Un miliardo di investimenti per far crescere il motore tecnologico dell’Italia, puntando su cloud e sovranità digitale, cybersicurezza e IoT. Tim Enterprise, la business unit del gruppo guidato da Pietro Labriola che serve oltre 30 mila clienti fra grandi imprese e pubbliche amministrazioni, nei giorni scorsi si è raccontata al mercato e, con le parole di Elio Schiavo, chief enterprise & innovative solutions officer di Tim, anche ai microfoni di Class Cnbc.
Domanda. Tim Enterprise è la business unit del gruppo Tim che si occupa di imprese e di pubblica amministrazione. Nei giorni scorsi avete tenuto un unboxing, un evento dedicato a raccontare cosa state facendo per il digitale in Italia. Diamo un rapidissimo identikit di Tim Enterprise.
Risposta. Dalle domande che ci venivano poste dalla comunità finanziaria percepivamo come non fosse sempre del tutto chiaro il valore della capacità di innovazione tecnologica che c’è in questo ramo di Tim e quanto siamo tecnologicamente evoluti. Volevamo rendere chiaro al mercato quali sono i nostri asset distintivi, perché la nostra proposizione di valore sia unica e quale sia il nostro piano.
Siamo gli unici, in Italia, ad avere una connotazione end to end: partiamo dalla connettività, dove tutta la parte di intelligenza dell’infrastruttura di rete è rimasta nel gruppo, per arrivare al nostro network di data center e alle tre fabbriche prodotto su servizi cloud, cybersecurity e Iot. Ci sono molte aziende che competono con noi in ognuno di questi segmenti ma non c’è nessuno che possieda un raggio d’azione ampio come Tim Enterprise.
D. Quali sono dentro questi segmenti le aree su cui voi scommettete ci sarà più crescita?
R. Abbiamo la fortuna di crescere bene, facendo meglio di un mercato che è di base positivo.
Noi riusciamo a batterlo perché abbiamo una serie di asset end to end che ci danno un vantaggio competitivo. I settori sono cloud, Iot e cybersecurity. Il cloud è già una realtà molto consolidata, nel 2024 abbiamo registrato oltre 1 miliardo di ricavi e quest’anno, per la prima volta, rappresenta la nostra principale linea di business.
C’è poi il lato della cybersecurezza che cresce anche perché, purtroppo, c’è un tema di rischio e di numero di attacchi sempre più alto. Il tema della connessione dei device e dell’internet delle cose è un altro trend globale e quindi in queste due aree crediamo che il mercato crescerà molto. In questo momento, sulla nostra clientela, che è fatta al 50% di grandi imprese private e al 50% di amministrazioni pubbliche, il pubblico cresce molto di più del privato perché c’è un ritardo di digitalizzazione e, quindi, un gap molto più ampio da coprire su cui il nostro posizionamento ci premia.
Per la prima volta abbiamo dato anche delle indicazioni sulla nostra marginalità: nel 2024 abbiamo registrato 3,3 miliardi di ricavi, con un gross margin pari a circa il 35% e un ebitda pari a circa il 21% dei ricavi, dando un importante contributo alla crescita complessiva di Tim.
D. Il cloud è fatto anche di data center, quanto e come investirete in questo in futuro?
R. Tim ha già 16 strutture che rappresentano circa il 20% della capacità disponibile in Italia, e ne stiamo costruendo un altro molto moderno. Prevediamo di fare circa un miliardo di investimenti nei prossimi tre anni: una fetta rilevante verrà dedicato alle nuove infrastrutture e a creare nuova capacità, anche in prospettiva della capacità di calcolo di cui avremo bisogno per cavalcare quest’onda anomala di intelligenza artificiale che ci sta travolgendo.
D. Il cloud è in pieno boom, secondo gli ultimi dati in Italia è cresciuto del 20% rispetto all’anno precedente. È una sfida che si gioca però anche sulle condizioni, sui servizi. Se parliamo di sovranità digitale, di vicinanza geografica di dove questi dati vengono custoditi e di sicurezza, qual è la vostra posizione rispetto allo scenario competitivo?
R. Crediamo che lo scenario globale sia molto mutato e sia diventato molto più complesso. Citavo prima il tema dell’elevato numero degli attacchi cyber, abbiamo guerra alle porte dell’Europa e in Medio Oriente, abbiamo un problema di politiche commerciali che viene dagli Stati Uniti.
Riteniamo che questo scenario geopolitico spingerà il Paese, e l’Europa più in generale, a diventare più proprietari del loro destino digitale. Riteniamo che mettere in sicurezza dati critici e strategici all’interno di infrastrutture italiane, gestite da italiani con tecnologie che risiedono nel territorio italiano, sia cruciale.
Questo non significa disintermediare gli hyperscaler ma semplicemente lasciare la facoltà alle pubbliche amministrazioni, alle aziende private di decidere se vogliono stare in un cloud la cui chiave di crittografia è in mani italiane. Noi abbiamo anticipato questo trend e riteniamo che il tema della sovranità digitale diventerà sempre più centrale nel dibattito proprio per le preoccupazioni che le ho citato prima.
Se una grande azienda, una primaria banca di questo Paese o una pubblica amministrazione importante vuole tenere al sicuro i propri dati, in un cloud all’interno del quale c’è il controllo delle chiavi di crittografia, noi siamo la porta a cui si deve bussare. (riproduzione riservata)