Anni ruggenti, da ricordare, ma senza eccessivi rimpianti. Guardare al presente per liberarsi delle eccessive zavorre di cui il sistema industriale e finanziario si stanno caricando. E preparare un futuro in cui le imprese siano poste nelle condizioni migliori per sprigionare le loro energie in termini di innovazione. Questo il percorso ideale che va dagli anni ‘90 a oggi tracciato dal banchiere d’affari Giovanni Tamburi, che quasi 30 anni fa fondò la holding d’investimento Tip, oggi tra i maggiori investitori privati sul mercato azionario italiano.
Domanda. Fino al 28 febbraio 1994 la borsa di Milano era, come si dice in gergo, gridata: le offerte di compera e di vendita dovevano essere fatte dagli intermediari autorizzati a voce alta, sancendo in questo modo la pubblicità della transazione. Cosa ricorda di quei tempi?
Risposta. Era tutto molto folcloristico, divertente in certi momenti, preoccupante in altri perché a volte gli urli diventavano insulti, litigi e atteggiamenti ambigui, specie da parte dei guru del momento, che non ammettevano intromissioni. Riguardo all’aspetto della pubblicità degli scambi, che erano sotto gli occhi di tutti, per me era un bene, perché osservare le contrattazioni alla luce del sole consentiva di studiare anche l’aggressività di alcuni nel voler comprare o vendere certi titoli: questa componente esteriore era molto indicativa, spesso più dei prezzi che si venivano a formare.
D. Lei che esperienza professionale stava facendo in quegli anni?
R. Nel ‘90 stavo finendo la mia esperienza in Euromobiliare, 10 anni fantastici nei quali ho imparato moltissimo. Ero partito da giovane analista che doveva mettere in piedi l’area m&a e dopo 10 anni mi sono trovato con enormi responsabilità a livello di direzione generale dell’intero gruppo. Quando poi Midland comprò Euromobiliare e dopo poco Hkb comprò la Midland realizzai che non volevo fare il burocrate di un grande gruppo e me ne andai, senza neanche sapere cosa avrei fatto. Il capo dell’epoca di Euromobiliare, Guido Roberto Vitale, che non capiva la mia decisione, mi diede anche qualche mese di stipendio in più perché non mi voleva lasciare senza soldi. Anche sotto questo aspetto è stata un’esperienza veramente eccezionale.
D. Tra gli operatori chi erano i protagonisti di quell’epoca che lei ricorda meglio?
R. Beh, senz’altro Enrico Cuccia, poi anche Carlo De Benedetti, Raul Gardini, Silvio Berlusconi. Ma anche tanti altri.
D. Con l’avvento della borsa telematica quel mondo è scomparso, ma ha mantenuto un suo fascino. C’è qualche aspetto che le manca in particolare?
R. No, i tempi fanno il loro corso e si deve guardare avanti, non indietro.
D. In questi 35 anni il mondo della finanza, anche in talia, è stato rivoluzionato. Quali sono secondo lei i progressi che hanno segnato maggiormente questa trasformazione?
R. La tecnologia senz’altro. Oggi è tutto molto più semplice e rapido. Al contempo ci siamo complicati la vita con livelli di compliance eccessivi, con criteri di bilancio spesso astrusi, con obblighi e formalismi che non hanno senso. Oggi i burocrati, da Bruxelles e/o da qualche ministero, stanno facendo passare leggi e provvedimenti che rendono difficile, costosa e a volte inutilmente farraginosa la vita delle aziende. In un mondo ormai globale, questo per l’Europa è un grande handicap.
D. Quali sono i cambiamenti più importanti cui si augura di poter assistere nei prossimi 35 anni?
R. Bisogna mettere le imprese al centro di tutto. Quello che è successo, specie in Europa, in parte negli Usa ma quasi per nulla in quell’Asia che alla fine è il traino di tutti noi in termini di consumi, investimenti e spesso anche liquidità, ci sta già facendo del male e va tolto di mezzo. Non dico che le imprese devono operare in un mondo senza regole, ma certamente per essere competitive devono poter contare su sistemi pubblici, infrastrutturali, di regolamentazione, più agevolanti che complicanti. La finanza, che deve essere al servizio delle imprese e non viceversa, ne avrà solo vantaggi. Inoltre, anche se si va contro gli interessi di tanti, dobbiamo trovare il modo di arginare sia i debiti che tutte quelle sovrastrutture di derivati, strutturati e operazioni di finanza creativa che stanno pesantemente incidendo su uno sviluppo sano dell’economia.
D. In questo momento Tip ha a disposizione circa 1 miliardo da investire, molto di più se si chiamano in causa i club deal. Il 2024 sarà un anno in cui si tornerà a investire?
R. I dossier che stiamo studiando sono in aumento negli ultimi mesi, le risorse non ci mancano, anche se preferiamo sempre muoverci con una certa gradualità e prudenza. L’anno scorso ci siamo tenuti leggeri: abbiamo fatto investimenti per 144 milioni e abbiamo venduto per 190. Ma in questo momento abbiamo anche meno concorrenza, perché il private equity sta frenando vistosamente per la prima volta dopo tanti anni di crescita, mentre le banche sono reduci dal derisking più grande della storia sulle spalle dei governi.
D. Pare insomma un buon momento per comprare.
R. Il fatto che la concorrenza di tanta parte del private equity sia diminuita induce alla prudenza. Le 33 volte il fatturato a cui sta scambiando un titolo come Nvidia, le 13 di Microsoft, o le nove di Meta (rispetto a 2,7 dell’indice S&P 500, che comunque è a 27 volte in termini di p/e, ndr), restano rare eccezioni. L’attenzione nel pagare prezzi troppo elevati si sta consolidando.
D. Avere a che fare con mercati che presentano meno eccessi non è da considerare come un aspetto positivo?
R. Senz’altro. Anche se vedo ancora in giro tante mode che condizionano le scelte. Si
pensi anche al recente andamento del bitcoin e dell’oro, entrambi ai rispettivi record storici, quando dovrebbero svolgere funzioni opposte rispetto al fattore rischio e protezione. Un altro fattore che osservo con distacco è il crescente ricorso a sistemi automatici di selezione degli investimenti. L’avvento dell’intelligenza artificiale rappresenta il maggiore dei condizionamenti e dei nuovi modi di operare, sempre più meccanicistici. (riproduzione riservata)