I Paesi Ue sono i maggiori possessori di titoli Usa nel mondo. È possibile usare quest’arma nelle negoziazioni con Donald Trump, per esempio su difesa, energia e dazi? L’amministrazione Usa ha in effetti un crescente bisogno di trovare compratori del debito, soprattutto a causa dei deficit dovuti alle leggi di bilancio.
Nel 2001 il debito Usa era pari al 55% del pil. Nel 2008, dopo le guerre in Afghanistan e Iraq, ha raggiunto il 68%. La crisi finanziaria l’ha poi portato al 100% nel 2012. L’ultimo balzo è arrivato con il Covid: il debito è salito al 126% del pil nel 2020. Da allora è rimasto su quei livelli (124% nel 2025), in attesa di capire gli effetti della guerra in Iran.
Il problema è che, mantenendo le attuali politiche, il deficit rimarrà attorno al 7-8% del pil: questo implica, secondo i calcoli del Fmi, che il debito Usa possa arrivare attorno al 140% entro il 2031. A quel punto il valore potrebbe superare quello atteso in Italia (137%), Francia (129%), Cina (116%), Spagna (93%) e Germania (74%). L’unico grande Paese con un dato superiore resterebbe il Giappone (222%).
Una parte del debito Usa potrebbe essere finanziata attraverso gli emittenti di stablecoin in dollari. Ma serviranno anche altri compratori sul mercato. Nei giorni scorsi è emerso che le banche centrali estere (tra queste soprattutto quelle di Turchia, India e Thailandia) hanno venduto 82 miliardi di Treasury dall'inizio della guerra con l’Iran. Ora il livello totale è sceso ai minimi dal 2012.
La fiducia del mondo nei confronti degli Usa di Trump è in calo: un segno in questa direzione potrebbe essere anche la vendita dell’oro della Banca di Francia detenuto a New York, anche se la mossa è stata motivata da Parigi con ragioni tecniche (si veda MF-Milano Finanza del 27 marzo).
I Paesi esteri detengono un terzo del debito Usa, per un ammontare di oltre 9 mila miliardi di dollari. I tre Stati con la maggiore esposizione sono Giappone (1.180 miliardi), Regno Unito (866 miliardi) e Cina (683 miliardi), secondo i dati a fine 2025. Il caso di Pechino è significativo perché la Cina ha quasi dimezzato i titoli Usa detenuti rispetto al livello del 2020 (1.070 miliardi), con una percentuale sul totale scesa dal 15 al 7,3%.
I Paesi Ue, presi singolarmente, hanno un ammontare inferiore di Treasury. Gli Stati con più bond Usa sono Belgio (477 miliardi) e Lussemburgo (435 miliardi), favoriti dalla computazione per custodia titoli e non per possessori finali. Seguono poi Francia (369), Irlanda (340) e Germania (103), mentre l’Italia non è tra i primi 20 detentori nel mondo.
Se però si considerano i Paesi Ue nel complesso l’ammontare sale a 1.720 miliardi, ben sopra il livello del Giappone. Considerando anche Regno Unito, Svizzera e Norvegia si superano i 3 mila miliardi.
Nonostante i dazi imposti da Trump, le esposizioni europee sono ulteriormente aumentate nel 2025, con le uniche eccezioni di Svizzera e Germania, per importi peraltro contenuti, secondo un’analisi degli economisti del Parlamento Ue Mentor Mehmedi e Sofia Ruano Remirez. Quindi finora l’arma del debito non è stata usata dall’Europa. Secondo i dati del Tesoro Usa, i Paesi Ue hanno in totale oltre 9 mila miliardi di attivi Usa, di cui 5 mila miliardi in azioni e il resto in bond. Perciò alcuni commentatori hanno suggerito di sfruttare questa vulnerabilità degli Stati Uniti.
Gli economisti del Parlamento Ue hanno evidenziato però due problemi. In primo luogo, la maggior parte degli asset Usa non è detenuta da governi Ue, ma da privati come compagnie di assicurazione, fondi pensione, banche, investitori istituzionali e risparmiatori. In tal senso è molto complicato imporre ai privati una riduzione dell’esposizione verso gli Stati Uniti.
In secondo luogo, una vendita in massa causerebbe un forte calo del valore e quindi perdite per gli stessi investitori europei che hanno i titoli Usa. Le condizioni finanziarie si inasprirebbero, con possibile contagio all’Europa. Inoltre l’euro si rafforzerebbe sul dollaro frenando la crescita del Vecchio Continente.
Perciò secondo gli economisti l’unica possibilità è una riduzione graduale dei portafogli Usa, guidata dalla minore sicurezza degli asset: alcuni investitori europei potrebbero seguire l’esempio di Pimco che ha annunciato una pluriennale diversificazione dagli Usa.
Ma per l’Europa la partita si gioca soprattutto sulle riforme: la priorità è creare le condizioni perché il risparmio resti nell’Ue, invece di fuggire negli Usa. Su questo fronte resta fondamentale l’avvio di eurobond e di un mercato unico dei capitali. Senza tutto ciò, gli europei con ogni probabilità continueranno a finanziare a lungo le leggi di bilancio degli Stati Uniti e i piani di sviluppo delle aziende Usa. (riproduzione riservata)