I dati sull’inflazione americana hanno rimescolato le carte sul tavolo della Federal Reserve e un cambio di politica, forse verso una linea un po’ meno da falco, avrebbe ripercussioni importanti sia sui mercati azionari sia su quelli obbligazionari.
Ma andiamo con ordine. Mercoledì 12 agosto sono stati pubblicati i dati dell’inflazione americana. Il tasso annuale è rallentato per il secondo mese consecutivo, attestandosi al 3,4% a luglio, in calo di 0,1 punti percentuali, e in linea con le aspettative degli analisti. Mentre il tasso di inflazione annuale al netto delle componenti volatili è sceso al 2,5%, rispetto al 2,6% del mese precedente. Inoltre, su base mensile, l'indice dei prezzi al consumo (Cpi) è aumentato dello 0,1%, riprendendosi dal calo dello 0,4% registrato a giugno.
L'economia statunitense continua a mostrare una notevole resilienza, sostenuta da una solida spesa dei consumatori e dai continui investimenti legati all'intelligenza artificiale. Il mercato però rimane diviso sulla possibilità di ulteriori strette monetarie da parte della Fed, attribuendo una probabilità significativa a un nuovo rialzo dei tassi durante l'autunno. Secondo Bloomberg, il mercato prevede una probabilità del 33,2% di un aumento dei tassi a settembre, in calo rispetto al 48,1% precedente alla pubblicazione del Cpi. Mentre, secondo lo strumento FedWatch del Cme, la probabilità di un rialzo a ottobre è scesa al 60% (-15%). Il mercato sconta attualmente un rialzo dei tassi Fed a dicembre 2026.
Ma come hanno reagito i mercati europei ai dati sull’inflazione americana? Nella seconda settimana di agosto, tutti gli indici delle principali borse europee hanno raggiunto nuovi record. Piazza Affari ha toccato ancora una volta intraday 54 mila punti e si attesta stabile intorno ai 53.900 punti. Francoforte ha superato 26.400 punti e continua a viaggiare al rialzo, nonostante il sentiment in Germania sia ai minimi storici. Anche Parigi, ormai, continua a ritoccare il suo record, mentre il Ftse 100 di Londra è tornato sopra i 10.800 punti. «Le Borse stanno ora gradualmente escludendo l'ipotesi di un aumento dei tassi d'interesse da parte della Federal Reserve a settembre», ha dichiarato Thomas Altmann, portfolio manager presso la società di gestione patrimoniale QC Partners. «I dati sull'inflazione hanno rassicurato i mercati in modo duraturo».
In questo periodo la novità per il mercato europeo è la minor dipendenza da un ristretto gruppo di società legate all’AI o dalle banche. Le revisioni al rialzo degli utili si stanno estendendo a molteplici settori e comparti industriali, creando un contesto più solido e duraturo per le performance. Il consenso per quest’anno prevede ora una crescita degli utili per azione in Europa vicina al 18%. Si tratta di un netto contrasto rispetto al precedente triennio, quando la crescita aggregata degli utili era praticamente assente.
I maggiori rialzi delle stime sugli utili continuano a provenire dalle società che beneficiano dell'AI, anche grazie al calo dell’inflazione che permette di contrarre più debito. «Le aziende europee che abilitano l’intelligenza artificiale, quelle legate all'elettrificazione e alcune realtà del settore delle rinnovabili, rimangono tra i temi meglio posizionati nel nostro modello di analisi, sostenute da un forte slancio degli utili e da un sentiment favorevole», scrivono gli analisti di Ubs nel report sulla loro strategia azionaria europea. «Tuttavia, la leadership di mercato si sta estendendo oltre il solo ambito dell’AI, con i settori industriale e finanziario che partecipano sempre più attivamente al ciclo di revisione al rialzo delle stime».
Nel vecchio continente i rischi geopolitici e di policy starebbero diventando fattori favorevoli, anziché ostacoli, in quanto il conflitto in Iran non ha creato lo shock prolungato sugli utili che molti temevano. Con un possibile allentamento delle preoccupazioni sull'approvvigionamento energetico e un rafforzamento del sostegno politico, gli investitori sembrano sempre più disposti a concentrarsi sulla realizzazione degli utili piuttosto che sui rischi macroeconomici. «Continuiamo a privilegiare le società che beneficiano dell'intelligenza artificiale e degli investimenti in infrastrutture industriali – come Prysmian, Acs, Spie, Elia e Rockwool – affiancandole a titoli difensivi caratterizzati da un miglioramento del momentum degli utili, tra cui Merck, Bayer e Ucb», commentano gli analisti di Ubs. «All'estremo opposto, i settori delle attrezzature sanitarie, della vendita al dettaglio (retail) e alcune esposizioni specifiche ai consumi nel Regno Unito continuano a generare i segnali più deboli all'interno del nostro modello di analisi».
La preoccupazione per l’inflazione legata ai prezzi dell’energia ha tenuto con il fiato sospeso il mercato obbligazionario: i rendimenti dei Treasury americani hanno registrato una elevata volatilità, avvicinandosi ai massimi annuali al 4,75%, per poi ritracciare dopo la pubblicazione dei deludenti prezzi alla produzione di luglio, che sono rimasti invariati. I dati hanno rafforzato l'opinione che gli attuali livelli di inflazione non giustifichino un aumento dei tassi da parte della Federal Reserve a settembre. Tuttavia, il calo dei rendimenti è stato più contenuto nella parte a più lunga scadenza, in quanto i problemi sull'approvvigionamento energetico, causati dalla guerra in Medio Oriente, mantengono i rischi inflazionistici nel breve termine.
Passando ai bond europei, le dinamiche sono state influenzate principalmente dall'andamento dei prezzi energetici e dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente. La Banca Centrale Europea ha mantenuto un approccio prudente e attendista. Ma secondo un sondaggio condotto da Reuters, la Bce aumenterà ancora una volta i tassi di interesse a settembre, a causa dell'elevato prezzo dell'energia che allontana ulteriormente l'inflazione dal target del 2% fissato dall'istituto. Dopo questo rialzo si ipotizza una stabilizzazione, almeno fino alla metà del 2027. Infine, i Btp hanno continuato a beneficiare di forte supporto, con lo spread Btp-Bund decennale stabile nell'area 75-80 punti base.
«Gli investitori considerano ancora interessanti le valutazioni dei titoli di Stato italiani, soprattutto nel segmento 5-10 anni, mentre la dinamica favorevole delle emissioni e il miglioramento della credibilità fiscale rappresentano ulteriori fattori di sostegno», commenta Massimo Spagnol, fixed income portfolio manager di Generali Asset Management. E aggiunge: «I portafogli restano sovrappesati sui titoli di Stato italiani, affiancati da posizioni lunghe su obbligazioni dell'Unione Europea, titoli di Stato spagnoli e titoli di Stato greci, mentre mantengono un sottopeso sui titoli di Stato francesi. L'esposizione alla curva dei rendimenti continua a privilegiare le scadenze brevi e intermedie, mantenendo un sottopeso sulla parte lunga, in particolare sul segmento trentennale».
Per quanto riguarda il credito, il money manager mantiene una visione positiva: «Manteniamo una visione positiva sul settore finanziario, in particolare sul debito Tier 2 Investment Grade, privilegiando emittenti di elevata qualità e caratterizzati da un profilo difensivo, con una preferenza per il segmento di scadenza 3-7 anni», dice Spagnol. «Al contrario continuiamo a mantenere un approccio più prudente nei confronti del comparto automotive e delle obbligazioni tecnologiche a lunga scadenza». (riproduzione riservata)