Il problema dell'Europa non è la mancanza di capitali, ma la sua dispersione. E sul come risolverla ne ha parlato Maurizio Tamagnini, fondatore e amministratore delegato di Fsi, in occasione del FII Priority Europe, la tappa a Roma dell'iniziativa promossa dal Public Investment Fund saudita.
«Dobbiamo mobilitare in modo diverso i risparmi che abbiamo in Europa», ha esordito Tamagnini. «Stiamo perdendo, come continente, circa 300 miliardi di euro all'anno, che finiscono o in strumenti di liquidità oppure fuori dall'Europa, principalmente negli Stati Uniti. Dobbiamo quindi lavorare seriamente su questo tema». Una fuga di risorse che, secondo il numero uno di Fsi, è anche sintomo di una distanza culturale prima ancora che regolatoria. «Due sere fa ero a una cena dell'European Investment Fund e qualcuno sottolineava proprio questa differenza: negli Stati Uniti le persone investono i propri risparmi nella tecnologia. In Europa, invece, a volte troviamo perfino modi per impedircelo legalmente».
Lo spunto di riflessione che Tamagnini porta sul tavolo è preciso e ha un nome preso a prestito dall'America: il 401(k), il piano previdenziale a contribuzione che negli Stati Uniti convoglia il risparmio delle famiglie verso i mercati. «Abbiamo bisogno di una cultura simile al 401(k) per riuscire a convogliare questo tipo di risparmio», ha spiegato. «Non è un caso che la Capital Markets Union sia stata rinominata Savings and Investments Union, l'Unione dei Risparmi e degli Investimenti».
La differenza, ha insistito, è strutturale: «Questo modello non si basa sul principio del finanziamento corrente delle pensioni, ma investe nelle aziende del futuro. Questa è la differenza fondamentale». A sostegno cita l'esperienza di chi quella strada l'ha già imboccata: «Esiste una forte correlazione, dimostrata in Paesi come la Svezia e il Canada, dove i grandi fondi pensione destinano una quota significativa degli investimenti alternativi soprattutto alla tecnologia. In quei Paesi si avvicina al 50%, mentre nell'Europa continentale siamo tra il 3% e il 5%».
Sull'idea — oggi molto dibattuta — di un fondo sovrano europeo, Tamagnini invita a non reinventare la ruota. «La mia opinione è che esista già qualcosa di simile. L'European Investment Fund opera già in modo analogo. Dobbiamo semplicemente coinvolgere tutte le componenti del sistema: gli Stati, magari attraverso meccanismi di allocazione automatica, e le imprese». E qui, sostiene, il Vecchio Continente ha un vantaggio competitivo poco riconosciuto: «Una delle grandi differenze rispetto ad altri continenti è che le aziende collaborano molto di più e lavorano tutte verso lo stesso obiettivo».
Per dare la misura di ciò che è già a portata di mano, Tamagnini propone un calcolo. Partendo dai circa 20 miliardi di un programma del Fei — l'istituzione sta valutando un «Etci 2» da 15 miliardi — e applicando il moltiplicatore di dieci che questi fondi sono solitamente in grado di generare, si arriva a 200 miliardi. «Se poi aggiungiamo i 300 miliardi di risparmi che ogni anno lasciano l'Europa, ci avviciniamo ai due terzi degli 800 miliardi annui indicati dal rapporto Draghi». Una cifra, cioè, non utopistica, ma ricomponibile con leve già esistenti.
Dalla teoria Tamagnini passa rapidamente agli esempi, perché — è il filo conduttore del suo intervento — la sfida si vince con progetti tangibili. «Con Ion, Fsi e alcune delle principali università italiane — il Politecnico di Milano, la Bocconi e altre — abbiamo lanciato un ecosistema deep-tech a Milano: la Tech Europe Foundation. È nato appena dodici mesi fa e comprende già più di 200 startup che stanno raccogliendo capitali. Molte delle risorse provengono dall'economia privata, che ha deciso di sostenere la creazione di nuove imprese».
I numeri del primo programma, racconta, sono la prova che la domanda c'è: «Ha ricevuto candidature da mille giovani imprenditori provenienti da tutto il mondo. Questo dimostra che, se si offre una prospettiva chiara, un progetto semplice, di lungo periodo e adeguatamente finanziato a livello europeo, è possibile ottenere ottimi risultati immediati. Possiamo farlo oggi, non domani».
L'ambizione, infine, può alzarsi ancora. «Perché non creare un consorzio europeo per l'intelligenza artificiale sul modello del Cern?», ha rilanciato Tamagnini. «Abbiamo bisogno di progetti concreti e tangibili per i nostri giovani, progetti capaci di essere un punto di riferimento e una fonte di ispirazione». Perché, ha concluso, la materia prima non manca: «Le risorse, le competenze e il talento li abbiamo già». (riproduzione riservata)