Schroders che, malgrado ciò, è dell’idea che Christine Lagarde sia arrivata quasi al capolinea sul fronte del taglio del costo del denaro. «Prevediamo che la Bce smetterà di tagliare i tassi a giugno, con il tasso sui depositi al 2,25% (oggi è al 2,75%, ndr). Al contrario, i mercati si aspettano che la Bce ridurrà il tasso di deposito al di sotto del 2%». Tassi più alti del previsto danno sicuramente più armi agli investitori per raggiungere i propri obiettivi di rendimento. D’altra parte se ha ragione chi prevede un’inflazione più elevata è necessario mettere in atto fin da subito adeguate coperture per non correre il rischio di farsi erodere il capitale.
«Quando l'inflazione è elevata, un portafoglio con asset reali, in particolare immobili, infrastrutture e terreni agricoli per l'esposizione alle materie prime, ha storicamente battuto un tipico portafoglio bilanciato 60/40 tra obbligazionario e azionario, con una minore volatilità», premette Saira Malik, responsabile degli investimenti di Nuveen. Che preferisce questa tipologia di attivi all’oro, da sempre considerato una riserva di valore. Il metallo giallo ha raggiunto nuovi record di prezzo oltre 2.900 dollari l’oncia, con un rendimento del 42% negli ultimi 12 mesi, più del doppio del 19% dell'indice azionario Usa S&P 500 (compresi i dividendi reinvestiti) e molti analisti prevedono che salirà ancora. Nel corso dell’ultimo mese Goldman Sachs e Ubs hanno portato le loro previsioni per il 2025 rispettivamente a 3.100 e 3.200 dollari, mentre BofA si spinge a stimare un rialzo fino a 3.500 dollari l'oncia se la domanda di investimenti, già alta, aumentasse del 10%.
E proprio l’incremento degli acquisti di oro da parte di banche centrali (soprattutto di Cina e India che dopo il congelamento dei beni della Russia per la guerra in Ucraina hanno iniziato a diminuire la concentrazione dei loro patrimoni sul dollaro) e da parte degli Etf specializzati su questo metallo (come effetto della ripresa delle sottoscrizioni, 3 miliardi di dollari solo a gennaio scorso) hanno finora sostenuto il rally dei prezzi. Basti dire che a inizio del 2024, da quando la corsa ha avuto un’accelerazione, le quotazioni erano poco sopra i 2 mila dollari l’oncia, rispetto ai 1.900 dollari del febbraio 2022 all’inzio della guerra in Ucraina. «In un contesto di incertezza e volatilità come quello attuale, l'oro ha assunto sempre più il ruolo di diversificatore del portafoglio. A fronte di un’inflazione elevata, dazi generalizzati e tensioni geopolitiche, ha già riportato un aumento dei prezzi dell’8% da inizio anno. Sebbene gli investitori lo considerino la miglior copertura contro l’inflazione, a nostro avviso riteniamo più interessanti su questo fronte gli asset reali che generano reddito», afferma Malik.
Quanto all’immobiliare, la money manager di Nuveen sottolinea che il mercato «sta attualmente affrontando una situazione di contrazione dell'offerta, in quanto l'aumento dei costi ha determinato una riduzione delle nuove costruzioni. Negli Stati Uniti, ad esempio, erano circa dieci anni che non si registravano così pochi nuovi progetti di appartamenti ed edifici industriali come oggi. Anche nei segmenti degli uffici e del commercio al dettaglio i livelli sono ai minimi storici. Per gli investitori nel real estate, la scarsità dell'offerta può essere di supporto per la crescita degli affitti, generando più reddito, e può portare a un aumento dei valori degli immobili».
Sul fronte delle infrastrutture, prosegue Malik, «in generale, le società di questo comparto beneficiano di una domanda non influenzata dai prezzi per i servizi primari che offrono. Questo ha reso l'asset class un efficace strumento di protezione contro l'inflazione, in grado di resistere all'aumento dei prezzi grazie alle clausole di adeguamento incluse nei contratti sottostanti». Un esempio arriva dal settore energetico. «Nonostante le quotazioni del petrolio possano essere soggetti a un tetto massimo, dato che l'agenda del presidente Trump, favorevole alle trivellazioni, comporta la creazione di un'offerta più ampia, detenere asset infrastrutturali legati alla generazione e alla distribuzione di energia può essere interessante», dice Malik. Inoltre anche se le politiche di Trump non siano a favore del green, l’esperta di Nuveen ritiene comunque che «l'accelerazione delle spese in conto capitale per la generazione di energia attraverso le fonti rinnovabili, il gas e l'energia nucleare, insieme ai potenziamenti della rete elettrica, tutti necessari per soddisfare una crescita senza precedenti della domanda, sarà un tratto distintivo del futuro panorama energetico statunitense».
Oltre al petrolio, molte altre commodity, come i prodotti alimentari e le materie prime, sono componenti degli indici dell'inflazione. «Con l'aumento dei loro prezzi, aumentano anche i ricavi e i rendimenti di cassa degli asset reali che producono queste commodity. Aree come i terreni agricoli e quelli boschivi tendono a essere meno influenzate dai fattori che causano le oscillazioni quotidiane dei mercati azionari e obbligazionari, offrendo una potenziale fonte di diversificazione del portafoglio e interessanti opportunità di reddito. Ciò li rende particolarmente degni di considerazione in un contesto in cui il percorso verso un'inflazione del 2% rimane sfidante», dice Malik. Anche i gestori di Pharus avvertono che «i recenti aumenti dei prezzi dell’energia rappresentano un rischio al rialzo per l’inflazione europea, e potrebbero ritardare il ritorno al target del 2% più a lungo del previsto».
In questo scenario, secondo Paolo Barbieri, responsabile obbligazionario di Valori Asset Management «l'attuale situazione dei tassi d'interesse permette la costruzione di un portafoglio diversificato che può superare il tasso d'inflazione. Tale portafoglio deve contenere un giusto mix di qualità del credito, duration contenuta e ricerca di rendimento». Il basket in obbligazioni ed Etf costruito da Valori Am, nello specifico, ha un rendimento medio del 4,3% (si veda tabella in pagina) e presenta una quota investita in emissioni societarie investment grade (alto merito di credito), high yield (basso rating) in euro e in bond ibridi. A tali titoli si aggiungono obbligazioni di mercati emergenti in dollari e bond AT1 «per cercare di cogliere l'extra rendimento con duration contenute», segnala Barbieri. Nel paniere c’è anche «il tradizionale strumento per proteggersi contro l'inflazione come il Btp inflation linked con scadenza 2029 e un Btp decennale al 2035 per cogliere le eventuali opportunità di una Bce più espansiva del previsto», spiega il gestore di Valori Am. Nella selezione ci sono poi due singole obbligazioni societarie con scadenza due anni, nel 2027. «Sono Newlat Food e Alerion che hanno un buon rapporto rendimento/duration e pur non avendo un rating presentano metriche da BBB/BBB- (ovvero investment grade, merito di credito più elevato, ndr)», spiega il gestore. A conclusione Valori Am ha inserito un Etf specializzato sulle obbligazioni convertibili «per avere più sensibilità ai movimenti degli asset più rischiosi», come le azioni, sintetizza Barbieri. (riproduzione riservata)